Nell’Europa del XIX secolo, il vento dell’Illuminismo scosse dalle fondamenta il sistema penale, si assiste a una riforma volta a superare i supplizi ferocemente corporali eseguiti pubblicamente, tipici dell’Ancien régime. Oltre che a punire i colpevoli, l’orrore doveva innestare nel popolo la memoria del potere assoluto del sovrano. In Sorvegliare e Punire, Michel Foucault ci spiega come il corpo del condannato fosse «il luogo di applicazione della vendetta sovrana, il punto di ancoraggio per una manifestazione di potere, l’occasione di affermare la dissimmetria delle forze».
I filosofi illuministi condannarono i supplizi a causa della loro “atrocità”. Ma erano altresì coscienti che il popolo non ne fosse davvero impaurito, tanto che cominciarono a diffondersi sentimenti di solidarietà verso i rei, quasi sempre dei poveracci, contro il potere regio privo di arbitrio, equilibrio o misura. Un supporto a tale evoluzione fu lo sviluppo dell’ideologia del contratto sociale: il criminale che infrange la legge non commette più un affronto alla figura simbolica del re, ma a quella del popolo; perché ha rotto le regole comuni di convivenza. Il senso della punizione non sarebbe stato più la vendetta del sovrano, bensì la difesa della società. Da tutto ciò la necessità di eliminare i supplizi, di mostrare umanità.
Sia in Dei delitti e delle pene (1764), di Cesare Beccaria, che ne Il Panopticon (1786), di Jeremy Bentham, il superamento delle pene crudeli viene orientato dalla razionalità e dalla moderazione proprie dell’età moderna. Il primo attraverso un programma giuridico di addolcimento delle pene, il secondo con uno studiato impianto architettonico: entrambi dimostrano come sia utile abbandonare l’intervento diretto, violento sui corpi. A questa sorta di “umanizzazione” si accompagna l’intento deterrente della pena: non è tanto efficace, per dissuadere il popolo dal crimine, «il terribile ma passeggero spettacolo della morte di uno scellerato», quanto “il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà” (così Beccaria nella sua opera).
In questo modo la detenzione si converte nella strategia punitiva per eccellenza: trasparente rispetto alle leggi, misurabile, correttiva, deterrente, individualizzata; al fine di riqualificare il soggetto che ha trasgredito il patto sociale. La presa sul corpo del condannato subisce una profonda mutazione: «se è ancora necessario, per la giustizia, manipolare e colpire il corpo dei giustiziandi, lo farà da lontano, con decenza, secondo regole austere, e mirando ad un obiettivo più “elevato”» (Foucault). Dal solo atto criminale, ad essere perseguita diviene l’intera natura individuale. Citando liberamente Galimberti, bersaglio della giustizia non è più il corpo fisico, Körper, ma il corpo vivente, Leib, che viene ora sottomesso a una strategia di rieducazione che si professa ben più efficace. La solitudine e l’isolamento della prigione si stagliano in una strategia di intervento sulle relazioni che il corpo ha con il mondo.
La pena anela all’incorporeità, il castigo deve insinuarsi nell’anima. Queste le intenzioni, ma il carcere non ha mantenuto nessuna di queste premesse; fin dagli albori della forma-prigione si evince come la funzione deterrente, autentico caposaldo di questa strategia punitiva, abbia totalmente fallito non contribuendo affatto alla diminuzione dei crimini. Altrettanto si può dire per ciò che concerne la funzione rieducativa: il carcere più che rieducare gli uomini li trasforma in criminali, favorendo la recidiva. Allora perché il suo successo? Foucault risponde a questo quesito sottolineando come il carcere assolva ad altri fini, non è che una delle istituzioni della “società disciplinare” in cui gli individui sono controllabili e controllati, addestrati.
La sua forza è nel gettare uno sguardo costante (ed è lampante, a tal proposito, la metafora del Panopticon) sui reclusi, nel decidere del loro spazio e del loro tempo. Perché i “corpi docili“? (espressione squisitamente foucaultiana) Perché siano meglio sorvegliabili, ma anche più razionali tecnicamente, ed economicamente. Così, il potere non iscrive i suoi marchi, segni, tracce sui corpi, poiché ognuno se li iscrive da sé. Prendiamo l’aspetto del lavoro penale, utile non tanto per il suo ritorno economico, o perché insegni un’attività utile, ma piuttosto perché crea «uno schema della sottomissione individuale» e il suo «aggiustamento ad un apparato di produzione». In Sorvegliare e Punire Foucault insisterà molto su queste tematica, in linea con la sua concezione di potere politico: mai esclusivamente repressivo, ma che forma e crea.
Oggi a queste rappresentazioni ne possiamo accostare altre. Sono in molti a parlare dell’evoluzione dei nostri paesi come “stati penali“. Se il paradigma economico è cambiato e non ci troviamo più in epoca fordista, in cui era necessario che tutti si dedicassero alla produzione, osserviamo un surplus strutturale di forza lavoro, il vacillare della crescita economica. La famigerata “insicurezza sociale”. Il carcere torna ancora utile, come «setaccio finale di una società incapace di offrire ai suoi membri più deboli una via d’uscita dall’emarginazione» (Alessandro Dal Lago). Possiamo vedere in quest’ottica l’aumento della popolazione di detenuti degli ultimi anni; e la sua composizione, che segnala la stretta relazione tra carcerazione ed esclusione sociale, vede prevalere uomini provenienti da Paesi stranieri (30%), dall’Italia meridionale (45%); spesso giovani, tossicodipendenti, privi di istruzione.
Risulta utile ai fini della nostra analisi focalizzarci sull’ultima grande svolta dei meccanismi di funzionamento delle pene: la legge Gozzini del 1986, la quale ha ampliato i benefici e le misure alternative previste dalla riforma penitenziaria del 1975. Non rimanere troppo a lungo tagliati fuori dalla società, intraprendere un lavoro, aiuta a non rimanere “schiacciati” dalla pena: ad esempio, la percentuale di ex detenuti che commettono un reato all’uscita varia dal 68% per chi ha scontato interamente la pena in carcere, al 40% di chi ha invece usufruito in parte delle misure alternative, e infine al 19% di chi vi ha avuto accesso per intero). Fa bene arrivare a godere di giornate in libertà, avere la possibilità di trascorrerle tra le persone vicine, mantenere gli affetti, e naturalmente vedere ridotto il tempo di permanenza nell’istituto.
Il permesso è un beneficio terapeutico, consente al detenuto di uscire fuori dai ritmi alienanti e monotoni della vita detentiva. Riprendere contatto con la vita all’esterno è un buon espediente per sfuggire alla dilatazione del tempo che caratterizza la percezione della vita dietro le sbarre. È anche in questo aspetto che si annida l’effetto non calcolato dei “benefici”, che può portare a un disagio profondo e non facilmente visibile, a sentirsi fortemente divisi tra la vita dentro e quella fuori.
Il soggetto che vive la condizione di semilibero deve avere sempre vigile l’attenzione, per esempio quando parla di e con qualcuno, vigile il comportamento, per esempio sottoponendo a controllo qualsiasi malessere psicologico, in quanto il malessere può essere considerato in maniera negativa, come debolezza, come incapacità di tollerare le privazioni e affrontare le difficoltà della vita libera. Inoltre il fatto che per lungo tempo la vita emotiva sia stata “castrata” porta il detenuto a ritrovarsi spiazzato perché fragile di fronte alla vita fuori dalle mura. Naturalmente la semilibertà è un grande passo avanti verso una vita “normale”, ma nessuno può pensare che sia una “non pena”.
Molti ex-detenuti riconoscono poi che sì, le stesse proteste dei detenuti sono meno disperate oggi, le condizioni materiali sono migliorate, la violenza delle guardie carcerarie è diminuita. Ma non senza un rovescio: ora esiste il rapporto della guardia in base al quale il consiglio di disciplina potrà punirti intervenendo sul tuo diritto alle telefonate, colloqui, socialità eccetera. Ancora, il permesso premio, i giorni di liberazione anticipata, la concessione della semilibertà, sono benefici premiali che possono essere tolti sulla base di quei rapporti.
Il premio sancisce per legge il regno della non-legge, per dirla con Foucault, il modo in cui il carcere si rende completamente autonomo dal mondo di coloro che hanno giudicato, il momento il cui ci si occupa del delinquente a prescindere dal reato. Insomma, la possibilità di accedere ai “premi” si può trasformare in un sottile strumento di controllo da parte dell’Amministrazione, e quindi in una (ulteriore) causa di stress per il recluso, osservato costantemente e tenuto al costante autocontrollo. Dal suo supposto grado di “rieducazione” dipenderà poi la lunghezza concreta della pena.
Allargando lo sguardo, molti trovano che la possibilità personale di accedere a certi benefici renda ogni detenuto più “ricattabile“, quindi meno portato a vivere la dimensione collettiva del carcere. Ci focalizziamo qui su quel “senso di appartenenza” che spesso caratterizza la convivenza tra detenuti e della propensione a organizzare, o aderire, a proteste collettive. In Gallo e Ruggiero, troviamo uno spunto di grande interesse: «i benefici individualizzati hanno eroso definitivamente i sentimenti di solidarietà che potevano costituire un argine contro il disagio e una sorta di difesa immunitaria contro l’insorgere di malattie di carcere».
In ultimo ci soffermiamo sull’effetto più tangibile della reclusione: la sofferenza e la violenza legale della pena. Ci proprio sulla pelle, e sugli stomaci e i denti, dei detenuti; riportiamo le splendide quanto crude parole di Vincenzo Guargliardo nel suo capolavoro Dei dolori e delle pene:
«Di fronte a tutta questa violenza alcuni osservatori finiscono per ritenere che la detenzione non abbia poi tutta quella pretesa accampata di trasformare gli individui; il carcere sarebbe in sostanza un immondezzaio dove buttare i rifiuti umani, un dimenticatoio sociale. Questi osservatori confondono però il risultato con l’intenzione. Personalmente, per esempio , preferirei essere considerato un essere inutile da buttare nel dimenticatoio: ciò mi risparmierebbe tutto quel sovrappiù di inutile sofferenza che mi viene inflitto per ‘trasformarmi’ in nome dell’umanità.» (Vincenzo Guagliardo)
Concludiamo con una breve ricapitolazione degli argomenti trattati. Oggi, la gran parte dei condannati a pene carcerarie torna a delinquere. La maggior parte di essi infatti non viene riabilitata, come prescrive la Costituzione, ma semplicemente repressa e privata di elementari diritti sanciti dalla nostra carta fondamentale. La condizione carceraria, spesso caratterizzata da sovraffollamento, violenza fisica e psicologica, invivibilità e degrado, è un moltiplicatore della recidiva che non conviene alla sicurezza collettiva. La cultura della retribuzione costringe le vittime dei crimini alla semplice ricerca della vendetta, senza potersi giovare di alcuna autentica riparazione, di alcuna genuina guarigione psicologica. Dall’altra parte chi resta vittima dei crimini, ottiene una semplice vendetta che non costituisce di per sé una reale riparazione ai danni subiti. Oggi più che mai occorre porre le basi per una riflessione critica sul carcere in vista di un superamento della tradizionale forma-prigione come strategia punitiva; il suo fallimento, del resto, è sotto gli occhi di tutti.