A 30 anni dalla caduta dell’URSS, scopriamone i retroscena sulla politica italiana

30 anni fa succede l’imprevedibile: la superpotenza sovietica si dissolve, lasciando a bocca aperta tutto il mondo. Ma che impatto ha avuto sulla politica italiana?E’ il 21 dicembre del 1991: il globo si ferma per qualche minuto. Il Presidente Gorbaciov, direttamente dal Soviet Supremo, annuncia lo scioglimento dell’URSS. Fra l’incredulità generale, il mondo si prepara a salutare per sempre uno dei modelli concreti del comunismo reale, oltre che una delle due superpotenze che hanno determinato il secondo dopoguerra. I risvolti di questo fatto, sia in politica interna, che sullo scacchiere internazionale, sono innumerevoli; vediamo il caso italiano.

Il dissolvimento dell’URSS

Come tutti gli scienziati politici amano dire, le dittature non durano per sempre, anzi. Solitamente i regimi autoritari sembrano stabili e duraturi, visti da fuori, ma in realtà sono funestati da tensioni interne di cui nessuno, né studiosi, né governanti, né cittadini, conosce la vera portata. Questa teoria è stata confermata dalla caduta dell’URSS, Stato autoritario all’apparenza così inaffondabile, ma anche così fragile. Il Paese federale, formato da 15 Repubbliche Sovietiche, non esiste più, dall’oggi al domani, a causa delle diverse forze in gioco. Gorbaciov spinge per l’apertura all’Occidente, il Partito Comunista teme la decentralizzazione del potere e i singoli Stati vogliono maggiore autonomia. Il tutto risulta nella creazione del CSI (Comunità di Stati Indipendenti), unione degli ex Paesi sovietici sovrani, con vincoli molto più blandi.

La classe politica italiana della “Prima Repubblica”

Ovviamente, la notizia della caduta sovietica sconvolge il mondo intero. Ma c’è uno Stato in particolare che ne rimane particolarmente colpito: stiamo parlando proprio dello Stivale, la cui storia è legatissima all’URSS. Non dimentichiamoci, infatti, che l’Italia vanta il Partito Comunista più forte e più vicino a Mosca di tutta Europa (se non del globo intero). Inoltre, il nostro Paese ha un sistema politico multipolare, nel quale convivono diversi partiti di massa forti e influenti l’uno sull’altro. Fino ad allora, quel sottilissimo equilibrio che reggeva la cosiddetta Prima Repubblica si basava sull’importantissimo e centralissimo ruolo della Democrazia Cristiana, vero e proprio baluardo anticomunista. Ma ora che l’URSS non c’è più, cosa si fa?

La reazione della politica italiana

Già con la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, Francesco Cossiga aveva dichiarato che niente sarebbe più stato come prima. Il più giovane Presidente della Repubblica non aveva tutti i torti, anzi: gli equilibri politici sono cambiati inesorabilmente. La Democrazia Cristiana, primo partito dal 1946, già indebolita negli anni per via di scandali e scarso prestigio istituzionale, tracolla, fino a scomparire del tutto, nell’arco di pochi mesi. Infatti, con la caduta del muro prima e, soprattutto, con la dissoluzione dell’URSS poi, ha perso quello che sempre stato il suo ruolo per eccellenza: essere l’argine ultimo contro la presa di potere del Partito Comunista Italiano, seconda compagine più potente. Non esistendo più l’Unione Sovietica, la “mamma” del temuto PCI, anche quest’ultimo non fa più paura. Ma anche questo subirà dei cambiamenti, a partire da quel dolce-amaro 12 novembre 1989, giorno della svolta della Bolognina: il partito subirà variazioni in programma, obiettivi e denominazioni. Strano a dirsi, ma il Partito Democratico che conosciamo oggi altro non è che una trasformazione all’ennesima potenza dell’originario PCI. E succede così per tutti i partiti: o scompaiono, o cambiano radicalmente. Cossiga dirà che è grazie alla caduta dell’URSS che ha avuto inizio la “Seconda Repubblica“, ma dobbiamo credergli? Tutt’ora i politologi e gli storici stanno cercando di capirlo.

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