Quanto ci insegnano le esperienze pre-morte di P.A. lette in chiave Cartesiana?

Hap, medico ossessionato dagli studi sulle esperienze pre-morte, vuole dar prova della sua teoria: l’anima esiste ed è immortale. Cosa ne penserebbe Cartesio?

Se il corpo fisico e il cervello biologico, fanno parte della materia, lo psichismo invece è l’espressione di un’anima e fa capo alla coscienza individuale. Quindi, per quello che la serie ci racconta, tutto questo si ritroverà intatto alla morte del corpo fisico.

L’emotività NON è l’anima

La tentata lobotomia della nostra protagonista Prairie Johnson, come le malattie che riguardano il cervello fisico, certamente influiscono sull’emotività ma non toccano l’anima e la coscienza che ne sono la struttura fondamentale. È un po’ come se si guastasse la tastiera di un computer. Il risultato apparente è che tutto il computer sia guasto in quanto il risultato della nostra battitura non corrisponde alle prestazioni normali dello stesso. Dunque “il guasto” sul corpo fisico non riguarda l’anima e la sua emotività di base se non in una manifestazione localizzata ad eventi materiali e circostanziati esclusivamente a questi. Fuori dalla materia l’anima si ritrova intatta con tutte le sue potenzialità finalmente liberate e con un’emotività in un perfetto equilibrio con il proprio mondo.

Res cogitans e res extensa

Come già accennato, secondo Cartesio, l’anima non muore con il corpo ma se ne allontana. Ci troviamo, dunque, dinanzi ad una dicotomia: res cogitans e res extensa. Entrambe intese come res e dunque esistenti e conoscibili attraverso i loro attributi fondamentali. La vita non è che uno stato alterato di coscienza che troverà il suo ripristino solo nella morte. La coscienza in sé, la coscienza pura, non conosce infanzia, adolescenza, età adulta, vecchiaia, perché è percezione assoluta dell’assoluto. La coscienza in sé non conosce i segmenti del divenire, né conosce il divenire stesso , perché la percezione assoluta, per definizione, è a-temporale. Perché, allora, esiste la vita? Ci si domanderà. La coscienza erompe di potenza, così sperimenta la noia dell’onnipotenza e vi rimedia quando, in un atto di estremo masochismo, decide di relegarsi entro i limiti di un filtro chiamato cervello e, in un imbroglio estremamente umile, decide di far credere a tutti di poter essere generata, modificata e finanche annullata dal suo filtro.

L’estenuante sforzo di ricerca di una vita oltre la morte

L’Aldilà non esiste se lo immaginiamo come un luogo che ci aspetta dopo tanta sofferenza; perché sarebbe un assurdo che non darebbe ragione al fatto che si debba soffrire. Allora bisogna cambiare prospettiva: trovare il centro del proprio essere e chiedersi di quale Dio abbiamo bisogno. Perché se è il nostro bisogno che lo crea, quella deità esisterà fino al limite del suo superamento. Bisognerebbe anche chiedersi se l’Aldilà rappresenta una fuga dalla realtà. Perché allora non lo troveremo come speranza, ma solo come estensione mentale ed emotiva del nostro impegno e del nostro lavoro su questa terra. Tutto è relativo a questi limiti. Se noi li conosciamo e ce ne rendiamo consapevoli, si apriranno nuove prospettive di verità con altre domande e altre risposte.

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