Samuel Beckett, autore dell’opera teatrale rivoluzionaria ‘Aspettando Godot‘, ci insegna come l’attesa sia paralizzante per chi non decide di seguire e di ‘eseguire’ un cambiamento nella propria condizione umana, forse perché è impossibile poter cambiare la propria vita. Il regista italiano Gabriele Salvatores scrive e dirige il film ‘Mediterraneo‘, una pellicola che parla alle generazioni future, sempre più incerte sul loro ruolo nel mondo.


Attendendo l’attesa
Composto nel 1952 e inscenato per la prima volta nel 1953, Aspettando Godot inaugura il filone teatrale dell’assurdo, unendo e fondendo insieme le componenti tragiche e comiche delle rappresentazioni sceniche, dando quindi vita al fattore ‘tragicomico’. La trama, benché sia molto semplice e circolare, ruota attorno all’attesa di due personaggi, Vladimiro (detto ‘Didi’) ed Estragone (detto ‘Gogo’). Entrambi si ritrovano in una landa pressoché deserta, con solo un alberello che fa da sfondo, intenti ad aspettare l’arrivo del fantomatico Godot. L’autore non ci vuole informare del perché questi due individui aspettino Godot, né da quanto aspettano, né per quanto aspetteranno, ma l’albero funge da elemento che ‘subisce’ il trascorrere del tempo, con la caduta di alcune foglie durante l’atto. Ogni tanto si palesa un giovane che afferma di essere stato mandato da Godot, riferendo ai due che il suo padrone non sarebbe arrivato quel giorno ma il giorno dopo. Tale messaggero rappresenta la ciclicità degli eventi nei quali sono incastrati i due personaggi, che ogni giorno si ritrovano ad ascoltare le stesse parole dallo stesso messaggero: “non oggi, ma domani“. Inoltre, Didi e Gogo sembrano essere sempre in procinto di andarsene, stufi dell’attesa snervante, ma in realtà non si muovono minimamente da dove sono. Beckett, stravolgendo i canoni del teatro, ha aperto a un genere teatrale innovativo, profondo e critico. Aspettando Godot è una critica all’umanità e alla misera condizione esistenziale che essa comporta ovvero una perenne attesa nella profonda incertezza. Non avendo una base solida sulla quale appoggiare le nostre deboli sicurezze, l’uomo resta fermo e incastrato nei meccanismi di un’attesa snervante e improduttiva, subisce la vita ciclicamente, frutto dei tempi incerti che si proiettano davanti a ognuno di noi. Tralasciando la diatriba dei critici sul significato del nome ‘Godot’, Beckett intende affidarci la visione di un’esistenza ripetitiva e monotona, minimamente controllata da noi stessi ma maggiormente manovrata da forze esterne, forze che potrebbero non esistere nemmeno, come lo stesso Godot.

Mediterraneo: un film generazionale
Nel 1991 esce nei cinema il film di Gabriele Salvatores, Mediterraneo, vincitore dell’Oscar al Miglior film straniero nel 1992. L’opera di Salvatores fa parte della cosiddetta ‘Tetralogia della fuga‘, una serie di quattro film che raccontano storie diverse ma con unico tema comune, per l’appunto la fuga. Per il regista la fuga è un’azione volta a cambiare la propria vita perché quella precedente non è stata delle migliori, caratterizzata da imposizioni ideologiche e da figure guida carismatiche, ma comunque corruttibili. Mediterraneo occupa, però, un posto speciale perché viene espressa anche l’idea dell’attesa e dell’assenza di tempo, in modo simile all’opera teatrale beckettiana. La storia è ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, dove un gruppo di soldati italiani viene inviato in terra greca per stabilire un presidio su una sperduta isola nel Mar Egeo. Giunti sull’isola, il gruppo si accorge che è pressoché priva di nemici, abitata per lo più da donne e da un prete ortodosso. I soldati, dopo un susseguirsi di eventi, si ritrovano a non poter più tornare in patria e a non poter più comunicare con l’esercito italiano, divenendo consapevoli di rimanere bloccati su quell’isola dove il tempo sembra essersi fermato. L’isola, infatti, non subisce minimamente gli effetti del conflitto mondiale e rimane in una specie di ‘zona franca’. Col tempo, alcuni soldati cominciano ad adattarsi allo stile di vita tranquillo degli isolani, altri sentono fortemente nostalgia di casa, mentre altri ancora subiscono gli effetti dell’incertezza di un domani segnato da un’attesa snervante che costringe alla paralisi. Qualcuno di loro vorrebbe poter tornare in patria a combattere, avere notizie sull’andamento del conflitto, ma sono completamente tagliati fuori. A loro non rimane, perciò, altro da fare che aspettare che qualcuno arrivi a recuperarli o che il conflitto si evolva verso una fine. Salvatores ha affermato che questo film è principalmente rivolto alla sua generazione che, giunta negli anni Novanta, si ritrova ‘in bilico tra un utopia che sfuma e un realismo che incombe’, orfana di un impegno politico, ideologico e motivazionale. Orfana di certezze e di azioni.

L’attesa oggi
Le due opere descritte qui, pur appartenendo a periodi diversi, comportano una riflessione tremendamente attuale. Oggi, forse più che mai, continuiamo a vivere nell’attesa, in un’attesa frutto dell’incertezza prodotta dalle politiche odierne, che non assicurano solidi appoggi per le nostre sicurezze e nemmeno per le nostre convinzioni. Parafrasando le parole del regista di Mediterraneo, sembra di essere in bilico tra le certezze dei nostri sogni e dei nostri obbiettivi e le reali, e quantomai esigue, occasioni che questo mondo sembra poter offrire per realizzarli. Siamo paralizzati nell’attesa, insicuri di noi stessi perché il mondo non è sicuro, ma come Beckett rappresenta questa lunga attesa esistenziale nella sua opera teatrale, egli cerca anche di mandare un messaggio davvero importante: se non abbiamo la volontà di muoverci, una volontà all’azione, tutto rimane fermo soprattutto per colpa nostra e non solo per una condizione esistenziale. Le nostre insicurezze e il senso d’incertezza può essere superato solo con l’azione perché altrimenti ci ritroveremmo come Vladimiro ed Estragone, affermando di volerci muovere ma rimanendo comunque incastrati in una ciclica attesa, per un ipotetico Godot che potrebbe non arrivare mai.
Luca Vetrugno