Cherofobia: la paura di essere felici è reale

Il termine “cherofobia” è un vocabolo certamente poco noto nella realtà di tutti i giorni e che, anzi, fatica a trovare un posto anche in ambito psichiatrico. Probabilmente il motivo risiede nel fatto che – tra le innumerevoli fobie a cui siamo abituati (paura dei ragni, paura delle altezze, paura degli spazi chiusi ecc) – la protagonista di questa bizzarra angoscia è un qualcosa che generalmente non rifuggiamo, ma piuttosto ricerchiamo: la felicità.

cherofobia
“La felicità è reale solo quando è condivisa”, dal film “Into the Wild- Nelle terre selvagge”

Rifuggire la felicità per timore che subito dopo possa accadere qualcosa di terribilmente negativo: è così che viene definita la cherofobia (dal greco chairo, “mi rallegro” e phóbos, “timore”), ovvero quella forma di avversione verso ogni possibile occasione di divertimento, cambiamenti di vita stimolanti o ancora persone potenzialmente positive.
Nonostante essa non sia annoverata all’interno del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5) – la principale fonte letteraria utilizzata nella diagnosi delle patologie legate alla salute mentale – molti medici classificano questa fobia nella categoria dei disturbi d’ansia. Essa è caratterizzata da alcuni pensieri ricorrenti, provati dalla persona che ne è affetta, come ad esempio la convinzione che la felicità porti inevitabilmente a conseguenze future negative e che addirittura l’essere felici ed appagati renda sé stessi cattivi, immeritevoli e scorretti nei confronti di amici o famigliari.

Le cause della cherofobia

Stando a quanto affermato sul blog Psychology Today dalla psichiatra Carrie Barron, l’insorgere di questa patologia si verificherebbe durante l’infanzia dell’individuo: se, fin dalla tenera età, un momento di profonda e innocente felicità provata da un bambino viene immediatamente seguita da un evento traumatico (come un rimprovero o una punizione), a livello psichico si instaura infatti un’idea distorta di consequenzialità tra l’essere gioiosi e la comparsa di un effetto doloroso o pericoloso.
Questo ricordo inconscio spinge quindi l’individuo cherofobico a provare un senso di ansia e paura di fronte ad ogni possibile cambiamento positivo, tanto da indurlo – come meccanismo di difesa – a preferire una situazione di totale apatia o inerzia piuttosto che affrontare la possibilità (minima) di un esito negativo e, consequenzialmente, dover sopportare il peso del dolore.

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“Avete mai sentito di qualcuno che era felice mentre stava morendo? Forse quell’alpinista, l’ho letto sul giornale, che è arrivato su e non è più tornato giù. Ha raggiunto il suo scopo. Oppure quel sub che è andato giù e non è più tornato su. Ha fatto il suo record personale. Forse un sorriso gli è scappato” dal film “Chiedimi se sono felice” (credit: JustWatch)

La scala della “Fear of Happiness”

In un articolo del Journal of Cross-Cultural Psychology, alcuni autori cercarono addirittura di stilare una scala di “paura della felicità”, creata per confrontare questa particolare fobia in quattordici culture diverse, nonché fungere come ausilio per le diagnosi mediche di cherofobia.
Per verificare se il soggetto interrogato avesse o meno una percezione distorta della felicità, gli veniva chiesto di valutare con un punteggio da 1 a 7 (con 1 = “per niente d’accordo” e 7 = “totalmente d’accordo”) diverse affermazioni, tra cui: “preferisco non essere troppo gioioso, perché solitamente la gioia è seguita dalla tristezza”, o anche “i disastri spesso seguono la fortuna” o ancora “la gioia eccessiva provoca alcune conseguenze negative”.
Nonostante la creazione di mezzi per evidenziarne i sintomi, dal momento che ancora non rientra nel DSM-5, non esistono farmaci approvati dalla Food and Drug Administration (FDA) o terapie a cura della cherofobia. L’unico metodo proposto per fronteggiarla consiste nel ricorrere alle medesime tecniche messe in campo contro l’ansia – come una respirazione profonda e controllata – o ancora nell’imporre a sé stessi di prendere parte ad eventi di gruppo, in modo da rendersi conto di come in realtà il pericolo percepito non sussista.

Cherofobia e tristezza non coincidono

Sempre stando alle dichiarazioni della dottoressa Barron, spesso a soffrire di cherofobia sarebbero i soggetti introversi, poiché maggiormente propensi all’isolarsi e al rifuggire occasioni sociali e luoghi affollati. Eppure – a differenza di quanto si potrebbe pensare – non sempre le persone affette da cherofobia si dimostrano tristi o depresse: anzi, a volte chi soffre di questo disturbo lo fa in modo totalmente consapevole, convinto nella sua intenzione di non guarire pur di mantenere quella sorta di corazza protettiva che lo separa dalla sofferenza. Scampando al rischio di soffrire, ma allo stesso tempo anche a quello di essere davvero felice.

Una fobia, insomma, sicuramente rara e ancora troppo poco conosciuta per giungere ad una diagnosi esaustiva, ma che ormai, se non nella testa di tutti, potrebbe essere diventata un ritornello impresso sulle labbra di molti, visto che solo poche sere fa – durante le audizioni del talent show X-Factor – proprio la “cherofobia” ha dato il titolo all’inedito portato sul palco dalla cantautrice diciassettenne Martina Attili, che attraverso le note del suo pianoforte recitava: “come te la spiego la paura di essere felici, quando non l’hanno capita nemmeno i miei amici. Ed è proprio quando stanno a parlare che vorrei gridare: grazie a tutti ora potete andare, ma resto qui a guardare un film”.

Francesca Amato