Pasolini vs Calvino: l’autenticità della letteratura impura

Secondo Carla Benetti, lo stile di Calvino rappresenta l’idea di letteratura oggi dominante, una letteratura in cui l’ironia mette tra virgolette la voce che parla, come se dicesse “non sono io che parlo”. Lo scrittore può attingere a tutti i generi e a tutti gli stili (come fa Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore), ma solo per un uso citatorio: quei generi e quegli stili sono disponibili perché sono tutti morti. L’ultimo Pasolini cerca invece di fuoruscire da questo sistema espressivo: se tutti gli stili sono morti, resa un solo “non stile”, la parola diretta, il restar fuori dalla sfera della letteratura; solo così lo scrittore riesce a far forza alla parola letteraria.

Un giovanissimo Italo Calvino

Come nota ancora Carla Benedetti, i verdetti espulsivi nei confronti dell’opera di Pasolini vengono quasi esclusivamente da critici e da letterati. Sono loro ad aver sollevato la disputa sulla sua letterarietà, non certo la fruizione, nel senso ampio del termine. Pasolini è stato, infatti, un artista molto popolare, e lo resta a tutt’oggi. Ma sarebbe proprio questo il punto. I mezzi espressivi con cui lo scrittore è riuscito a costruire il suo mondo poetico, e a dotarlo di una forza tale da poter parlare a molti, fuoriescono dai parametri di letterarietà delle correnti. La sua opera sarebbe infatti segnata da una radicale impurità estetica.

Pier Paolo Pasolini

Un primo tipo di impurità la Benedetti lo rintraccia nell’autore Pasolini in quanto essere in carne e ossa che ha prodotto il testo e nel quale è sempre presente. Non è semplice autobiografia. È invece una faccenda di azione. Il testo è solo il residuo o la traccia di ciò che l’artista ha fatto: ed è questo gesto complessivo a costituire l’opera di Pasolini.

Seguendo questa interpretazione, l’opera di Pasolini può essere considerata come una grande performance, in cui l’oggetto estetico è meno importante della presenza o dell’azione dell’artista. Impossibile leggerla come un testo autosufficiente, senza un riferimento alla persona dell’autore. Ma è proprio ciò che riguarda l’autore in quanto persona, quell’essere che vive corporalmente il mondo e si prende la responsabilità di ciò che scrive, viene per l’appunto sentito come estraneo alla funzione estetica dalla “letteratura dominante”.

Un’altra impurità di Pasolini è quella di scrivere «brutti versi», in dispregio di quella «vecchia opera artigiana che è l’arte», per la quale talvolta egli diceva di non avere più pazienza. Molte delle sue ultime poesie e dei suoi testi narrativi sono scritti come dei saggi o come degli interventi giornalistici, vale a dire per finalità non estetiche ma pratiche, come egli più volte ha dichiarato.

«Una volta decisa l’omissione dei principali doveri (di poeta, di cittadino) i miei versi saranno completamente pratici» (Pasolini, Trasumar e organizzar)

Pasolini e i suoi indimenticabili “Comizi d’amore”

Pasolini sembra insomma far di tutto per “inquinare” la sfera dell’estetico immettendovi ciò che le è costitutivamente agli antipodi: persino le finalità pratiche della scrittura. Per un poeta formatosi all’insegna dello Stile, una tale procedura ha qualcosa di drammatico e di paradossale, che occorre leggere nella giusta chiave.

Quell’ultimo Pasolini, che appare così pieno di impurità estetiche, in realtà non fa che rimettere in gioco quel che è stato escluso dall’idea di letteratura dominante. «E da questo punto di vista la sua ultima produzione ci appare come una scommessa sull’impossibilità o, meglio, come una riapertura dei possibili. Ma è proprio per questo che quell’idea di letteratura non può accoglierlo dentro di sé» (C. Benedetti).

In Se una notte di inverno un viaggiatore Calvino di «giocare al romanzo così come gioca a scacchi», praticando ironicamente un genere dalla convenzionalità ormai scoperta. Pasolini invece non esaurisce la propria operazione in una “rievocazione” ironica dei vari romanzeschi. Con le sue mosse paradossali egli tenta la riapertura del gioco, fuori dai confini istituzionali della letteratura. Una di queste mosse, rimarca la Benedetti, è la «parola diretta».

Italo Calvino

L’ironia di cui ci parla la Benedetti è un’ironia viene prima della scelta di registro, ed è tale che qualunque tonalità venga scelta, ironica, tragica ecc., sia alla fine sentita come ironica perché da essa colui che scrive si distanzia nel momento stesso in cui l’adotta. Una voce non usata ma solo menzionata, messa tra invisibili virgolette; una voce che è come se dicesse: «non sono io che parlo».

Sarà soprattutto negli attacchi al Montale di Satura che Pasolini denuncia con maggior asprezza l’«armamentario di difesa» che si cela dietro quel genere di ironia. In questo caso infatti il poeta ha imparato che per restare “poeta laureato” e sfuggire all’invecchiamento, bisogna ridere; «ridere soprattutto della poesia».

«L’idea di letteratura dominante, ha ormai assunto questo tipo di ironia a fondamento della parola letteraria. Così in essa tutto risuona come ironico, persino una parola che declami tragicamente una verità» (C. Benedetti). Quest’idea, segue la Benedetti, ha in effetti, tra le sue restrizioni, anche questa: di escludere alla radice la possibilità del tragico. In essa ogni parola risuona come ironica, anche quella tragica, che totalmente le è agli antipodi.

Da questo emerge quanto sia imprigionante quella “libertà stilistica” che caratterizza nella letteratura italiana del XX secolo, che concede all’autore la libertà di operare in una sola direzione, quella del distanziamento ironico dalla propria voce. Essa dà sì la libertà di scrivere poesia ridendo della poesia (come fa il Montale di Satura), ma a patto di diventare, usando una nota espressione di Pasolini, «poeta da teatro».

Pasolini sul set de Il vangelo secondo Matteo

Dà sì la libertà di attingere a tutti i generi e a tutti gli stili (come fa Calvino in Se una notte d’inverno) ma a patto di farne un uso citatorio, e dunque in definitiva, un uso necrofilo; poiché se quei generi e quegli stili sono tutti ugualmente disponibili è perché sono tutti morti.

«In questo sistema di restrizioni dunque anche la parola tragica è morta, perché non è in grado di sottrarsi al raggio d’azione di quell’ironia. Per la parola “non morta” non può esserci altro che una via: fuoriuscire da questo sistema espressivo in cui tutti gli stili sono ammessi. E cioè restare in qualche modo “al di qua dello stile» (C. Benedetti) Ed è appunto questa la via tentata dall’ultimo pasolini. Non lo stile tragico né quello lirico, ma il non stile: cioè la parola diretta.

Rifiutare in maniera corsara il dominio estetico, rinunciare alla mediazione dello stile per ridare forza all’espressione letteraria

 

Daniele Farruggia