La dittatura dei feedback: ecco come si formano le convinzioni false

Certe persone sono così cocciute da non cambiare opinione nemmeno davanti all’evidenza. Ma non è colpa loro, anzi: è la nostra stessa natura.
Un recente studio ha rilevato come le opinioni delle persone tendano a mantenersi stabili in funzione di feedback esterni, nonostante la presentazione di evidenze discordanti. Un fenomeno sempre più attuale, che potrebbe assumere forme distopiche, nell’era di Internet e della (manipolazione della) informazione.

L’esperimento

Lo scopo dello studio è capire cosa influenzi la certezza delle persone durante un processo di apprendimento.
Ai partecipanti, 500 adulti, vengono presentate diverse combinazioni di forme. Una di queste è un oggetto del tutto inventato, chiamato “Daxxy”, le cui caratteristiche sono quindi sconosciute ai partecipanti. Il loro compito è provare a indovinare, ricevendo per ogni forma, durante il gioco, un feedback negativo o positivo. Un po’ come il gioco “acqua, fuocherello, fuoco!”. A ogni congettura, viene chiesto ai partecipanti di riportare il grado di certezza delle loro affermazioni.


Una schermata dell’esecuzione dell’esperimento. Da Martí et al. (2018)

Dai risultati emerge che i soggetti basavano le loro congetture sui feedback recenti, nello specifico sulle ultime quattro o cinque congetture, trascurando l’informazione cumulativa proveniente dalle altre risposte.
Uno degli autori, Louis Martí, afferma: “Ciò che troviamo interessante è che [i partecipanti] potevano fare 19 congetture sbagliate di fila, ma se le ultime cinque erano esatte, si sentivano davvero sicuri.
I predittori comportamentali costituiscono presumibilmente un modo veloce ed economico, da un punto di vista cognitivo, di stimare la certezza, al contrario dei più logici ma “sterili” predittori basati su un modello matematico, che richiedono calcoli più complessi.

Uomini o animali

Uno dei principali meccanismi che invalida le nostre previsioni od opinioni è noto a tutti, ed è in atto in ogni istante della nostra vita, eppure non ce ne accorgiamo. Il condizionamento.
Quando un piccione posto in una gabbia scopre che premendo una leva ottiene del cibo (il rinforzo), continuerà a premere quella leva finché non sarà sazio. La sensazione appagante viene ricercata dal piccione, che per sperimentarla aumenterà la frequenza con cui mette in atto quel comportamento.
Se andiamo a lavoro, e un collega ci fa un complimento per la maglietta che indossiamo, è probabile che la indosseremo di nuovo, magari più volte rispetto a un’altra. Il feedback ricevuto agisce come il cibo per il piccione, e sentirci apprezzati è altrettanto appagante. In un certo senso, non siamo poi così diversi da un piccione in una gabbia.

Il conformismo alla maggioranza

Un esperimento passato alla storia, del 1951, ha mostrato la natura fallace degli esseri umani ai livelli più estremi, al punto da far dubitare a una persona della propria vista.
A un gruppo di persone veniva chiesto di esprimere un parere sulle dimensioni di una serie di linee parallele. I partecipanti erano in realtà tutti complici dello sperimentatore, a parte uno, il vero e proprio soggetto. Quando veniva chiesto se una delle linee fosse più lunga o più corta delle altre, i complici dello sperimentatore a un certo punto rispondevano, uno alla volta, in maniera sbagliata, sebbene la differenza fosse evidente a tutti. Il soggetto era quindi portato a dubitare della sua stessa stima, e arrivato il suo turno, il 75% dei soggetti produceva almeno una volta una risposta evidentemente sbagliata. L’esperimento, nella sua (apparente) semplicità, ha scritto la storia della Psicologia e ha mostrato appieno come la pressione sociale può silenziosamente portare al conformismo alla maggioranza.

La perfezione dell’imperfezione

La Psicologia Cognitiva conosce bene queste fallacie cognitive, al punto da farne il cardine della stessa teoria scientifica. Gli esseri umani sono influenzati da una miriade di bias, o errori cognitivi che, in ambito clinico, portano disagio (ansia, depressione, rabbia, ecc.), ma che nella storia dell’umanità devono aver aiutato in qualche modo a resistere nel processo di selezione naturale.
Il paradosso è facilmente spiegabile. Come affermano gli autori dell’articolo, la strategia prediletta è quella più veloce ed economica, anche se a scapito della sua accuratezza, piuttosto che quella lenta e stancante ma più precisa. I nostri avi dovevano fare un uso saggio del tempo e delle risorse a disposizione, per poter sopravvivere. La formulazione di una ipotesi, di una strategia, o anche di una opinione, è vitale per poter adattarsi all’ambiente in cui si vive. Non sorprende che i nostri antenati abbiano imparato, senza troppi errori, a evitare di stare sotto un albero durante un temporale: ne andava della propria vita. La comprensione  dell’origine di un fulmine era secondaria, e lasciava spazio ad altre ‘intuizioni’, come l’ira degli dèi a cui era necessario dedicare sacrifici o riti. Oggi possiamo anche riderne ma, nel momento in cui il nostro cellulare non si accenderà e insisteremo inutilmente a premere il pulsante di accensione, sarebbe bene ricordarci che stiamo mettendo in atto un comportamento appreso per condizionamento e che, in fondo, non siamo altro che piccioni in una gabbia.

Fonti:

– Asch, S. (1951). Asch conformity experiment. Swarthmore, PA: Author.
– Martí, L., Mollica, F., Piantadosi, S., & Kidd, C. (2018). Certainty Is Primarily Determined by Past Performance During Concept Learning. Open Mind, 1-14.