‘Roma’: un’immersione nei ricordi di Alfonso Cuarón

La settantacinquesima edizione del Festival di Venezia ha ufficialmente avuto inizio questo mercoledì 29 agosto. Aperta dalla pellicola di Damien Chazelle, First Man con Ryan Gosling nel ruolo di Neil Armstrong, chiuderà sabato 8 settembre, con la consegna del Leone d’oro al miglior film. È il 1932 quando la città accoglie il suo primo festival, da un sogno del presidente della Biennale di quel tempo Giuseppe Volpi, dello scultore Antonio Maraini e di Luciano de Feo. Un sogno già diventato appuntamento annuale dopo tre anni e che ora è punto di riferimento per tutto il grande universo fatto di stelle e pellicole.

Il festival di quest’anno è certamente degno di quell’idea di tanti anni fa. Vede tra i suoi tappeti rossi, infatti, grandi nomi e grandi storie, a partire da quelli della giuria internazionale Venezia 75. A presiederla è il regista fresco di Oscar Guillermo del Toro, che l’anno scorso con The shape of water si era aggiudicato anche il Leone d’Oro proprio a Venezia. Ad accompagnarlo si trovano alcuni dei nomi più prestigiosi dell’universo cinematografico, da Christoph Waltz, a Naomi Watts, fino all’italiano Paolo Genovese. Sono loro che dovranno scegliere a chi affidare la rinomata statuetta. Scelta però che non si rivelerà affatto facile, in un catalogo di capolavori pronti ad essere analizzati.

 

Ritorno al passato

Tra loro c’è anche l’ultima novità di Alfonso Cuarón, Roma. Un film immerso nelle memorie del regista, che ricorda il suo 1971, elevando a protagoniste le donne della sua vita. Una pellicola dall’alta componente autobiografica dunque, che si mischia alla crudele repressione del Corpus Christi, descrivendo una cicatrice -come la definisce Cuarón stesso- non solo di famiglia, ma anche di stato.

La precisione nel racconto è curata nei minimi dettagli. Il regista ha deciso di riportare con esattezza il suo 1971 sul grande schermo, a partire dal titolo. ‘Roma’ ricorda infatti ‘Colonia Roma’, il quartiere di stampo borghese dove Cuarón ha mosso i suoi primi passi. Tutto si svolge tra quelle strade, anche la storia della protagonista, Cleo, ispirata alla tata che lo ha cresciuto come fosse suo figlio.

Il regista con Yalitza Aparicio

Una storia di una grande donna in un set costruito identico alla casa dei Cuarón, con addirittura i mobili della famiglia stessa che sono stati fatti arrivare da ogni parte del Messico. Il ritorno all’infanzia è completo anche parlando agli esterni. Le strade sono le stesse che la tata ed il regista percorrevano, gli stessi i luoghi che visitavano, così come la maggior parte degli eventi descritti nel film. Un salto nel passato, quindi, in tutto e per tutto, in un freddo bianco e nero con l’animo di Amarcord.

 

Le donne di una vita in una storia made in Netflix

La nostalgia è anche per le donne della sua infanzia, regine della pellicola. Riviste con occhi nuovi, come un bambino non sa (ancora) fare, vengono descritte pensando alla tata, alla mamma, alla nonna del regista messicano con una lucidità senza precedenti. Cleo, la protagonista, è addirittura interpretata da un’attrice non professionista, che però è stata al passo, come tutti gli altri, con le direttive del regista. Il cui metodo è stato molto particolare, lavorando con i suoi attori per cento giorni senza pause, dando loro le pagine di copione un po’ per volta, lasciando spazio all’improvvisazione.

Alfonso Cuarón e le donne di Roma sul red carpetUn’ironia malinconica anche sulla situazione messicana degli anni 70, epoca di violente repressioni e di un esercito claustrofobico. Tutto questo, proposto in alcune sale selezionate e sul piccolo piccolo schermo dei computer. La distribuzione della pellicola è stata infatti affidata al colosso Netflix, scatenando non poche polemiche. Tuttavia, secondo Cuarón, il formato cinematografico non è inconciliabile con quello ‘portabile’, affermando che tanto, prima o poi, ‘tutti i nostri film finiscono lì‘.