Ecco perché il Manifesto di Venezia avrebbe dovuto salvare Martina Carbonaro dai leoni da tastiera

La favola del quarto scudetto del Napoli termina con l’ennesimo femminicidio, quello di Martina Carbonaro.

Marcia per Martina, uccisa dal suo ex fidanzato all’età di 14 anni.

Il femminicidio di Martina Carbonaro è una virgola, l’ennesima virgola di un lungo testo che racconta un fallimento. La peculiarità di questa morte è che a perdere la vita sia una quattordicenne, spogliata di ogni dignità quando gli altri hanno scritto di lei. Qualche giorno fa avrebbe compiuto 15 anni.

VENEZIA, 25 NOVEMBRE 2017

Esiste un manifesto “contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini”. È il manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell’informazione firmato a Venezia – il giorno per il contrasto della violenza contro le donne – quasi un decennio fa:

“Noi, giornaliste e giornalisti firmatari del Manifesto, ci impegniamo per una informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali, giuridiche. La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità”. 

Eppure, per Martina Carbonaro, non è andata proprio così.

Martina Carbonaro.

AFRAGOLA, 26 MAGGIO 2025

Il Napoli vince il suo quarto scudetto. Uno scudetto atteso, desiderato. Il cielo sopra la città e di un azzurro diverso. I napoletani si riversano in strada. Tra questi c’è un ragazzo, Alessio Tucci. Ha 19 anni e il cuore spezzato. È stata Martina Carbonaro a lasciarlo. Nonostante l’euforia dei tifosi attorno a lui, il volto di quella ragazza appare tra la folla in festa. Eppure non c’è. Il ragazzo prede il telefono e fa un tiktok filmando quegli istanti di gioia, di gioia altrui. Lui pensa a Martina. Lo scrive, lo posta. Qualche giorno dopo si danno appuntamento e la uccide, la uccide a sassate. L’ha lapidata, come nell’antichità. Nonostante le atrocità del delitto, a fare notizia non è il delitto. Il tema si sposta e l’oggetto del dibattito è la differenza d’età tra i due. I commenti sul web lapidano Martina per una seconda volta. Lo stesso i giornali, i salotti televisivi.

PER NON DIMENTICARE

L’Ordine dei Giornalisti ha espresso più volte in passato la mancata applicazione del Manifesto di Venezia. Ecco cosa dice il Manifesto, più attuale che mai:

  1. inserire nella formazione deontologica obbligatoria quella sul linguaggio appropriato anche nei casi di violenza sulle donne e i minori;
  2. adottare un comportamento professionale consapevole per evitare stereotipi di genere e assicurare massima attenzione alla terminologia, ai contenuti e alle immagini divulgate;
  3. adottare un linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali e le cariche istituzionali ricoperti dalle donne e riconoscerle nella loro dimensione professionale, sociale, culturale;
  4. attuare la “par condicio di genere” nei talk show e nei programmi di informazione, ampliando quanto già raccomandato dall’Agcom;
  5. utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne e superare la vecchia cultura della “sottovalutazione della violenza”: fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale;
  6. sottrarsi a ogni tipo di strumentalizzazione per evitare che ci siano “violenze di serie A e di serie B” in relazione a chi subisce e a chi esercita la violenza;
  7. illuminare tutti i casi di violenza, anche i più trascurati come quelli nei confronti di prostitute e transessuali, utilizzando il corretto linguaggio di genere;
  8. mettere in risalto le storie positive di donne che hanno avuto il coraggio di sottrarsi alla violenza e dare la parola anche a chi opera a loro sostegno;
  9. evitare ogni forma di sfruttamento a fini “commerciali” (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle le donne;
  10. nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare: a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili; b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento; c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”; d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via. e) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi subisce la violenza, nel rispetto della sua persona.

 

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