Plauto ride e Terenzio osserva: il lavoro è pesato solamente sulle spalle dei poveri

Ma quanto guadagnavano davvero ateniesi e romani? Scopriamolo.

Foto di dplastino

Atene garantiva compensi pubblici per favorire la partecipazione democratica, con salari per giurati e spettatori. Roma, invece, retribuiva solo i soldati: magistrati e cittadini partecipavano gratis alla vita politica. Le commedie di Plauto e Terenzio riflettono queste disuguaglianze, rappresentando servi ingegnosi ma subordinati e lavoratori sospetti nonostante la ricchezza.

Retribuzione politica ad Atene e modello ateniese

Nel cuore dell’età classica, la democrazia ateniese introdusse una forma di compenso pubblico volta a garantire l’accesso ai cittadini meno abbienti alla vita politica. A partire dal V secolo a.C., Pericle fece introdurre il misthós per i giurati dell’Elièa, pari inizialmente a due oboli al giorno, poi aumentato a tre dopo la vittoria a Sfacteria nel 425 a.C., secondo quanto riferisce Aristotele nella Costituzione degli Ateniesi (Aristot. Ath. Pol. 27, 3). Platone, in Le Leggi (VI, 759c), menziona il misthós ekklesiastikós, ovvero il salario per la partecipazione all’assemblea. Si trattava di una misura deliberatamente egualitaria: come afferma Plutarco, fu Pericle a istituire tali retribuzioni «perché i poveri potessero occuparsi degli affari pubblici» (Pericles, 9, 2). Il sistema si articolava in vari livelli: i membri della Bulè, il consiglio cittadino, ricevevano una dracma (sei oboli) al giorno; i giurati popolari tre oboli; persino il theôrikón, un fondo statale per assistere i cittadini nella partecipazione alle rappresentazioni teatrali, distribuiva due oboli al giorno per tre giorni, garantendo l’accesso anche ai più indigenti. Come riporta Aristofane nella Rana (v. 1106), “non c’è ateniese che rinunci al teatro, se pagato”, a testimonianza della pervasività di questa politica redistributiva. Secondo Demostene (Contro Androzione, 13, 47), il fondo teorico era talmente centrale da divenire oggetto di accese dispute politiche, poiché investiva 25–30 talenti all’anno.

In questa architettura retributiva, il cittadino non era compensato per produrre ricchezza, ma per partecipare. Si trattava di una democrazia fondata su un salario simbolico e identitario, dove la remunerazione diveniva parte integrante della cittadinanza attiva. E proprio tale visione, che concepisce l’economia non come arena produttiva, ma come spazio politico, si scontra frontalmente con il modello romano.

 

 

 

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Stipendi e mercato del lavoro a Roma in età classica

A differenza di Atene, la Roma repubblicana e imperiale non prevedeva retribuzioni pubbliche per i cittadini in quanto tali. Il termine stipendium designava esclusivamente il soldo militare: secondo Polibio (Hist. VI, 39, 12), un legionario guadagnava circa due oboli al giorno nel II secolo a.C., aumentati a quattro da Cesare (cfr. Suet. Iul. 26). Nel I sec. d.C., la paga base si aggirava attorno ai 225 denari annui, più eventuali donativi e bottino, ma i magistrati e i senatori servivano gratuitamente, ricevendo compensi solo in forma di prestigio, terre o clientele. I lavori manuali erano poco remunerati, ma diversificati: un fabbro o muratore poteva ricevere dai 50 ai 150 denari mensili, ma spesso la paga comprendeva vitto e alloggio. Marziale (Epigr. XI, 60) ironizza su un maestro di grammatica che guadagna meno di un auriga, mentre Petronio, nel Satyricon (75), descrive Trimalchione, un liberto arricchito, a capo di una vera e propria impresa agricola e contabile. La disparità retributiva era dunque evidente e socialmente accettata: l’assenza di una retribuzione per la partecipazione politica significava che l’arena pubblica era riservata a chi poteva permettersela.

Anche l’istruzione restava, almeno in parte, appannaggio delle classi abbienti. Quintiliano (Inst. orat. I, 1, 5) lamenta che “molti padri, pur potendo, preferiscono affidare i figli a schiavi ignoranti piuttosto che pagare un maestro di grammatica”. L’istruzione stessa era vista come merce, non diritto; il valore sociale non derivava dalla partecipazione, ma dalla nobilitas e dalla virtus. In tale contesto, la retribuzione segnava lo status più che l’inclusione: chi riceveva denaro per lavorare era spesso visto come infimus, nonostante la competenza o l’operosità.

Pregiudizio economico e sociale nella commedia romana

È nelle commedie di Plauto e Terenzio che tale visione si cristallizza e si diffonde. Lungi dall’essere meri divertissements, i testi teatrali riflettono e consolidano gerarchie sociali, offrendo una lente narrativa sulla stratificazione economica romana. I personaggi appartenenti alle classi lavoratrici – servi, artigiani, salariati – sono rappresentati in modo ambiguo: ingegnosi, sì, ma subordinati; centrali nella trama, ma mai nella scala del valore. In Aulularia, Euclione, ossessionato dal denaro, è ridicolizzato proprio per la sua piccolezza sociale. Ne il Miles Gloriosus, il servo Palestrione orchestra la beffa ai danni del miles, ma il suo ingegno non lo emancipa: rimane servo, astuto ma non premiato con la libertà o il riconoscimento.

Il servus callidus, figura tipica della fabula palliata, incarna la contraddizione romana: senza il lavoro servile, nulla funzionerebbe, eppure il lavoro stesso è disprezzato. Terenzio, in Adelphoe (vv. 71-75), mette in scena un servo affettuoso e intelligente, ma il suo destino resta vincolato alla sorte padronale. È l’ideologia del “servus-per-ingegno-ma-non-per-status” a dominare: l’economia è fondata sull’opera di chi resta invisibile. Il mondo delle commedie è popolato da mercennarii, cociones, lenones, ma anche da figure come il libertus locuples, che, pur avendo accumulato ricchezza, resta sospetto. Come dice Seneca (Epist. 47), “il servo è uomo come me”, ma la realtà culturale è diversa: il servo è utile, ma degradato; il lavoratore autonomo è ricco, ma volgare. Il teatro romano riflette e irrora questi pregiudizi, rappresentando un mondo in cui la mobilità economica non si traduce mai in piena accettazione sociale.

 

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