La “nuova guerra in Medio Oriente”: cosa sta succedendo in Iran

Un nuovo fronte di guerra è stato aperto da Israele dopo l’attacco alle basi nucleari di Teheran.

Alle continue stragi sulla Striscia di Gaza si aggiungono i bombardamenti israeliani sul territorio iraniano, ma non sempre le immagini di episodi crudi e violenti richiamano la giusta attenzione.

L’attacco

Venerdì mattina il mondo è stato travolto dalla stessa notizia ricorrente in qualsiasi canale televisivo satellitare o moderno social media: nella notte del 12 giugno Israele ha avviato un attacco con missili balistici verso le centrali nucleari di Teheran, dando il via a un’operazione che secondo l’Idf durerà ancora per diverse settimane. Avendo il conflitto già ottenuto l’appellativo di “nuova guerra in Medio Oriente”, la risposta dell’Iran non ha tardato ad arrivare sulle città di Tel Aviv e Gerusalemme. L’unico aspetto su cui le visioni dei due Stati sembrano essere d’accordo è porre fine al regime politico dell’altro: l’attacco di Israele è stato considerato non come un’operazione militare ma piuttosto una vera “dichiarazione di guerra” da parte dell’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran, secondo il quale questa mossa segnerà per lo Stato ebraico “un destino amaro”; mentre il premier israeliano cerca di destituire il regime degli ayatollah incitando il popolo iraniano a ribellarsi, quasi per emulare la recente rivoluzione siriana.

La strategia israeliana

Con la strage di civili che si sta consumando a Gaza causata dai bombardamenti e buona parte della comunità internazionale impegnata a condannare le azioni del governo israeliano, potrebbe sembrare rischioso aprire il conflitto su un nuovo fronte.

In realtà l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha dichiarato recentemente che l’Iran sta attuando un aumento del livello dell’uranio tale da considerare la possibilità di creazione della bomba nucleare, che si rivelerebbe una minaccia per Israele, stato non riconosciuto dall’Iran e che potrebbe cadere in uno scenario di deterrenza a causa del possesso dell’arma nucleare da parte di entrambi i Paesi. Quindi distruggere 200 obiettivi iraniani tra cui le riserve di uranio, la sede dell’Organizzazione di industrie aerospaziali (Oia), strutture nucleari, fabbriche di missili balistici, ma anche colpire comandanti, tecnici militari legati ai programmi di energia nucleare e diversi civili in zone residenziali, secondo Israele, è stata una specie di strategia di autodifesa preventiva.

Bisogna notare che il tempismo ha avuto la sua parte: infatti il ridimensionamento degli alleati del regime degli ayatollah (Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano…) ha creato il momento giusto per affrontare il nemico storico di Israele, forte anche dell’appoggio tacito degli USA, i quali erano al corrente dell’attacco programmato contro l’Iran ma non sono stati coinvolti militarmente. Trump sembra comunque approvare l’operazione israeliana definendola “un grande successo”, quasi minacciando Teheran di scendere a patti per non subire ripercussioni peggiori.

La perdita di empatia

Il concetto di escalation militare risveglia sempre nell’immaginario collettivo occidentale lo spettro di una “terza guerra mondiale”, perché memore delle operazioni belliche del secolo scorso, inizialmente concentrate solo in un territorio da parte di un unico stato per poi subire un ampliamento anche attraverso l’instaurazione di alleanze. Sicuramente oggi abbiamo la possibilità di avere più notizie sui conflitti e quindi di essere più consapevoli degli orrori che si giustificano con fini politici. Le continue immagini di stragi e morti che vengono trasmesse nei canali divulgativi hanno con il tempo sortito un effetto paradossale: invece di sensibilizzare le persone, le anestetizzano alla violenza. Al massimo le preoccupazioni possono riguardare un ripristino improvviso della leva militare, ma, finché si parla di terre lontane, abitate da persone con nomi stranieri, riusciamo a dormire sonni abbastanza tranquilli. Sembra che la nascita di situazioni come quelle di Gaza, della guerra in Ucraina e adesso in Iran sia considerata una normale ed inevitabile conseguenza di una politica estera che prevede il conflitto come risoluzione delle controversie, a cui si può solo assistere impotenti e assuefatti, convinti che non possiamo nulla contro quel male. Ma un’informazione più consapevole può essere la causa della perdita dell’empatia umana?

Lascia un commento