La comunicazione selettiva è strategia? Nel mondo della politica contemporanea, il silenzio può essere eloquente quanto un messaggio?

In una politica sempre più affollata di parole, dichiarazioni, smentite e finti retroscena, il vero colpo di scena è spesso l’assenza. L’assenza di Volodymyr Zelensky dai canali social ufficiali della premier italiana, sembra quasi essere una scelta editoriale. Ciò apre una riflessione su quanto il controllo della narrazione pubblica sia anche uno strumento ideologico.
Da Augusto a TikTok: la propaganda si evolve, ma la logica resta la stessa
Il caso di Volodymyr Zelensky, improvvisamente scomparso dai social della premier Meloni dal 2023, ne è un esempio perfetto. Nessun comunicato, nessuna polemica: solo un vuoto strategico. L’ultima volta che si è visto accanto alla premier era tutto un profluvio di post, bandiere ucraine, dichiarazioni di vicinanza. Poi, più nulla. Alla domanda “perché?”, il social media manager risponde: “Scelta editoriale”. Come se si trattasse della scaletta di un varietà.
E invece no. Non è una distrazione, è un calcolo. È la consapevolezza che nel mondo di oggi la vera propaganda non grida, ma sottrae. Togliere un’immagine, omettere un volto, evitare un riferimento: tutto questo ha lo stesso effetto — e lo stesso intento — della damnatio memoriae nell’antica Roma, quando il volto del nemico veniva raschiato via dalle lapidi. Solo che oggi non si usano scalpelli, si usano i filtri dell’algoritmo e le linee guida editoriali. È un potere silenzioso, ma non meno efficace.
D’altronde, fin dall’antichità i detentori del potere hanno compreso che il consenso si conquista non solo con le armi e le leggi, ma anche con le immagini, la retorica, i simboli. La Roma augustea costituisce uno dei primi esempi sistematici di propaganda di Stato: Augusto, consapevole della fragilità politica post-repubblicana, costruì un’immagine pubblica profondamente coerente, usando la poesia (con Virgilio e Orazio), la scultura, le iscrizioni e le monete per accreditarsi come “princeps”, garante dell’ordine e restauratore dei valori tradizionali. Non era necessario dire tutto: bastava suggerire, selezionare, silenziare. L’esaltazione della Pax Romana nascondeva la violenza delle guerre civili; la clemenza dell’imperatore celava l’eliminazione degli oppositori.

La costruzione del nemico e l’arte dell’oblio: dalla damnatio memoriae al revisionismo mediatico
La rimozione del volto di Zelensky dal flusso comunicativo non è un evento isolato: è parte di un processo più ampio in cui il potere si esercita attraverso la modulazione della visibilità. E in epoca romana, appunto, la damnatio memoriae colpiva gli sconfitti o i traditori: i loro nomi venivano cancellati dai monumenti, i volti scalpellati dai rilievi. Non era solo una vendetta simbolica, ma un gesto profondamente politico: far sparire qualcuno significava negargli il diritto a esistere nella memoria collettiva, e anche se oggi non viviamo più in un impero, molte logiche non sono cambiate.
Nel corso del Novecento, la propaganda ha raggiunto nuovi vertici di raffinatezza e perversione. Il regime nazista, in particolare, fece della comunicazione una macchina totalizzante: attraverso radio, cinema, scuola e stampa, Hitler e Goebbels imposero una narrazione unica della realtà, in cui ogni elemento estraneo veniva riletto o rimosso. La figura del nemico era costruita con metodo. L’ebreo, lo slavo, il comunista diventavano categorie semantiche prima che reali e il loro isolamento cominciava nel linguaggio ben prima che nei campi. Le omissioni non erano meno potenti delle affermazioni: non parlare della sofferenza, non mostrare il dissenso, non nominare l’alternativa, queste erano le regole implicite della propaganda totalitaria.
Il parallelo con la comunicazione odierna non intende equiparare i contesti, ma suggerire una continuità di metodo. Anche oggi, in epoca democratica e digitale, la selezione di cosa rendere visibile e cosa tacere è una forma di potere sottile ma potente e quando un personaggio simbolico come Zelensky sparisce dai feed istituzionali, non sparisce affatto: viene silenziosamente collocato altrove, in una zona neutra in cui non può più incidere sulla narrazione dominante.
Dalla retorica imperiale al revisionismo digitale
La linea che collega Roma al Reich passa proprio da qui. Anche i nazisti, come Augusto, avevano compreso che la propaganda non si limita a ciò che si proclama. Si costruisce nel controllo dei simboli, nel racconto selezionato, nell’assenza programmata. I loro reietti venivano cancellati dai filmati, dai testi scolastici, dalle rappresentazioni pubbliche prima ancora di essere deportati. Non c’era bisogno di proclami quotidiani. Bastava non nominarli più, non mostrarli, non concedere loro consistenza semantica. In questo modo, la realtà veniva riscritta per omissione.
Oggi, in forme molto più sofisticate ma non meno insidiose, accade qualcosa di analogo. Quando un leader politico decide di eliminare una presenza dal proprio racconto pubblico — che sia un alleato, un oppositore, un tema — non sta facendo solo comunicazione: sta ridefinendo ciò che il suo pubblico può pensare, vedere, ricordare. È una forma di ingegneria simbolica che opera per epurazione. E proprio per questo è potentissima.
Non si tratta, sia chiaro, di paragonare regimi o catastrofi, ma le logiche si assomigliano più di quanto ci piaccia ammettere. Ogni volta che un’immagine sparisce senza spiegazione, ogni volta che un concetto viene silenziato in nome della “strategia”, siamo di fronte a una scelta politica mascherata da gesto tecnico ed è lì che nasce la propaganda vera: non nello slogan, ma nel silenzio che lo circonda.