La psicopatologia è ricorrente nei casi di cronaca: Freud ha ancora molto da dire

Come Freud ha scoperto l’inconscio, rivoluzionando la concezione della psiche, ancora l’uomo appare vittima di uno squilibrio difficile da comprendere.

un quaderno con una penna sopra di esso

Nella notte del 3 aprile due persone in provincia di Napoli si sono tolte la vita. Freud è inventore della psicoanalisi e il primo a trattare dell’inconscio, rileggiamolo alla luce di queste tragiche morti.

La rivoluzione freudiana

Sigmund Freud è il neurologo austriaco che, a partire dalla scoperta dell’inconscio, ha fondato la psicoanalisi. Nel clima culturale di fine ‘800, segnato dalla cieca fiducia nella scienza e nel progresso, rivoluziona la concezione umana di mente e di ragione. Per la prima volta, dopo oltre 2500 anni di filosofia, dimostra con indagini mediche che l’io e la ragione non coincidono: in ognuno c’è un “di più” oltre la razionalità. Cambia il modo dell’uomo di pensarsi nel mondo e nel rapporto con sé stesso. Da un lato lo indebolisce, mostrandogli quanto poco di sé è in grado di comprendere, dall’altro lo nobilita, conferendogli il pieno potere sulla propria psiche. A partire da questo, Freud inventa la psicoanalisi: un metodo di indagine sulla propria mente in tutti i suoi strati, che funziona anche per persone sane.

Secondo Freud, quando noi nasciamo nella nostra psiche non c’è niente, è ”tabula rasa”, come sostenevano San Tommaso e Locke. Quando nasce un bambino ha la facoltà di pensare ma non ha pensieri, né consci né inconsci. Tutto ciò che pensiamo si genera nell’impatto con la realtà, nell’incontro tra l’Io e il reale. I primi pensieri, chiamati pensieri primitivi, sono generati da una sollecitazione che viene dalla realtà e Freud li chiama “trieb”, che significa pulsioni. Il bambino, quando per la prima volta viene allattato, riceve una spinta per le sue azioni successive: da quel momento  piange per avere il latte. La pulsione è un pensiero attivo che vuole soddisfazione: il fanciullo è formato unicamente da pulsioni. Un adulto invece, trovandosi in compagnia di altri e tenendo alla loro approvazione, in nome di quest’ultima non segue le proprie pulsioni. La pulsione, invece di essere soddisfatta, subisce un altro destino: la rimozione. Le pulsioni rimosse restano nell’inconscio e “ciò che è rimosso prima o poi riaffiora”. Freud osserva perché si sacrificano le pulsioni: si rimuove ciò che è penoso quando la soddisfazione della pulsione produrrebbe pena. La pulsione è regolata dal principio di piacere: è la prima legge della nostra azione, l’unico fine e consiste nel raggiungimento della soddisfazione. Ma con questo coesiste anche il principio di realtà: la coscienza della realtà esterna e dell’altro, è ciò che spiega la rimozione delle pulsioni. La compresenza di due principi crea la pena, noi siamo determinati dalla dialettica fra i due principi.

Come nasce uno squilibrio?

Freud, nel corso della sua carriera di medico, ha capito che la personalità non è monolitica, ma si compone di più istanze. È determinata da una parte conscia, in cui l’uomo esercita la propria razionalità, ed una parte inconscia, formata da “es” e da “superego”. L’ego è l’io cosciente: di fatto coincide con il conscio. L’es è la parte dalla psiche che funge da sede delle pulsioni: quando riaffiorano sembra che non ci appartengano. È la prima parte della psiche che si forma, le pulsioni sono i pensieri primitivi, nascono prima di quelli razionali. Il superego è l’istanza che sta sopra la profondità dell’essere, è la sede dei principi morali, definita da Freud anche come “il sostituto psichico dei genitori“: sono loro i primi ad imporre un principio. Sono principi che abitano in noi e il nome dei quali noi agiamo; ma hanno natura inconscia, sono stati creati dalla nostra mente e non sono basati su una riflessione o alcun tipo di etica. Non sono razionali, ma possono essere razionalizzati. Sono regole alle quali le azioni si conformano senza alcuna imposizione esterna. Queste due istanze guidano l’azione, ma le pulsioni violano i principi morali inconsci e i principi morali inconsci chiedono la rimozione delle pulsioni. Questa dualità dell’inconscio porta alla nascita di un desiderio e alla castrazione del desiderio stesso. L’ego è influenzato dalla lotta costante tra es e superego e viene determinato da quella che prepondera fra le due istanze. In questo scontro, il pensiero non si ferma mai, neanche di notte. Noi siamo il risultato di una lotta stremante: quando la lotta funziona, c’è un equilibrio tra es e super ego e questa condizione genera una persona equilibrata. Mentre, quando la lotta non funziona e una delle due sovrasta completamente l’altra, si genera uno squilibrio: l’individuo può presentare un comportamento estremamente pulsionale o estremamente inibito. Entrambi sono comportamenti antisociali: l’individuo è talmente determinato dai propri conflitti interiori da non essere in grado di pensare o vivere nella relazione con gli altri. Il primo a soffrire della nevrosi è l’individuo stesso, non gli altri, perché ostacola l’unico vero principio in nome del quale noi agiamo: il piacere.

Una lotta sempre in corso

Negli ultimi decenni è stata rilevata una crescita incrementale dei casi di suicidio e di psicopatologie, diffusissime anche fra i giovani. La scoperta della propria profondità è un’arma a doppio taglio per l’uomo del XXI secolo. La nostra società è costituita da principi rigidi legittimati dalla catena dei social network, che giudica nel consenso e nel dissenso ogni nostro comportamento. Il concetto di “dovere” è costantemente alimentato e consolida le pressioni a cui siamo esposti quotidianamente. L’individuo ha un paragone su scala globale per ogni suo successo e fallimento e arriva debole e inibito di fronte alle proprie complessità. La costante lotta interiore fra il desiderio e il principio si rivela una lotta impari in cui il singolo assorbe ogni giudizio esterno come una ferita. Queste leggi non scritte portano l’individuo ad automaticizzare la rimozione e a rendergli sempre più difficile l’espressione e l’accettazione del proprio io nella sua interezza. I casi di cronaca degli ultimi giorni sono una prova ulteriore del grido d’aiuto di persone fragili di fronte ad una lotta di soli vinti. Ogni individuo è solo nelle proprie spinte e deve in qualche modo sottostare alle regole che gliele presentano come illegittime. Queste dinamiche portano l’uomo a non riconoscersi e a non volersi conoscere nella paura di tutto ciò che di imperfetto potrebbe trovare. Un atto estremo come il suicidio è l’apice del crollo relazionale che questi squilibri comportano. È importante ricordare di non essere soli in questa lotta, ognuno di noi ne è esito. La psicanalisi freudiana ha, per la prima volta nella storia, riconosciuto un’onnipotenza all’individuo di fronte al proprio pensiero. Anche nei casi più difficili, se si riceve il giusto aiuto, è possibile sbrogliare la complessa tela che forma la nostra mente e tornare ad esserne padroni. Quante azioni “malate” non sono altro che l’esito fallimentare di una sofferenza interiore che fatica ad emergere? A volte i nostri pensieri possono essere ancora più temibili del mondo esterno, ma non esiste parte di noi che non possa essere capita o che non valga la pena di scoprire.

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