La radice del male: il patriarcato e i femminicidi non sono biblici

L’origine del patriarcato e tutte le nefande conseguenza sono spesso attribute Al testo sacro dei cristiani, ma questa è una lettura veloce e superficiale della bibbia.

I recenti femminicidi di Sara Campanella e Ilaria Sula hanno scosso l’opinione pubblica italiana, riportando al centro del dibattito una ferita profonda e mai rimarginata: quella della violenza contro le donne. Due storie diverse, due giovani vite strappate con brutalità, accomunate da un destino ingiusto e da una realtà che continua a sembrare immobile, come se il tempo non bastasse mai a cambiare una mentalità che affonda le sue radici in una cultura patriarcale profondamente radicata.

Come reagiamo alla notizia di un femminicidio.

Ogni volta che si consuma un femminicidio, ci chiediamo “perché?” e soprattutto “come è possibile?”. Ma troppo spesso ci si ferma a risposte superficiali, cercando il mostro, il singolo colpevole, senza interrogarsi sulle strutture culturali che alimentano certi comportamenti, che li rendono possibili, in certi contesti persino giustificabili.

Tra queste strutture c’è anche un uso distorto della religione. In particolare, la tradizione giudaico-cristiana ha giocato un ruolo centrale nel modellare la visione della donna nelle società occidentali. Uno dei versetti più citati e, purtroppo, più mal interpretati è Genesi 2:23: “Questa finalmente è carne della mia carne e osso delle mie ossa; la si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta.”

La giusta esegesi e contestualizzazione del testo biblico

Da qui, nei secoli, si è fatta strada l’idea che la donna sia un derivato dell’uomo, un essere creato dopo, e quindi minore, subordinato, accessorio. Ma è davvero questo che dice il testo? No. Un’analisi più attenta del testo ebraico rivela che la donna non nasce per essere serva o proprietà dell’uomo, ma per essere “ezer kenegdo”, espressione che significa “aiuto corrispondente”, “alleata di pari dignità”. Non un complemento, ma un contrappunto. Non un’estensione, ma un riflesso. Il gesto stesso della creazione è stato frainteso: Eva non viene tratta dalla testa per dominare, né dai piedi per essere calpestata, ma dal fianco, vicino al cuore. Questo dettaglio simbolico, poetico e profondamente teologico, è stato per troppo tempo ignorato. Per secoli, invece, si è costruita una teologia e un’immaginazione collettiva fondata sulla gerarchia tra uomo e donna, attribuendo a Dio un progetto che in realtà è solo umano. E così si è passati dalla costola all’obbedienza, dalla differenza alla disuguaglianza, giustificando ruoli imposti, silenzi forzati, e, nei casi estremi, la violenza. Ma la Bibbia, letta con onestà, non è un testo maschilista. È un racconto complesso, dove le donne hanno ruoli chiave: Sara, Agar, Rebecca, Rut, Ester, Debora, Maria, donne forti, attive, strategiche, ispiratrici. La tradizione le ha ridotte a simboli passivi, ma i testi originali raccontano ben altro. C’è dunque un’enorme responsabilità educativa e culturale: smettere di usare la religione come scudo per il patriarcato e iniziare a leggerla per ciò che è – o che dovrebbe essere –: una fonte di liberazione, non di oppressione.

Capire le radici di questa pianta nefasta

Nel piangere Sara e Ilaria, e tutte le donne che le hanno precedute e quelle che purtroppo le seguiranno, non possiamo più permetterci il lusso dell’indifferenza o della semplificazione. Bisogna scavare nelle radici della cultura che produciamo, insegniamo e tramandiamo. E anche nella Bibbia, se necessario. Non possiamo a guardare questi fatti senza provare una fitta di colpa collettiva: per ogni parola taciuta, per ogni stereotipo non scardinato, per ogni versetto accettato passivamente. Ogni volta che si giustifica l’inferiorità della donna con la religione, si compie un’ingiustizia doppia: contro la donna, e contro Dio.

 

2 commenti su “La radice del male: il patriarcato e i femminicidi non sono biblici”

  1. “i testi originali raccontano ben altro”
    mi fa sorridere questa storia di usare i “testi originali” (che tre l’altro nessuno possiede se mai siano esistiti come noi li concepiremmo) solo quando fa comodo a coloro che usano la bibbia quando gli conviene e poi si affrettano a nasconderla o mistificarla quando potrebbe ostacolarli.
    Per quanto riguarda la concezione della donna nella bibbia è molto indicativo il termine usato per la parola femmina :isha (mi scuserete se non la scrivo con le lettere giuste ma solo come si legge) che non è altro che il femminile di ish,uomo.E’ come se noi dicessimo “uoma” invece di femmina.

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    • Ciao, Pietro. Prima di tutto desidero ringraziarti per aver espresso il tuo parere e per aver dedicato un po’ del tuo tempo nella lettura del mio articolo. Spero che tu possa leggerne anche altri e che tu possa trovare degli spunti su cui riflettere. Riguardo le tue osservazioni fatte, quando scrivo i “testi originali” intendo l’aggettivo “originale”, nell’accezione di testo privo di alterazioni dovute a interpolazioni e/o mistificazioni esterne: Quando leggiamo un testo raramente abbiamo un’ottica pura e scevra da pregiudizi e molto spesso il testo biblico è stato letto con lenti totalmente non in armonia con il messaggio biblico (vedasi l’apologia della schiavitù da parte dei proprietari di schiavi neri nell’America di inzio 800 ). È vero che molto spesso molti cristiani scelgono solo ciò che conviene loro per avvalorare le loro tesi, trascurando il contesto biblico, il retroterra teorico e culturale e la tradizione dello scritto, minando una corretta esegesi del passo biblico. Tuttavia, ciò deve portarci a uno studio più scientifico del testo, denunciare gli usi impropri ed educarli, senza cadere in critiche distruttive e abbandonare la materia per la sua difficoltà. Riguardo la parola Ishàh, che, come giustamente scrivi, è la controparte femminile del termine ish, uomo, dovrebbe invece portarci verso nuove riflessioni. Conosco bene la critica che viene spesso volta contro questa terminologia, ma in realtà il testo e la tradizione patristica, esegetica e linguistica affermano tutt’altro! In ebraico, ish (uomo) e ishah (donna) non hanno la stessa radice, anche se in Genesi 2:23 il testo gioca volutamente sulla somiglianza. È un artificio poetico per esprimere unità e legame profondo, non superiorità o gerarchia.
      I Padri della Chiesa hanno letto questo gesto — la donna tratta dal fianco dell’uomo — come simbolo di eguaglianza e vicinanza, non di subordinazione.
      E nei testi ebraici antichi, come il Midrash, si nota che ish e ishah condividono le lettere del fuoco (אש), ma differiscono per una י e una ה, che insieme formano il Nome di Dio. Dove c’è armonia tra i due, lì dimora anche Dio.
      Questo passo ci invita a guardare oltre le apparenze e a capire che la Bibbia è un testo ricchissimo e complesso, pieno di livelli di lettura. Anche i versetti più ostici, se contestualizzati, rivelano la profondità dell’intento degli autori e un messaggio che parla anche all’uomo e alla donna di oggi. È innegabile e sarebbe farisaico non aggiungere l’ingiusto trattamento che le donne hanno dovuto subire nella bibbia, ma la loro presenza non corrisponde a una giustifica. Spero che nel condividere un po’ delle mie conoscenze con te, tu possa rivalutare la posizione biblica della donna. Ti lascio con queste due citazione tratte dal capitolo 3 da un libro di Ellen G. White chiamato “Patriarchi e profeti”: “Nel principio, quando Dio creò l’uomo, lo creò maschio e femmina. Adamo ed Eva, creati a immagine di Dio, erano in completa uguaglianza, senza nessuna differenza tra di loro quanto alla dignità, alla grandezza o all’inalienabile diritto alla felicità.” e “Alla creazione, Dio le aveva dato pari dignità rispetto ad Adamo. Se la coppia avesse ubbidito alla grande legge dell’amore, entrambi sarebbero vissuti per sempre in perfetta armonia. Il peccato invece li aveva divisi, suscitando la discordia: così la loro unione si sarebbe mantenuta solo se una delle parti si fosse sottomessa all’altra.” Grazie ancora e buon sabato.

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