Un’analisi della “working class hero” nell’attuale mercato del lavoro: l’eco di una canzone eterna

“Working Class Hero” è un brano musicale composto da John Lennon nel 1970.

La canzone di John Lennon, poi reinterpretata dai Green Day, “Working Class Hero” ha attraversato il cuore di tante generazioni. Una canzone che parla di lavoro, precarietà e promesse infrante. Vediamo come possa essere analizzata, questa canzone, alla luce dell’attuale mercato del lavoro.

La genesi del brano e il contesto storico

La canzone racconta la storia di qualcuno cresciuto in una famiglia della classe operaia, narrando dell’insensibilità provocata dai condizionamenti sociali, affermando che in questa società solo il conformarsi è remunerativo. La libertà e una società non più divisa in classi sono miti concepiti allo scopo di oscurare la nostra fondamentale mancanza di controllo sulle nostre vite, mentre i media, la religione, la sessualità commercializzata e le droghe, legali e non, cospirano tutte allo stesso modo per smorzare il nostro desiderio di cambiamenti sociali.

John Lennon era cresciuto detestando la polizia e considerando l’esercito “come un’entità che porta via le persone e le lascia morire da qualche parte”. Il cantautore afferma di aver sempre avuto una coscienza di classe, di essersi opposto al sistema fin da bambino, quando disegnava vignette satiriche, e di aver esplicitato questa sua vena antagonista anche nei suoi libri nonsense. Gli anni trascorsi con i Beatles, tuttavia, lo avevano parzialmente distolto da queste posizioni. La fama raggiunta dal gruppo impediva infatti ai componenti di esprimere liberamente le proprie idee, Dopo alcune considerazioni sulla politica britannica e sulla mancanza della libertà di espressione all’interno dell’industria discografica, John ipotizza la necessità di una collaborazione tra operai e studenti per operare cambiamenti concreti nella società: “Mi sembra che gli studenti siano ora abbastanza ‘svegli’ per cercare di risvegliare i loro fratelli lavoratori. Vorrei incitare le persone a rompere gli schemi, a essere disobbedienti..”. Il discorso prosegue finchè Yoko non evidenzia l’importanza della comunicazione efficace e della diffusione di una cultura di pace: ottenere il potere senza violenza. John, però, non è d’accordo: “Non si può prendere il potere senza lottare”. Crescere a contatto con la classe operaia del Liverpool lo aveva reso un “socialista istintivo”. Ciò significava nutrire una profonda ostilità verso la classe dirigente britannica, odio per la guerra e una forma particolare di umorismo, che gli ha consentito di diventare un eroe ribelle della classe operaia.

“When they’ve tortured and scared you for 20 odd yearsThen they expect you to pick a careerWhen you can’t really function, you’re so full of fear
A working class hero is somethin’ to be”

Il lavoro nel mezzogiorno

Negli ultimi decenni, l’Italia ha affrontato numerose sfide in ambito occupazionale. Nonostante la stabilità, relativa in alcune aree, il paese ha visto un elevato tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile, con picchi più alti nelle regioni del Sud rispetto al Nord. Il tema del Mezzogiorno italiano e delle sue difficoltà lavorative rappresenta uno dei nodi più complessi e discussi nella storia economica e sociale d’Italia. Si tratta di una questione radicata che affonda le sue origini nel divario tra Nord e Sud del Paese, con implicazioni storiche, economiche, sociali e culturali. Le radici del problema affondano una lunga storia nel panorama italiano, risalente all’unità d’Italia e mai del tutto risolta con il passare degli anni. Dopo l’unificazione del Regno d’Italia del 1861, l’Italia si trovò a gestire due realtà economiche molto diverse: il Nord più industrializzato e il Sud prevalentemente agricolo. Le politiche economiche adottate dal Regno d’Italia favorirono spesso il Nord, approfondendo il divario tra le due parti, lasciando il sud del paese in balìa della povertà per via della sua struttura economica, basata principalmente su un sistema latifondista, caratterizzato da grandi proprietà terriere concentrate nelle mani di pochi, a scapito della produttività e della giustizia sociale. Le attuali difficoltà lavorative si riscontrano in molteplici aspetti, quali: l’elevato tasso di disoccupazione, per via di carenze di investimenti infrastrutturali e industriali che contribuiscono a creare una scarsità di posti di lavoro stabili; il lavoro in nero, soprattutto in settori di edilizia, servizi e agricoltura, che non assicura alcuna tutela e nessun diritto, non contribuendo in alcun modo nella creazione di un fondo di pensionamento, né di dichiarazione ai fini fiscali di un lavoro legalmente eseguito; l’emigrazione giovanile, che sorge per mancanza di opportunità, costringendo soprattutto i giovani a emigrare al nord o all’estero, portando un progressivo spopolamento e a una grande perdita di capitale umano; la criminalità organizzata è un ulteriore ostacolo allo sviluppo socio-economico della zona del sud Italia, poiché scoraggia gli investimenti e controlla alcuni settori lavorativi in modo illegale.

L’eredità del 1968 e le conseguenze sul mondo del lavoro

Il movimento del Sessantotto, è un fenomeno socio-culturale avvenuto negli anni a cavallo dell’anno 1968, durante i quali grandi movimenti di massa socialmente eterogenei (studenti, operai, intellettuali e gruppi etnici minoritari), formatisi spesso per aggregazione spontanea, interessarono quasi tutti gli Stati con la loro carica di contestazione giovanile contro gli apparati di potere dominanti e le loro ideologie. Punto di partenza è il noto miglioramento dei salari, avvertito come necessità soprattutto dagli operai. Le novità del periodo riguardano anche il lavoro femminile, dovuta da due crescenti necessità: da un lato diventa importante avere due redditi in famiglia, dall’altro aumenta il desiderio di indipendenza delle donne. Prima, la settimana lavorativa era di 48 ore, e solo grazie a questi movimenti, il monte-ore settimanale si riuscì a ridurre notevolmente. La rivoluzione si mosse anche a discapito dei lavori delle catene di montaggio, ripetitivi e monotoni, andando verso l’automazione industriale. Moltissimi altri furono i miglioramenti apportati alla cosiddetta “working class” ma uno fra tutti è necessario citarlo, ovvero il crescente welfare statale che ha donato il sistema sanitario nazionale, concedendo all’Italia, nel 1978,  uno dei migliori sistemi sanitari al mondo.

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