Perché quando si avvicina l’Epifania siamo così tristi? Leopardi ce lo spiega in prosa ed in poesia.

“La sera del dì di festa”, “Il sabato del villaggio” e “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere” delineano un percorso profondo in quella sensazione malinconica che accompagna la fine delle festività.
LA TEORIA DEL PIACERE
Il bello di Leopardi è che nessuno dei suoi componimenti è lì solo per essere ben scritto. Ogni tema instaura una riflessione più profonda, complessa e soprattutto strettamente filosofica. Leopardi è un vero filosofo. Con o senza versi, ha una risposta per tutto. Non si limita ad esprimere una serie di pensieri, che noi ricostruiremmo in una “poetica”, ma crea un sistema filosofico con una visione del mondo. Il suo pensiero è di una complessità che ha pochi eguali nella nostra poesia. Nello Zibaldone esprime alcuni dei suoi concetti chiave: l’uomo, dotato di ragione ma di una ragione finita e limitata, non può comprendere la Natura perché questa è infinita. Non solo, la Natura non fa niente per farsi comprendere e sembra addirittura che vada contro l’uomo. Se quest’ultimo è venuto al mondo per essere felice, allora come mai esistono pestilenze, guerra e morte? Si può solo concludere che la Natura è una nemica. E di noi cosa rimane? Una serie di dubbi senza una vera e propria capacità di trovare risposte. Nel 1825 Leopardi scrive: “tutto è male”. Nella vita però c’è piacere, no? Ebbene, questo piacere è qualcosa di infinito, quindi l’uomo non può raggiungerlo se non in una versione momentanea. L’uomo è piccolo, ma tende a una grande felicità, e per questo è infelice. Nel momento in cui la felicità dovrebbe arrivare è già svanita. Un po’ quello che succede durante le feste, e non a caso queste sono l’esempio preferito di Giacomino (assieme a donne più o meno inesistenti) per illustrare le sue teorie.

LA SERA DEL Dì DI FESTA
È la sera che segue un giorno di festa (se non si fosse capito) esattamente come quelle che viviamo noi, magari ancora a casa di parenti, dopo un pranzo cospicuo e qualche partita. Come dice Leopardi, ci si inizia a “stringere il core”, come già si stringeva quando eravamo bambini, nello stesso giorno: la festa sta finendo, presto il tempo ricomincerà a scorrere in modo ordinario. Perché le feste non sono solo giorni speciali, ma momenti del tempo umano che una comunità sceglie e designa. Perché esistono? Forse per onorare qualche tradizione, perché sono sempre esistite, perché qualcosa di notevole è successo in quel giorno tanto tempo fa. Non importa saperlo, purché siano momenti che alternano, con celebrazioni, canti e balli, il monotono scorrere del tempo. Sono delle illusioni necessarie. Il Natale era in origine il solstizio d’inverno, considerato il momento più buio dell’anno, che quindi richiedeva il raccogliersi per scacciare il freddo e la solitudine. Ma quel calore, il giorno dopo o già la sera stessa, era di nuovo sostituito dal buio, che dura molto più a lungo. Insomma, il giorno di festa pur così atteso è seguito solo da malinconia.
IL SABATO DEL VILLAGGIO
La vera felicità è quella di un sabato sera, il giorno più gradito dei sette, quando tutti si preparano al riposo della domenica che è alle porte. Il contadino e la giovane tornano dalla campagna, i bambini già giocano in piazza, il suono della tromba “riconforta” il cuore con l’idea della festa comandata. La Chiesa, che ha sostituito molte delle feste pagane con feste religiose, ha avuto il ruolo importante di scandire il tempo della vita dei cristiani. Leopardi ne intuisce quasi il valore antropologico cantando dell’importanza dei momenti non ordinari. Con “il sabato del villaggio” lui, che non crede nemmeno, vuole dimostrare che la vera felicità non è la festa ma l’attesa di questa. “La felicità è sempre futura”, il momento più gradevole che possiamo permetterci è l’aspettativa di quello che verrà il giorno dopo. Ma quando il giorno sarà arrivato si penserà al lunedì e al ritorno al lavoro. Questa è l’amarezza del 25 sera, del 6 gennaio. La conclusione è che l’unica gioia possibile è il passeggero sollievo dai dolori. Ma in quanto passeggero, quel sollievo genera una gioia che è solo illusione. E dove ci porta questo?

DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE
Questo breve dialogo tratto dalle “Operette Morali” è partito da una specie di piccolo sondaggio che Leopardi fa alle persone che conosce: se potessi, torneresti indietro a rivivere gli anni che hai vissuto, a patto che siano identici a come sono stati? Tutti gli rispondono di no, quindi Leopardi conclude che la felicità non è alla nostre spalle, ma davanti. Come per il sabato al villaggio, la felicità è sempre qualcosa che deve ancora avvenire, una tendenza. Il protagonista del dialogo, un passante casuale che incontra un venditore di almanacchi, è di quest’idea. L’almanacco, un calendario con previsioni per l’anno nuovo, una specie di oroscopo, è un concetto che lo incuriosisce. Chiede al mercante se davvero lui pensi che sia meglio conoscere il futuro prima di viverlo, invece di continuare a sperare in una felicità che arriverà. Quando il mercante concorda con lui il passeggero è soddisfatto, chiede quale sia il calendario più costoso, lo compra e se ne va. Con questo finale inaspettato ed ironico Leopardi ci ricorda che nemmeno la più logica delle riflessioni può impedirci di prestare almeno un po’ di fede alle illusioni di felicità. Per quanto sia amara la sera di Natale, noi l’aspettiamo con ansia, tant’è che abbiamo delle vigilie previste. Quello che il giorno dopo ci serba non ci riguarda fino al giorno prima.
“Altro dirti non vo’: ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.”