The Apprentice, film scandalo su Donald Trump: vediamo se per Manzoni sarebbe vero storico

Analizziamo come scrivere seguendo il vero storico con il film The Apprentice.

The Apprentice: intervista ad Ali Abbasi, regista del film su Trump

The Apprentice è uscito e Trump ha già accusato lo sceneggiatore di essere un bugiardo, quindi qualcosa di vero ci deve essere. Ma come si fa a fare un film “storico”? Chiediamolo al maestro del genere.

LA TRAMA: TRA FINZIONE E REALTÀ

La trama del film è una parte della vita di Trump di cui possiamo indovinare le fonti: giornali, libri, carte e documenti sono tutti ad accesso libero per chi volesse condurre le proprie ricerche. Anche Manzoni compie un lavoro di indagine storica, quando scrive i Promessi Sposi ma ancor prima le tragedie. La tecnica per un romanzo storico o un film storico non cambia di molto. Il pubblico si aspetta una realtà convincente e unitaria. La mancanza di questo è una pecca, per Manzoni e per Ali Abbasi, il regista iraniano. Eppure, non tutto quello che c’è nel film può essere successo davvero, altrimenti non sarebbe un film m un documentario. Manzoni parla della creazione del verosimile: uno scrittore di romanzi “frantuma” la coscienza storica formatasi e trai rottami ottenuti mescola invenzioni fantastiche (in Del Romanzo Storico, lettera del 1828-29). E questa è proprio la struttura del film.  Ci sono parti narrative e momenti di quasi documentario, dove si ricreano vere interviste. Queste interviste vengono inserite proprio perché la parte di invenzione può ragionare su come si è arrivati a quelle, cosa c’è sotto la loro preparazione, se si può supporre che qualcuno ha mentito. Un insieme di battaglie non è ancora la storia, direbbe Manzoni. In maniera simile, un insieme di interviste non spiega la complessità di un personaggio come Trump. Ad esempio, tutti sanno che Trump ha inaugurato la Trump Tower nel 1983. Il film cerca di ricostruire cosa deve essere successo negli “interstizi”, e così la Trump Tower diventa il primo passo verso il declino dell’umanità del magnate (simbolicamente, un grattacielo significa elevarsi a Dio). Come Manzoni, il film si prende alcune libertà storiche: Roy Cohn è morto in un centro di cure, non nella residenza di Trump. Nel film la sua “ultima cena” è ad un tavolo rettangolare, con Trump a capotavola e lui agli antipodi. Questo è un parallelo con la scena iniziale, in cui Cohn siede ad un tavolo rotondo, senza gerarchie, con Trump e alcuni gangasters. Trump ora ha il potere assoluto, prende in mano i funerali del vecchio amico per “possederne” anche la morte e quando arriva il momento, si dà credito di tutti i suoi insegnamenti come un parassita che mangia le carni di una carcassa. Le scene “al tavolo” sono un buon esempio del verosimile: non sappiamo se quella precisa conversazione è avvenuta a quel tavolo di un club di lusso, ma si sa che i magnati newyorkesi discutono i loro affari così. Inoltre, i mafiosi seduti al tavolo sono personaggi storici: Carmine Galante e Tony Salerno, che controllano la situazione edilizia newyorkese del tempo. Anche l’accusa federale per non aver affittato i suoi appartamenti a persone di colore è vera, ed è stata riportata all’attenzione durante il mandato di Obama, quando Trump ha messo in discussione il paese di nascita del presidente. E pensare che questo film non affronta nemmeno il Trump post-2000 e il modo in cui ha governato l’internet fino alle elezioni attraverso false notizie.

BUONI E CATTIVI

All’inizio sembra che dobbiamo avere pietà del giovane Trump, che non riesce a dare uno slancio alla sua carriera di agente immobiliare e che ha un padre troppo severo. È un Trump ancora impacciato, questo è proprio perché lo si vuole rappresentare in tutte le sue sfumature. Se lo si volesse cattivo basterebbe scrivere una favola allegorica. Non ci sarebbe spazio per trattare quel tessuto umano che Manzoni chiama “poetico”. Invece viene rappresentato così perché dobbiamo capire bene come si va, si fa per dire, da zero a cento, dall’essere completamente ignorante della meschina speculazione edilizia e del boicottaggio della politica ad esserne un esperto manipolatore.  Il personaggio più importante oltre Trump è Cohn. La sua caratterizzazione ci fa davvero capire la volontà dell’artista di dipingere un “quadro articolato” (sempre da Manzoni, Del Romanzo Storico). È evidente, di nuovo, dal discorso a tavola dell’inizio del film. Questo avvocato è presentato come il genio che è, che trova l’idea di denunciare il governo per sbrogliare la causa. Non tutti gli storici sono d’accordo sul fatto che Cohn fosse un omosessuale ma il film segue questa linea. Il fatto che però aveva usato la minaccia di rivelare l’omosessualità di qualcuno è vero ed è successo più di una volta. Cohn è tecnicamente un cattivo ma anche Trump lo è. Una trattazione a parte meriterebbe il personaggio di Ivana, una donna che cerca di prendersi il proprio successo ma gelosa della sua indipendenza, che però poi diventa schiava delle manie di potere del marito. Basterà dire che l’attrice che la interpreta, Maria Bakalova, ha detto di aver maturato un grande rispetto per questa figura femminile.

Official Posters for 'The Apprentice' : r/movies

LO SPIRITO DI UN’EPOCA

Nei Promessi Sposi diversi elementi rimandano allo “spirito di un’epoca”: la mentalità superstiziosa ma anche le usanze, le pietanze consumate, povere e contadine. Anche in The Apprentice si cerca di sintetizzare i mitici anni Ottanta. In questo interviene il regista più che lo sceneggiatore: dei veri e propri medley di trucco colorato, luci neon della città e una curata selezione delle canzoni. Con le parole di Manzoni questo è “dipingere un secolo per mezzo di una favola di sua invenzione”.

TEMI E MOTIVI

Numerosi motivi si aggirano per la trama mostrandone la complessità. Il più importante è un classico dei film anni Ottanta, ovvero far svolgere buona parte della trama in corte. La trama che si scioglie in un’inchiesta è molto comune (ci sono anche film di Natale così) e ci mostra ancora una volta come la verità e la giustizia passino per la parola. Un altro motivo ricorrente è la metafora del killer. All’inizio Trump annuncia con orgoglio che al mondo ci sono perdenti e assassini. La metafora sembra vuota d esaltata ma poi cambia di senso quando lui inizia a sentirsi l’assassino di suo fratello, a cui non ha dato attenzione nel momento del bisogno. L’esperienza sessuale ha grande importanza, trattata in parallelo nel rapporto sessuale con Ivana (va bene mentre il business va bene) e la sua esperienza con un’amante qualunque (va male, la bancarotta si avvicina) tutto con una serie di luci mistiche. Questo riecheggia il membro come simbolo del potere maschile.

IL PUBBLICO, L’INTENTO E IL FINALE

Il finale di The Apprentice è interessante: Trump chiama un giornalista per affidargli il compito di scrivere il suo libro. Questo libro sarà chiaramente una resa parziale della Verità, alterata dalle frasi di Trump. Questo ci porta a una riflessione conclusiva: abbiamo visto il modo, ma qual è il fine del film? Manzoni ironizzava sull’avere venticinque lettori ma vedeva una missione storica nel suo romanzo. Voleva parlare del seicento analizzando alcuni problemi del secolo con oggettività ma anche inserire spunti morali che aveva a cuore. Renzo impara a non immischiarsi nei tumulti, Lucia che la gentilezza non risolve tutte le questioni. Abbasi, regista iraniano-danese, sembra condividere questa missione: vuole prestare il suo occhio da esterno e dare a un pubblico un prodotto per capire chi è l’uomo che ha avuto terreno fertile per un grande successo e che ora- ironia della sorte- è presidente di nuovo.

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