Nel mondo antico si studiava medicina? Rispondono gli Egizi e Ippocrate

È recente la notizia per cui alcuni ricercatori, studiando la struttura cranica di alcuni scheletri ritrovati in Egitto, hanno individuato tracce di interventi chirurgici da parte di medici di più di 4mila anni fa. La domanda sorge spontanea: quale fu il rapporto degli antichi con la medicina e la chirurgia?

Santuario di Asclepio sull’isola di Cos, patria di Ippocrate (Wikimedia)

Uno studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Medicine approfondisce l’approccio dei medici dell’antico Egitto nei confronti dei malati di cancro. Alcuni studi osteologici, infatti, mostrerebbero tracce di interventi chirurgici volti a rimuovere lesioni cancerose nel cranio dei pazienti.

La medicina nell’antico Egitto

Sappiamo grazie alcuni papiri che gli Egizi, più di 4mila anni fa, conoscevano bene il funzionamento del corpo umano. La mummificazione, infatti, testimonia il possesso di specifiche nozioni e competenze di natura medica. La rimozione degli organi vitali, il trattamento dei corpi con unguenti particolari, la preparazione di erbe aromatiche atte a conservare i tessuti sono solo alcuni dei momenti propedeutici alla mummificazione di un corpo. Oggi sappiamo, inoltre, che gli antichi Egizi s’interessavano di chirurgia. Recenti studi osteologici, infatti, hanno individuato tracce di lacerazioni operate, forse, con un rudimentale bisturi attorno a lesioni cancerose nel cranio di una donna vissuta più di 4mila anni fa. Si tratterebbe di un antichissimo intervento chirurgico che presuppone, dunque, la presenza nell’Egitto dei faraoni di medici, chirurghi e, in generale, studiosi di medicina. In antico numerosi sono gli esempi di singoli individui, scuole o comunità di persone che si sono dedicate allo studio e al perfezionamento della medicina: ricordiamo, primo fra tutti, Ippocrate di Cos.

Ritratto di Ippocrate dall’Iseo di Porto, Ostia (Wikimedia)

La medicina nel mondo greco

L’Iliade racconta che al seguito degli Achei partirono per Troia anche due medici: Podalirio e Macaone, figli di Asclepio (il dio della medicina). I poemi omerici concepiscono “l’arte della guarigione” come una pratica magico-rituale. Podalirio e Macaone assistono gli eroi feriti in combattimento con incatesimi, sacrifici, sortilegi vari e, così facendo, rendono manifesta l’influenza del loro padre Asclepio. In Iliade XI vv. 514-15 leggiamo:

Molto più di altri uomini vale un medico, per estrarre le frecce e spalmare sulle ferite farmaci che placano il male

Nella Grecia arcaica, quindi, la medicina venne assimilata a particolari operazioni taumaturgiche che, con l’aiuto degli déi, lenivano le sofferenze e ne estirpavano le cause. Nel 420 a.C. ad Atene fu introdotto il culto di Asclepio, figlio di Apollo. In tutta la Grecia, soprattutto in età ellenistica, sorsero numerosi templi e santuari in onore del dio guaritore che annualmente richiamavano migliaia di fedeli in pellegrinaggio per chiedere alla divinità di proteggerli o guarirli dai mali (fenomeno che ricorda l’affluenza moderna ai santuari mariani). Con il tempo la professione del medico assunse tratti più specialistici, laici e scientifici: nacque la figura del medico (o guaritore) pubblico che, spostandosi da polispolis, esercitava a pagamento la sua professione. Parallelamente si sviluppò una floridissima produzione letteraria di argomento medico che, influenzata di certo dai testi del Vicino Oriente, ebbe una straordinaria fortuna nei secoli successivia tanto da costituire del basi del pensiero medico occidentale.

Ippocrate e il Corpus Hippocraticum

Le notizie biografiche su Ippocrate si frammischiano con la leggenda e il mito. Egli, della famiglia degli Asclepiadi, si vantava di discendere dal Podalirio omerico. Nacque sull’isola di Cos e fuattivo nel corso del V secolo a.C. Ci ha lasciato una sessantina di scritti confluiti nel Corpus Hippocraticum. Le opere di Ippocrate si divino in scritti specialistici scritti divulgativi. Annoveriamo tra i primi trattati nosologici e manuali per la formazione dei giovani medici. Ippocrate riferiva per ogni malattia studiata la sintomatologia, la terapia e la prognosi. La struttura dei trattati è standard e sfrutta una formula condizionale che introduce i sintomi e la terapia consigliata (“se il malato si trova in questa condizione bisogna fare…”). Per Ippocrate la malattia si evolve e cambia nel tempo: il medico deve prestare attenzione ai singoli mutamenti che si presentano nel paziente per porre rimedio al mare e adattare il proprio intervento. Il trattato più celebre, dal titolo Epidemie (che, letteralmente, significa “Soggiorno in città straniere”) riporta interessanti riflessioni di carattere metodologico ed eziologico riguardo alle malattie. Ad esempio, Ippocrate ritiene che insista un determinismo ambientale che causi particolari malanni; ancora, l’autore insiste sull’importanza che il medico e il paziente “facciano squadra” contro la malattia:

Nelle malattie mirare a due scopi: giovare o almeno non danneggiare. L’arte consiste di tre cose, la malattia, il malato e il medico: il medico è il servitore della medicina. Bisogna che il malato si opponga alla malattia insieme al medico

 

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