Da Baby Gang a Massimo Pericolo: la Drill spiegata da quei bravi ragazzi

Arriva dall’America un nuovo genere che racconta violenze, traumi e criminalità, ma che cerca comunque il suo riscatto.

C’è chi li ama e chi non li sopporta, ma neanche i loro haters sono riusciti a fermare la scalata verso il successo. La Drill è riuscita a conquistare i cuoi di tanti giovani, come le storie dei suoi artisti. Vediamo il perché analizzando il fenomeno di questo nuovo genere musicale che, dai social, è riuscito a farsi strada anche nelle case discografiche..

LA DRILL IN BIANCO E NERO

La musica si evolve come l’uomo e in pochi anni siamo passati dal cantare canzoni pop mainstream strappa lacrime fino ad atteggiarci come dei trappers di provincia. La genesi della drill è molto più complicata di quanto si pensi. Si tratta infatti di un sottogenere di un altro sottogenere che affonda le sue radici nella musica hip-hop. Con la drill e la trap, l’hip hop ha poco in comune, se non la volontà nel voler raccontare la miseria spesso celata sotto il tappeto. Negli anni è stata spesso posta in esame da occhi con visione stereotipati e generalizzati, lasciando che il genere venisse etichettato come deviato, lo stesso vale per chi lo canta. Eppure negli anni sono stati tanti gli artisti ad essere considerati deviati per pochi semplici tratti della loro personalità. Basti pensare ad Elvis, il cui corpo elettrico ha elettrizzato folle di ragazzine tanto qunato i critici che avrebbero dovuto giudicare la sua musica e che invece si sono soffermati sui suoi movimenti col bacino. Lo stesso vale per le prime rock band che riposero nell’armadio i loro abiti eleganti per indossare giacche di pelle, pantaloni griffati e accessori per i loro capelli colorati: violenza, ostentazione e riscatto sociale sono solo alcune delle caratteristiche di un genere senza tempo che negli anni invece di finire nei dimenticatoio dei vicoli ciechi delle periferie è approdato nelle migliori case discografiche. Evolutosi ancora, oggi ha assunto altre facce, ma l’essenza è la medesima

TUTTI SOTTO LO STESSO STEREO

Quelli della mia generazione ricorderanno di aver sentito parlare della prima volta della trap con il gruppo romano dark polo gang quando dicevano Piscio sopra gli haters / Supreme come come uno skater / Pistola come un ranger / Rockstar come Elvis Presley. Era il 2016, mentre poco prima della pandemia da Covid si cominciava a parlare di Massimo Pericolo, da poco uscito di galera, con la sua hit 7 miliardi. Nel brano non canta, urla. Si percepisce il malessere di un ragazzo come tanti che non cerca un riscatto, ma vendetta. Quelli furono anche gli anni di Tedua, il cui successo lo avrebbe portato a diventare una persona migliore, raccontando Genova e la sua gente che tutt’ora hanno sete di un riscatto. Abbiamo citato un paio di artisti, ma in comune hanno soltano una cosa le loro storie che per quanto diverse possiedono ugualmente dei punti in comune. Partiamo da un genere, la drill, approdato nel 2012 con Chief Keef e la sua I don’t like. All’epoca era soltanto un diciassettenne eppure insieme alla sua crew trasmetteva un ondata di energia incredibile. Corpi a torso nudo, deads che incorniciano il viso, una sonorità martellante. Questo corpo fluido ci trasporta in una dimensione dove vi appartiene chi cresce in strada tra criminalità e violenza, droga e liti famigliari, marciapiedi e case popolari. Nonostante le diaspore si parla un unico linguaggio, quello della street credibility. Le case discografiche non sono però dalla loro parte, ma ci penseranno i social a far emergere tante piccole stelle. In breve tempo le view ai loro videoclip si impennarono clamorosamente, lo stesso vale per i commenti, come in una piccola scuola si diffonde la voce tra i corridoi.

LA CRONACA: SIAMO ALL’INIZIO DELLA FINE

C’è chi reputa che ascoltare un determinato genere musicale ti porti ad imitare l’artista. Molti opinionisti hanno ipotizzato ci potesse essere un collegamento tra l’aumento dei casi di violenza nelle nuove generazioni e gli artisti che adesso sono più in voga tra i giovani. Sicuramente non fa bene alla salute ascoltare brani di artisti in cui si ostentano le proprie ricchezze e guardare live di Instagram in cui i cantanti mostrano armi e droga. Ma quale sarebbe il nesso? Molti ipotizzano che semplicemente guardare questi videoclip ti porti ad emulare l’artista. Molti adolescenti sono stati effettivamente influenza del genere, non solo acquistato i loro stessi abiti, ma anche adottando il loro linguaggio. Ma quindi a chi bisognerebbe attribuire questo processo di emulazione se non andando all’origine, ovvero riscontrando la fragilità del ragazzo che per sentirsi ”forte” copia i loro atteggiamenti? Si tratta di un problema educativo, che affonda le sue radici nella mancanza di un dialogo tra il ragazzo e altre figure. Quando queste figure vengono a mancare, ecco che prendono le sembianze di un trapper che si tinge i capelli di rosa, che indossa collane d’oro e ti guarda come se il sui prossimo verso debba essere tu.

 

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