“Morfologia della fiaba”: Propp ci spiega perché c’è sempre un lieto fine nei racconti

“C’era una volta” è l’incipit più famoso della storia, ma ci siamo mai chiesti perché? Ce lo spiega Vladimir Propp.

Le fiabe ci rassicurano, ci accompagnano da quando siamo piccoli e non ci lasciano mai: conosciamo streghe, pentoloni magici, principesse dai capelli d’orati ed eroi. La familiarità con questi elementi è stata ormai interiorizzata ma ha una spiegazione scientifica.

La tradizione popolare

“In un tempo molto molto lontano e in una terra piena di alberi da frutto viveva una principessa bellissima (…)”

Con pochissime battute abbiamo la quasi assoluta certezza di esser di fronte all’incipit di una fiaba, in cui si affolleranno re, principesse, prove da superare, mondi magici e tanta nostalgia – per noi lettori. Le fiabe ci fanno compagnia da sempre, sono state la nostra ninnananna, hanno riempito i nostri pomeriggi e fatto lavorare la nostra fantasia con quelle atmosfere ripetute ma sempre diverse.

Nelle fiabe, infatti, c’è sempre un protagonista, un antagonista, un aiutante, un oggetto magico da conquistare e raggiungere e svariati elementi che nella loro fissità rassicurano il piccolo lettore sul fatto che ci sarà sempre un lieto fine anche quando le cose sembrano mettersi male.

Le fiabe come le conosciamo noi, però, sono molto distanti dalle loro versioni originali: Hansel e Gretel, I musicanti di Brema, Pollicino, la stessa Cenerentola, sono conosciute nella loro versione più edulcorata e lavorata dai famosissimi fratelli Grimm. Jacob e Wilhelm Grimm erano, infatti, due importanti linguisti ottocenteschi e portarono la filologia in Germania, dedicandole la maggior parte del loro tempo ed energie. Entrambi erano affascinati dalla struttura e dalla forma delle fiabe, soprattutto perché raccoglievano in esse gran parte della tradizione popolare tedesca e davano modo di scoprire, a partire dal Medioevo, la magia del passato.

I fratelli Grimm

A partire dai primi anni dell’Ottocento i fratelli si dedicarono alla custodia dell’oralità delle loro campagne: fu principalmente Wilhelm a editare ciò che avevano raccolto come testimonianza orale. Va sottolineato, però, che le fiabe popolari sono state fin da subito intese come letteratura per l’infanzia, perché avevano scopi educativi e venivano raccontate all’interno della cerchia familiare. Ma erano ben lontane dall’esser nate prettamente per i bambini: oggi sarebbero classificate come vietate ai minori di 18 anni e decisamente poco politically correct. Intrise di violenza, cruenti e terrificanti, forse vanno lette in una chiave diversa? Il fascino della fiaba sta proprio qui: l’origine è molto complessa ed enigmatica, in contrasto con la morale che nell’edizione di Wilhelm prevale. È l’“happy end” a contraddistinguere le fiabe dei fratelli Grimm: la principessa viene salvata, l’eroe sconfigge l’antagonista e il “cattivo” subisce delle pene esemplari – la matrigna di Biancaneve è stata costretta a ballare con scarpe di ferro rovente (pena più calzante per la matrigna di Cenerentola oserei dire ndr).

Pattern fiabeschi

Certamente ci si aspetta che all’interno di una stessa cultura popolare ci sia la possibilità di individuare uno stesso schema, ma quando poi temi ed elementi ricorrono come un pattern anche all’interno di più culture molto diverse tra loro, il dubbio nasce. È come se non fossero esistite distanze geografiche o confini nazionali alla nascita delle fiabe, come se fossero nate tutte da uno stesso posto – teoria confutata più volte. In realtà qui la spiegazione è estremamente complessa e va a toccare l’antropologia, la sociologia e la psiche umana. L’apporto più importante fu quello di Vladimir J. Propp che nel 1928 pubblicò un piccolo ma fondamentale testo sulla fiaba e sulla sua interpretazione: la Morfologia della fiaba, basandosi proprio sull’analisi delle fiabe dei fratelli Grimm. Egli individua alcune azioni fondamentali, che chiama “funzioni”, che fungono da tessuto immutabile della fiaba. Le variabili sono, invece, i soggetti e i modi delle azioni. Il protagonista deve, in relazione al contesto, superare diverse prove e attività e “ascendere” verso il lieto fine. V. Propp individuò all’incirca 31 funzioni in cui vissero tutti felici e contenti. Il fascino sta proprio nella perfetta sovrapposizione delle funzioni a tutti i testi (orali e non) che anche lontanamente ricordano l’impostazione della fiaba. Non è un caso che anche racconti greci e latini possono esser letti attraverso la stessa lente.

È questo ciò che crea magia e attesa: ancora ci arrabbiamo se all’inizio l’eroe non riesce nella sua impresa e ci disperiamo per le ingiustizie da cui viene colpito ma aspettiamo fiduciosi il “vissero per sempre felici e contenti” che sappiamo celarsi sempre dietro l’ultima prova.

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