
L’attesa dei fan è finita
A cinque anni dall’ultimo album Evergreen, Calcutta rompe il (suo) silenzio con l’attesissimo disco Relax, che vede la luce il 20 ottobre scorso.
I fan, già abbastanza innervositi dal silenzio così prolungato del cantautore indie, trepidavano al solo pensiero di una nuova uscita, visto anche l’avvicinarsi a grandi passi del tour: la prima data, infatti, sarà il 30 novembre a Mantova.
Bella trovata di marketing, Edoà (Edoardo nome di battesimo del cantante ndr), far uscire l’album a un mese e dieci giorni esatti dall’inizio del tour, chapeau.
Ma se, attentamente, spulciamo parola dopo parola, testo dopo testo, le canzoni di Relax più di qualcosa stuzzica l’orecchio del fan più devoto; non parlo delle melodie a tratti struggenti a tratti vivaci, non parlo dei racconti chiusi tra le note, bensì di alcune porzioni di testo che insinuano nelle orecchie dell’ascoltatore un dubbio: “mi sembrano parole familiari, ma dove le ho già sentite?”
La risposta è semplice: nei vecchi album e singoli di Calutta.
“Come ho fatto a non pensarci prima!” Tranquilli ci sono io qui per voi!

Easter egg
In una delle canzoni più famose di Calcutta, Cosa mi manchi a fare, uno dei pezzi più struggenti suggerisce ai cuori distrutti da una rottura di darsi tempo per rimettersi in piedi: dovranno “soltanto reimparare a camminare”.
Nel 2023, evidentemente, questo cuore ha imparato la lezione e, infatti, nel singolo 2minuti scrive: “Poi camminare così, a occhi chiusi”.
In Pesto, canzone del 2018, cantavamo “Fuori è notte, mangio il buio col pesto”, con una sintassi tutta degna di Calcutta, a metà tra il realismo e l’assurdo; mentre, nel brano che apre il nuovo album, Coro, continua un discorso iniziato con se stesso anni prima, domandandosi nostalgicamente: “Quando finisce il buio noi cosa guarderemo?”
Di esempi ce ne sarebbero molti e di diversissima natura, ma emblematico rimane il filo sottile che collega il testo di Sorriso (Milano Dateo) e Giro con te: nelle orecchie, la prima canzone canta così
“Se qualcuno poi ti parla di me, parla di me
Un sorriso ti spaccherà in tre”
E la seconda, come a proseguire un discorso già iniziato ma di cui si vuole annullare la distanza:
“Poi non te l’ho chiesto se era un sorriso o un coltello”
Avremmo a disposizione un’altra decina di esempi ma lungi da me togliere il gusto agli ascoltatori di trovare gli easter eggs che Calcutta ha seminato nei suoi testi in punta di piedi. Scoprirli genera, come sempre, soddisfazione e lega il cantautore al fan e fa sì che quest’ultimo si senta come il custode di un segreto che l’autore gli ha affidato.
Intratestualità
Questa non è pratica solo moderna o giocata come carta vincente solo dal nostro Calcutta che, ammettiamolo, ci sa fare, tutt’altro.
Nella storia della nostra letteratura e nei secoli che hanno visto un susseguirsi vorticoso di autori, questo continuo richiamo alle proprie opere messo in atto dai vari scrittori ha fatto sì che questo modus operandi assumesse un nome ben preciso: intratestualità.
Si tratta di una tecnica utilizzata da quasi tutti i grandi che prevede l’autocitazione e un botta e risposta intessuto tra le pieghe dei propri versi o prose. Ma non si tratta solo di questo: l’intratestualità può essere di struttura e quindi, come nel Decameron, fungere da scheletro del capolavoro, ordinare le novelle in base a nucleo e tema.
Spesso l’intratestualità può rappresentare la scelta evolutiva di un autore come in Leopardi e il suo Zibaldone o come nelle molteplici epistole di D’Annunzio e le sue meravigliose poesie.
Che si tratti di un cantautore o di alcune delle più grandi voci del nostro passato, dialogare con se stessi non è mai sintomo di pazzia, nemmeno quando lo si fa a cavallo tra due opere.