Cosa successe quando Mussolini andò in Piemonte? Barbero ci racconta l’accoglienza piemontese del Duce

Fino a che punto è corretto pensare che il Fascismo ebbe la stessa influenza ovunque? Ecco cosa accadde in Piemonte.

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Di Sconosciuto – Der Bund 25 March 2010 (image link), attributed to State Archives of the Canton of Berne, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9826306

I consensi non sono mai unanime, così come un’ideologia non può essere assecondata da intera Nazione. Torino è l’esempio perfetto di come, il Fascismo, non sia riuscito ad attecchire uniformemente – e con ragione – sul tutto territorio italiano: lo racconta Alessandro Barbero.

Breve accenno sul Fascismo

Il Fascismo è un movimento politico e ideologico che emerse in Italia sotto la guida di Benito Mussolini alla fine della prima guerra mondiale. Il termine “fascismo” deriva dalla parola italiana “fascio”, che significa fascio di legna, ma qui usata in senso metaforico per indicare forza e unità. Tale movimento ha avuto un impatto significativo sulla storia del XX secolo e ha influenzato molti altri movimenti politici in tutto il mondo, sebbene sia emerso in un contesto di instabilità politica ed economica. Principio cardine, un’autorità forte e centralizzata, insieme alla supremazia dello Stato sopra gli interessi individuali. Il Fascismo, infatti, abbracciava un nazionalismo estremo e spesso incorporava elementi di razzismo e xenofobia.

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Di Sconosciuto – Illustrazione Italiana, 1922, n. 45, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4491221

Fasi principali del Fascismo

A dar inizio al movimento fascista in Italia fu la famigerata Marcia su Roma. In quell’occasione, durante il 28 ottobre 1922, migliaia di squadristi fascisti marciarono su Roma, minacciando una rivolta armata. Questo evento costrinse il re Vittorio Emanuele III a nominare Mussolini come Primo Ministro, consegnando, così, non solo il potere ai fascisti, ma anche il primo innesto per uno sviluppo futuro più solido e consolidato. Negli anni successivi, il regime fascista ha consolidato il suo controllo attraverso l’abolizione dei partiti politici, la censura dei media e la soppressione dell’opposizione. L’Italia fascista abbraccia, di conseguenza, un nazionalismo aggressivo, incoraggiando la crescita economica e l’industrializzazione, sebbene a costo di limitare le libertà individuali e ridurre la democrazia. Siamo già nel 1936 quando il regime fascista stringe un’alleanza con la Germania nazista di Hitler. Questa collaborazione ha portato all’adesione italiana alla guerra nel 1940. E’ solo con le sconfitte militari e le pressioni degli Alleati che il regime fascista inizia a sgretolarsi. Nel 1943, infatti, Mussolini viene arrestato: l’Italia firma un armistizio con gli Alleati, finendo per segnare la fine del governo fascista.

Accoglienza in Italia

I pareri, ovviamente, sono contrastanti: alcuni membri dell’élite economica e industriale, così come parti della classe media e pochi numeri nei settori rurali, videro nel fascismo un baluardo contro il comunismo e l’agitazione sociale, poiché apprezzavano l’ordine e la stabilità che il regime prometteva. D’altro canto, per coloro i quali avevano già un intrinseco e forte senso “di Nazione”, il Fascismo non faceva altro che alimentare e acuire questo sentimento, per cui, parte delle adesioni, proveniva anche dalla speranza di un’Italia migliore. Alcuni segmenti della popolazione erano scettici nei confronti del Fascismo, specialmente all’inizio. Coloro che non erano direttamente coinvolti nelle attività politiche potrebbero non aver avuto una forte opinione sul regime. Comunisti, socialisti e altri partiti di sinistra si opposero attivamente, considerandolo una minaccia alle libertà democratiche e ai diritti dei lavoratori; con loro anche intellettuali, scrittori e artisti si opposero al regime fascista a causa delle sue politiche culturali restrittive e della censura e, infine, anche minoranze linguistiche, come i sloveni e i tedeschi nella regione di confine, subirono una politica di assimilazione forzata sotto il regime fascista.

Il Fascismo a Torino raccontato da Barbero

Il Fascismo, in Piemonte, attecchisce soprattutto nelle province rurali come Vercelli, Novara. Torino raccoglie sì alcuni consensi, ma spesso si tratta di ex ufficiali: dati alla mano, se i consensi in Lombardia nel 1922 superavano gli 80.000, a Torino erano invece circa 15.000. Certo, non mancavano nemmeno le annessioni, infatti, uno dei primi germogli di gruppo fascista si formò proprio in quegli anni, sotto l’aiuto e il patrocinio di Giuseppe Mario Gioda tipografo, ex socialista ed ex anarchico di sinistra, paradossalmente. Nei primissimi anni in Fascismo a Torino è pura repressione contro la sinistra: i comunisti vengono spesso attaccati per strada, manganellati e, in alcuni casi, uccisi. Stessa sorte toccava a chi s’indisponeva nei confronti del regime. Non sempre era semplice: il potere aveva la meglio e la Fiat, per esempio, fu costretta ad offire parcheggi gratuiti e metterli a disposizione del Fascismo, così come le trame e i rapporti sottostanti si fano sempre più sottili e ingarbugliati. Gli anni del consenso arrivano anche nell’ex capitale sabauda, forse come conseguenza, forse come normale sviluppo.

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