L’io lirico, poetico e musico, di Camillo Sbarbaro e dei Canova sfugge ai contatti sociali per rifugiarsi nella natura e nella dimensione intimista.

Il vagabondaggio tra una folla anonima, in una città artificiale e disumanizzata, l’attesa e l’esistenza sospesa, il rifiuto della vita sociale, la presa di distanza da un mondo noioso e privo di stimoli, il silenzio opprimente, la voglia di sparire e la necessità di isolarsi sono tematiche comuni alle poesie di Camillo Sbarbaro (1888-1967) e ad alcuni brani dei Canova, band milanese attiva dal 2013 al 2020.
Sbarbaro tra estraneità e fastidio
Nato a Santa Maria Ligure, Camillo Sbarbaro è uno dei maggiori esponenti del gruppo dei vociani; insegnante, traduttore e collezionista di licheni di fama internazionale, conduce una vita essenzialmente appartata, dedita alla scrittura.
I titoli delle sue raccolte, sia in versi sia in prosa, suggeriscono l’idea di una poetica residuale: fin dal primo libretto “Resine”, seguito dalla raccolta più significativa “Pianissimo” (1914), poi da “Rimanenze” (1955); e, ancora, per le prose i nomi “Trucioli”, “Liquidazione” e “Fuochi Fatui”.
Una produzione, di ispirazione pascoliana e crepuscolare, caratterizzata da toni sommessi, da una dimensione prosastica, quasi narrativa, in cui prevale l’elemento esistenzialista e intimista, oltre alla componente paesaggistica presente soprattutto nelle prime opere.
È in “Pianissimo” -il cui titolo suggerito da Papini andò a sostituire quello originariamente proposto da Sbarbaro (“Sottovoce”)- che emerge maggiormente la materia autobiografica: si tratta di un colloquio con l’io interiore.
Una delle tematiche più rappresentative è il rifiuto viscerale della dimensione sociale: il poeta arriva ad appartarsi, a chiudersi in se stesso e a respingere qualsiasi contatto con il mondo esterno. La folla lo infastidisce e prova a evitarla in tutti i modi; anche quando gli capita di camminare in mezzo alla gente continua a isolarsi, tanto da urtare i passanti senza neppure accorgersene (“come in sonno tra gli uomini mi muovo”).

Il viandante in un mare di gente
Il poeta si sente solo anche tra la gente, prova fastidio per ogni cosa e non sopporta questa vita noiosa piena di obblighi e priva di qualunque attrattiva:
“Ogni voce m’importuna./ […] M’irrita tutto ciò che è necessario/ e consueto, tutto ciò che è vita, […] Se un altro mondo non avessi, mio,/ nel quale dalla vita rifugiarmi,/ se […] a me stesso non rimanessi io stesso,/ oh come non esistere vorrei”
La figura del sonnambulo ritorna come protagonista della lirica “Taci, anima stanca di godere”, in cui il tema principale è la “rassegnazione disperata” davanti a un mondo che è oramai “un grande deserto”.
L’uomo è ridotto a un automa che compie gesti meccanici per restare in vita, una vita dominata dal vuoto, dall’inerzia e dall’aridità. Il processo di materializzazione o, ancor meglio, di mineralizzazione (cfr. “La vite”, Trucioli) è compiuto: il poeta non è più in grado di esprimere alcuna emozione, non riesce più neanche a piangere (“Nel deserto/ io guardo con asciutti occhi me stesso”).
La (temporanea) soluzione per vincere questa sua incapacità di aderire alla vita sta nel trovare un rifugio tra gli affetti famigliari e veri, nella città notturna, nei bassifondi, a contatto con i miserabili, e nella natura.
La distanza sociale nei Canova
Tra le canzoni più note dei Canova, spicca “Vita sociale”, appartenente al primo album “Avete ragione tutti” (2016). Si tratta di un brano piuttosto complesso in cui vengono affrontate varie tematiche: l’insoddisfazione generale, la noia, il fatto che tutto sia passeggero (dalle stagioni alle leggi, dalle canzoni all’amore), la paura del cambiamento, il peso dell’avere una vita sociale che viene vista (e vissuta) come un obbligo, la necessità di staccare, di mollare tutto e tutti, per ritrovare se stessi.
“Vorrei morire, vorrei morire
Anche se fuori c’è il sole
E mando a puttane la mia vita sociale
E sento che sbadiglia pure il cane
Vorrei morire, vorrei morire
Anche se per un giorno solo”
La decisione di scollegarsi, di trascurare “la vita sociale”, di rintanarsi in un altro mondo (Sbarbaro), allontanarsi fino a scomparire, fino a negare la vita (oh, come vorrei non esistere, Sbarbaro) implica una drastica solitudine e un silenzio pesante, così pesante da apparire “assordante”.
“Malgrado passi le giornate da solo
E passa anche il silenzio
Ma lo sento parlare”
La solitudine diviene intollerabile e asfissiante più della socialità stessa: ma non vi è un rifiuto totale della dimensione sociale, si ricercano rari legami profondi, autentici e vengono condannate le relazioni superficiali.
Nonostante il pessimismo imperante, nell’ultima strofa si intravede la speranza di un cambiamento, della fede in una vita che possa dare tutto, che possa appagare, senza far soffrire.
Colpisce molto anche il videoclip della canzone: in un clima decisamente melanconico e al contempo per certi versi spensierato, in cui non manca infatti la dimensione “ludica” (vd. l’altalena, i saltelli, i giochi con i rami), in cui non manca il desiderio di liberazione, la ragazza protagonista, da sola, si immerge nella natura e cerca un contatto con la terra, l’erba, i tronchi, i rami, le bacche e il cielo (riflesso in uno specchio).
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Alla fine siamo tutti uguali
Il tema della folla viene reintrodotto nel singolo “Tutti uguali” (2020), scritto durante la pandemia, in un periodo di grande incertezza, dominato dalla paura e dallo sconforto. Nonostante la rabbia (“ci sono cose che mi fanno arrabbiare) e il timore (“e siamo divorati dalle nostre paure”), un minimo di consolazione arriva dalla consapevolezza di essere uguale agli altri: l’universalità della condizione umana viene illustrata attraverso una metafora animalesca; nonostante le apparenze, restiamo tutti uguali, nel bene e nel male, uguali nelle debolezze, nei vizi, nella condizione di pesci persi, in un enorme mare che non è molto diverso dal grande deserto sbarbariano.
“Siamo umani, siamo schiavi, siamo tutti uguali
Pesci nella corrente diretti nel mare
Siamo umani, siamo bravi solo a farci male
Persi nella corrente, siamo tutti uguali”
Ma, come già ricordato in “Vita sociale”, passano anche le correnti del mare ed ecco che ritorna il tema della fugacità delle cose e delle relazioni in un mondo sempre più frenetico, sempre più superficiale.