Tra omertà e silenzi: la Sicilia raccontata da Leonardo Sciascia e Pif

“Non c’ero e se c’ero dormivo” le regole dell’omertà e lo specchio di una società che non riesce a cambiare, forse non solo per colpa sua.

Attraverso il romanzo “Il giorno della Civetta” di Leonardo Sciascia e la pellicola di Pif “La mafia uccide solo d’estate”, vediamo la narrazione della storia di una società, che dal 1960 al 2013 sembra essere rimasta invariata.

LEONARDO SCIASCIA E IL GIORNO DELLA CIVETTA

Correva l’anno 1947 quando a Sciacca, Sicilia, il sindacalista Accursio Miraglia fu trovato senza vita, ucciso per mano mafiosa. Da qui partì Leonardo Sciascia che nel 1960 pubblicò “Il giorno della civetta”. Il romanzo si apre con l’omicidio di Salvatore Colasberna, un piccolo imprenditore locale. La polizia iniziò le indagini ma sin da subito ebbe a che fare con l’unico vero colpevole del fatto: l’omertà. La storia procederà tra silenzi, falsi alibi e qualche depistaggio che non vedranno però la resa del commissario Bellodi, un uomo di verità in una Sicilia di bugie. Leonardo Sciascia scrive per la prima volta sul dramma del fenomeno mafioso e lo fa a partire dal titolo, ambiguo di per sé essendo la civetta un animale notturno. In questa contraddizione risalta il genio: la mafia prima agiva nella notte, mentre ora alla luce del giorno. Nel testo l’autore oltre a raccontare la mafia, denuncia un fenomeno criminale che gode dell’appoggio delle forze dell’ordine e dello Stato: la civetta non solo agisce alla luce ma la torcia gli è stata fornita da chi avrebbe dovuto spegnerla.

LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE, O FORSE NO

Sicilia anni ’70, Arturo Giammarresi è un bambino che vedrà la sua vita intrecciarsi con eventi che saranno destinati a cambiare per sempre il volto dell’Italia. Pif nella pellicola “La mafia uccide solo d’estate” ci trasporta con leggerezza in una terra sporcata dal sangue di innocenti, colpevoli di non aver abbassato la testa. Nel film si evidenzia quanto quella mafiosa sia ormai una presenza endemica, tanto che il giovane Arturo sarà sempre in qualche modo collegato a Cosa Nostra. Perché infondo era questo il destino di tutti gli abitanti della Sicilia in quei vent’anni di fuoco fatti da guerre di mafia, innocenti uccisi a causa di “un colpo partito”, le tristemente note morti di magistrati, giudici e generali. Loro e tutte le altre persone uccise dalla Criminalità Organizzata sono e rimarranno innocenti vittime di mani dai volti coperti o semplicemente nascosti.

LA MAFIA, FATTO SOCIALE O POLITICO?

Sciascia e Pif hanno denunciato un fenomeno che ha ucciso un totale di 1011 persone “solo” in Sicilia. Da un punto di vista antropologico le organizzazioni criminali seguono un codice diverso da quello nazionalmente conosciuto, un codice basato su tre elementi: onore, dignità ed omertà. A questi fanno capo delle norme comportamentali non scritte ma socialmente riconosciute, che hanno portato alla definizione di un nuovo assetto sociale diviso in vittima e carnefice. O sei dentro o sei fuori. Stare fuori non è facile, in questi luoghi la criminalità si è sostituita allo Stato, dando protezione e lavoro , anestetizzando la società colpita dal fenomeno che non lo riconosce più come un pericolo. Sciascia prima e Pif poi hanno denunciato anche questo: l’assenza dello Stato che sembra aver dimenticato quei luoghi, accettando in qualche modo la situazione. Qualcuno però ha scelto di combattere, come il personaggio sciasciano del capitano Bellodi o i celebri Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa. Tutti loro sono in qualche modo divenuti martiri di un sistema malato, uccisi lungo la strada della verità.

Lascia un commento