I malati di Alzheimer e i loro familiari presentano entrambi ripercussioni psicologiche: il film ” Still Alice” riassume questa problematica.

Si stima che l’Alzheimer nel mondo colpisca circa 600.000 mila persone e sono circa 3 milioni direttamente o indirettamente coinvolte nella cura e assistenza di questa malattia.
Cos’è l’Alzheimer e come progredisce
L’Alzheimer é una malattia neurodegenerativa, dovuta all’alterazione del metabolismo della proteina Beta-amiloide che si accumula nel tessuto cerebrale, modificandone le funzioni sinaptiche, portando il malato a un lento declino cognitivo. La corteccia entorinale, situata nel lobo temporale mediale, mette in comunicazione l’ippocampo e la neocorteccia ed é fra le prime aeree colpite dal deterioramento intellettivo.
Normalmente, le persone affette da questa malattia, anche se in età avanzata, non presentano altri problemi dal punto di vista fisico, ma il decorso di questa grave forma di demenza può durare a lungo, con una media compresa fra gli 8 e i 20 anni, che comporta un logorio per esse e per chi se ne prende cura.
Questo processo di involuzione avviene secondo più fasi: il malato va incontro a una progressiva decadenza, partendo da un lieve stadio di perdita di memoria, con episodi che possono essere apparentemente consueti, come, ad esempio, dimenticarsi ha risposto certi oggetti, o non ricordare il nome di persone care.
Il vero problema sussiste quando la persona non é più in grado di badare a se stessa e, quindi, necessita dell’aiuto costante delle persone a lei vicino. L’ultimo stadio di neurodegrado può indurre a una demenza tale, da non poter più neanche svolge le basilari attività quotidiane, come nutrirsi, lavarsi e camminare, fino a iniziare, nella maggior parte dei casi, a flettersi su se stessi, assumendo una posizione fetale: si ha un ritorno cognitivo e fisico simile a quello dell’età natale.

Il film “Still Alice” riassume il dolore dei pazienti e dei loro cari
Tanto i pazienti affetti da Alzheimer, come i loro cari che se ne prendono cura soffrono durante lunghi anni di forte stress, non solo emotivo, ma anche economico e finanziario, in quanto le cure, le residenze che ospitano questi malati o le persone specializzate costano molto e lo Stato non offre validi aiuti per supportare le famiglie.
Tuttavia, la vicinanza dei familiari e il mantenimento delle relazioni sociali dell’assistito è dimostrato che affievolisca il suo stato di depressione e l’instabilità. Si può affermare, anche per esperienza in prima persona, che le famiglie “car giver” hanno bisogno di assistenza a più livelli sociali; un esempio lampante si trova narrato nel film “Still Alice“, di Richard Glatzer e Wash Westmoreland, del 2014, in cui la protagonista Alice, moglie, madre e docente universitaria di grande prestigio, interpretata dall’attrice Julianne Moore, soffre di una forma precoce di Alzheimer.
Durante tutta la durata del film, si percepiscono i diversi stati degenerativi di demenza ai quali lei va incontro, partendo da una lieve difficoltà di linguaggio e memoria, per poi arrivare a una completa incapacità di ragionamento; ciò che più angoscia la giovane donna è il fatto di essere in grado, all’inizio, di rendersi conto di quello che le sta succedendo, di riconoscere la malattia e, quindi, di capire che non potrà più essere la stessa.
Allo stesso tempo, nonostante la protagonista all’inizio cerchi di nascondere ai suoi cari quanto le sta succedendo, i figli e il marito, che addirittura abbandona la famiglia, oppresso da un atroce senso di impotenza verso la malattia, soffrono tanto quanto Alice e intraprendono un percorso di sostegno a questo dolore muto ed ingrato, ritrovandosi abbandonati dalla società.
Possibile cura ed importanza della ricerca
Ancora oggi, purtroppo, non sono ancora state trovate delle cure abbastanza efficaci tanto da debellare questa terribile malattia, anche se uno dei docenti dell’Università di Ferrara, Giacomo Koch ( laureato in Medicina e Chirurgia e attualmente Direttore del Laboratorio di ricerca di Neuropsicofisiologia sperimentale, presso la Fondazione Santa Lucia, di Roma) sta dirigendo un gruppo di ricerca per studiare e comprendere i meccanismi alla base della plasticità e connettività corticale del cervello umano sano, con il fine di sviluppare nuovi approcci terapeutici per il recupero delle funzioni neurologiche nei malati di Alzheimer.
Questa possibile cura si basa su una tecnica di stimolazione cerebrale non invasiva, la stimolazione magnetica transcranica (TMS), la quale già ha dimostrato di essere utile per trattare alcuni sintomi motori del morbo di Parkinson (Koch, 2009). Questo trattamento consiste nel metter a contatto il cuoio capelluto del paziente con un particolare dispositivo, il quale é in grado di generare un campo magnetico, che attraversa la corteccia cerebrale in precise aeree. E’ una terapia, che, oltre ad essere indolore ed avere la durata di pochi minuti, va a stimolare i fasci neuronali coinvolti nelle patologie nervose.
Attualmente, il Dottor Koch ha dato origine a un nuovo trial clinico farmacologico per i pazienti con demenza frontotemporale in forma lieve, i quali saranno sottoposti a controlli periodici, per monitorare l’andamento della malattia e dei possibili miglioramenti grazie alla tecnica TMS.