Cosa vuol dire essere bravi genitori? E come si fa a diventarlo? È giusto che i genitori siano amici dei figli? Proviamo a rispondere a queste domande facendo riferimento alle teorie di Ainsworth, Winnicott e Bowlby.

Nel secolo scorso molti studiosi, tra psicanalisti, psichiatri e psicologi, si sono concentrati sul ruolo e sull’importanza dei genitori, in particolar modo, sul ruolo della madre e hanno cercato di elaborare un “modello ideale” di figura di riferimento per il bambino. Dagli studi, è emerso che il rapporto madre-figlio può influenzare le capacità cognitive e metacognitive e determinare le relazioni interpersonali future del bambino.
La madre sufficientemente buona
Non ce ne vogliano i papà, ma la maggior parte dei medici e degli psicoanalisti del XX secolo si sono concentrati sul ruolo della madre, semplicemente perché a quei tempi generalmente era la madre a occuparsi dei figli, in maniera quasi esclusiva. Oggi, invece, le ricerche sulla funzione genitoriale sono state estese- fortunatamente- anche ai papà e, non solo, anche ai nonni, agli zii, ai fratelli maggiori ecc. e, in generale, a chiunque si prenda cura del bambino nei primi mesi e nei primi anni di vita. Ecco perché oggi si tende a parlare, indistintamente, di caregiver.
Ma torniamo al XX secolo: proprio all’inizio del ‘900 gli studi psicoanalitici iniziarono ad analizzare nel dettaglio la figura materna.
Il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott (1896-1971) ha proposto la teoria della “madre sufficientemente buona”, non perfetta, un modello di madre reale, realmente perseguibile.
Si tratta di una madre che segue l’istinto e che sa “a priori” quando intervenire e quando mettersi da parte, quando soddisfare le esigenze del bambino e quando, invece, lasciarlo più libero. La madre sufficientemente buona è in grado di creare il cosiddetto holding, ossia un’ambientazione in cui il bimbo si sente protetto senza esserne consapevole, sa di stare bene lì, all’interno di quell’ambiente creato ad hoc; si sente sicuro perché vede che i suoi bisogni sono soddisfatti. Man mano che il bimbo cresce, la madre tenderà a farsi da parte per far sì che sviluppi una maggiore autonomia.

La madre sensibile
La psicologa Mary Ainsworth (1913-1999), famosa per aver elaborato lo strange situation test, ha, invece, proposto il concetto di “madre sensibile“. La sensibilità materna può essere definita come la capacità di percepire i bisogni fisici ed emotivi del bambino e di rispondere a questi in maniera adeguata e per tempo. Ainsworth, in linea con i tre tipi di attaccamento da lei individuati (cui va aggiunto l’attaccamento disorganizzato scoperto da Mary Main) ha trovato diversi gradi di sensibilità materna che vanno poi a determinare lo stile di attaccamento.
In generale, distinguiamo la sensibilità materna di tipo sicuro e di tipo insicuro. Nel primo caso la madre è disponibile, in grado di riconoscere e interpretare le emozioni del figlio e di soddisfarne le esigenze. Nel secondo caso la madre o è non disponibile e distanziata, perché non riesce a sintonizzarsi con i bisogni del figlio e risponde a questi con disprezzo o in maniera nervosa; oppure è intrusiva, iper-vigilante e controllante, eccessivamente presente e non lascia al bambino il modo di esprimersi liberamente.
La madre per Ainsworth non deve essere né ipo-sensibile (come nel primo caso di sensibilità materna inscura), né iper-sensibile (come nel secondo caso di sensibilità materna insicura), non deve né sottostimolare, né sovrastimolare il bambino.

La base sicura
Il padre della teoria dell’attaccamento, John Bowlby (1907-1990), ricollegandosi e basandosi sul lavoro di Ainsworth, ha ampliato il concetto di “base sicura” che potremmo definire come un porto da cui il bambino “parte per esplorare il mondo e a cui fa ritorno in ogni momento di difficoltà”; ciò significa che il bambino si fida, si confida e si affida a quella persona che funge da “base sicura” per lui. Sa che può uscire ed esplorare e sa che, in un qualsiasi momento, potrà tornare e trovare una persona ad accoglierlo prontamente, a offrirgli sicurezza e protezione, disposta a nutrirlo, a consolarlo, a riscaldarlo, a rincuorarlo, sempre.
Il bambino con attaccamento sicuro (Ainsworth e Bowlby) trova il giusto equilibrio tra esplorazione e permanenza nella base sicura, il bambino con attaccamento insicuro protenderà per l’esplorazione (attaccamento insicuro evitante) o per la permanenza nella base sicura (attaccamento insicuro ambivalente). Il tipo di attaccamento sviluppato e introiettato dipende dal modo con cui ci siamo “legati” al genitore e dal modo con cui il genitore si è preso cura di noi.

Una mamma per amica, ma…
Sia Winnicott, sia Ainsworth, sia Bowlby concordano sul fatto che la madre debba essere sempre attenta a soddisfare i bisogni del figlio, senza però essere eccessivamente invadente e controllantel Insomma, la madre sufficientemente buona per Winnicott e sensibile per Ainsworth e Bowlby è in grado di trovare un giusto equilibrio, essendo disponibile e responsiva, senza andare a inibire o a stimolare eccessivamente il figlio.
Quindi, ci si domanda: è giusto che i genitori siano amici dei figli? Qual è il confine da non oltrepassare?
Molte madri tendono a voler essere amiche dei propri figli, pensate a Lorelai Gilmore che è praticamente la migliore amica della figlia, Roxy. Le protagoniste della celeberrima serie tv americana “Gilmore Girls“, sono davvero amiche per la pelle, si confidano sempre tutto e, nel corso di più di centocinquanta puntate, ne vivono davvero di tutti i colori.
Madre e figlia fanno tutto insieme e hanno un rapporto molto profondo, complice forse anche la poca differenza di età (solo 16 anni) e il fatto che Lorelai abbia avuto un rapporto conflittuale con i genitori, troppo rigidi e severi.
Forse, proprio da qui, nasce la volontà di alcuni genitori di essere amici dei propri figli: la famosa massima “Sii il genitore di cui avevi bisogno quando eri bambino” racchiude il desiderio di alcuni genitori di voler essere amici dei figli perché, forse, quando erano più piccoli essi stessi avrebbero voluto accanto un genitore più comprensivo, più cordiale, più amichevole, con cui confidarsi e di cui fidarsi (vd concetto di base sicura).
Ma cosa vuol dire essere amici? L’amico è colui che ti dà consigli e ti conforta, ma è anche colui che ti copre in tutte le marachelle. Quindi, fino a che punto un genitore può essere amico del proprio figlio?
Da un lato occorre che la madre rappresenti la base sicura per il bambino, in modo che egli possa fidarsi di lei, affidarsi a lei e confidarsi con lei; deve essere un punto di riferimento e una guida per il figlio; ma dall’altro lato, deve ricordare che c’è comunque una “gerarchia” da rispettare e che la figura genitoriale è diversa da quella dell’amico…