Andare male a scuola, e nella vita eccellere proprio in quella materia? È possibile e ce lo spiega la storia di alcuni tra i più grandi personaggi del passato.

Alda Merini, Albert Einstein, Lev Tolstoj, Giuseppe Verdi, Margherita Hack, Steve Jobs e Piero Angela sono solo alcuni dei nomi di grandi personalità del passato che non piacquero ai professori. Divennero però, controcorrente, poeti, scrittori, musicisti, astrofisici e matematici. Com’è possibile questo?. La pedagogia, analizzando i metodi educativi, trova senz’altro qualche risposta.
La scuola come una fabbrica nozionistica
L’apprendimento per erudizione è da tempo un problema enorme. Il mnemonicismo non fa altro che interrompere l’insegnamento creativo e non lascia spazio al singolo di esprimersi. L’attenzione nei soggetti creativi scende, e di conseguenza scende il rendimento. Tutto ciò è dato da un modello troppo statico di scuola, per nulla stimolante e innovativo. Il modello pedagogico è sbagliato. È strutturato sulla misurazione del numero di nozione assorbite pari pari da come sono state trasmesse e non sulla capacità di rielaborare le conoscenze e non le nozioni. Questo modello predilige quindi chi ha tanta memoria a prescindere dalla sua capacità di elaborazione. In taluni casi esistono persone intelligenti con poca memoria nozionistica e queste possono mostrare difficoltà di apprendimenti nel modello pedagogico applicato pur avendo grandi capacità di produrre conoscenza, ecco spiegato perché alcuni geni, scoprono di esserlo solo una volta allontanati dalla scuola.

La scuola come rapporto asimmetrico
La frontalità tra alunno e professore nella scuola è ormai obsoleta. I ragazzi devono essere liberi e alla stessa altezza di coloro con i quali parlano, così da aumentarne l’attenzione. È infatti scientificamente provato che l’attenzione è selettiva, ossia sceglie di cogliere alcuni stimoli e ne ignora altri, da cui il cervello è bombardato simultaneamente. Mantenere l’attenzione costante nel tempo, così come richiesto dalla lezione frontale, non è un processo stabile e progressivo, bensì un’alternanza continua, quasi ciclica, tra momenti di attivazione e pause. È un processo fisiologico, estremamente individuale. La massima capacità di attenzione si registra attorno ai 18/26 anni e non supera i 40/45 minuti di tempo. In classe l’apice di attenzione raggiunge i 10 minuti, poi cala progressivamente per altri 20 minuti e riprende a salire dopo circa mezz’ora dall’inizio della lezione. Quindi, dopo 50 minuti di spiegazione, è normale che i ragazzi abbiano adottato la tecnica dello sguardo catatonico: si concentrano sull’insegnante senza minimamente ascoltarlo. Le scuole all’aperto, approfondite dalla docente di Storia dell’Educazione, Mirella d’Ascenzo, sarebbero la soluzione ideale per mantenere l’attenzione attiva, altresì un modo innovativo di fare scuola.

Another brick in the wall
La scuola viene intesa anche come standardizzazione del singolo all’interno di schemi preimpostati socialmente. L’individuo, sin dai primi istanti di vita, apprende in maniera sociale, con accezione Piagetiana, Neurocostruttivista: ovvero, apprende attivamente, attraverso le cortecce celebrali e il rapporto tra i singoli neuroni, inserito in un ambiente sociale, con persone che, come lui, apprendono in maniera attiva. C’è poi un aspetto strategicamente essenziale: il gruppo. A scuola si impara nel gruppo e dal gruppo. S’impara molto di più dai coetanei che dagli insegnanti. L’esempio dei compagni, rivelando i propri meccanismi personali in azione, stimolano più facilmente la comprensione e l’attivazione. Nella scuola imperversano il divieto di copiatura, la proibizione al confronto reciproco, lo scarso utilizzo dei lavori di gruppo, mentre sono sottostimate le potenzialità della peer education o insegnamento reciproco. Tra l’altro le dinamiche di gruppo sono una risorsa preziosa non solo per l’alunno ma soprattutto per l’insegnante. Sempre più spesso gli i docenti si arroccano nella propria materia, nel proprio spazio di competenza, trascurando l’impostazione pedagogica centrata sul gruppo classe. Non è possibile una didattica efficace senza il gruppo classe. Per imparare gli alunni devono interagire e influenzarsi reciprocamente. Più l’interazione viene favorita dagli insegnanti più la classe imparerà. L’apprendimento è un processo osmotico. Paradossalmente spesso lavorare sul gruppo è percepito dai docenti come una perdita di tempo, mentre è esattamente il contrario. Il senso di appartenenza, la capacità di interagire e gestire la conflittualità, la costruzione di un ambiente sereno e stimolante, attivano la motivazione, il senso di autoefficacia e i processi cognitivi. Non si può farne a meno. Occorre, insomma, far funzionare la classe come gruppo.
“Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.”
