Ecco perché non dobbiamo gioire della condanna all’ergastolo dei fratelli Bianchi

Dopo quasi due anni, giustizia è stata fatta: gli assassini di Willy Monteiro Duarte sono stati condannati all’ergastolo. Ma siamo sicuri di poter esultare?E’ uno dei casi di cronaca recente che più ha fatto parlare e che ha riscosso più indignazione negli ultimi anni. Stiamo parlando dell’efferata uccisione di Willy Monteiro Duarte da parte di Gabriele e Marco Bianchi, Francesco Belleggia e Mario Pincarelli. I primi due, riconosciuti come gli autentici uccisori del giovane, sono stati condannati all’ergastolo, mentre Belleggia a 23 anni di detenzione e Pincarelli a 21. Giustizia è stata fatta, è vero, ma andiamo a vedere perché non dovremmo esultare per le sentenze della Corte d’Assise di Frosinone.

Gli applausi per le condanne distraggono dalla sofferenza della vittima

Lo sappiamo, in ogni reato c’è sempre una parte offendente e una parte lesa. La vittima, oltre a tutte le persone che la circondano nella sua quotidianità, è danneggiata dall’atto deviante in un modo o nell’altro. Subire un crimine significa apportare una cesura con il passato e cambiare i paradigmi su cui si reggeva la propria vita anteriore al reato, con tutte le difficoltà del caso. Ormai la vittima serve solo a denunciare il fatto che un qualcosa di scabroso sia avvenuto e a dare storie ai mass media. Per quanto riguarda il corso della giustizia, però, il suo ruolo passa completamente in secondo piano: al centro sta il reo e tutte le attenzioni sono rivolte a lui. I bisogni della vittima, invece, sono stati per lunghissimo tempo bypassati. Solo recentemente, con l’adozione di una direttiva europea del 2015, la parte offesa sta tornando a giocare una parte più determinante anche nel processo.

Il carcere italiano non fa il suo lavoro

Anche questa non è sicuramente una novità. I continui tagli di personale e di fondi alle carceri italiane non può che portare a un servizio scadente. Sebbene l’obiettivo del sistema penitenziario sia, secondo l’art. 27 della nostra Costituzione, quello di tendere alla rieducazione del reo, non è sempre possibile farlo. Innanzitutto perché, anche per i nostri padri e le nostre madri costituenti, non tutte le persone che hanno sbagliato possono essere rieducate secondo valori soddisfacenti. Inoltre, la carenza di risorse devolute all’universo carcerario conduce al non rispetto di prerogative essenziali, come la scarsa igiene degli ambienti, il sovraffollamento delle strutture e il mancato trattamento a ogni singolo detenuto. Insomma, sì, è giusto incolpare i recidivi usciti dalle carceri, ma una bella fetta di responsabilità ce l’ha anche lo Stato, che non mette nelle condizioni di migliorare chi ha commesso un errore.

L’ergastolo è una violazione dei diritti umani

La Corte Europea dei Diritti Umani ce lo ripete da anni e anni in diverse sentenze e raccomandazioni: l’ergastolo, soprattutto quello ostativo (il famoso 41 bis), è una violazione dei diritti umani. Ebbene sì: non è concepibile privare per sempre un essere umano della propria libertà, senza dargli la possibilità di poter tornare nella società per dimostrare un suo eventuale cambiamento verso valori positivi e condivisibili. E quello ostativo, come si diceva in precedenza, è ancora peggio, in quanto sono limitati molti più diritti: quello alla corrispondenza, all’affettività, alle comunicazioni e via così.

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