L’utopia è una aspirazione ideale irrealizzabile. Utopico fu infatti il viaggio di quei passeggeri che non riuscirono a raggiungere mai l’ambita America.

17 marzo 1891. Trentesimo anniversario dell’Unità d’Italia, ma anche data di uno dei maggiori naufragi dell’ondata migratoria transatlantica. La nave Utopia, di nome e di fatto, incarnò così un sentimento diffuso degli italiani dell’epoca.
Il naufragio dell’Utopia
Partita da Trieste, circumnavigò la penisola fino a Genova, caricando 873 persone, di cui ben 726 salite a bordo al porto di Napoli. La tendenza era chiara, il Sud andava sempre di più spopolandosi. La sera del 17 marzo, inadempienze tecniche e le brutte condizioni del mare, rallentarono il viaggio dell’Utopia, costringendola a fermarsi a fare rifornimento di carbone nel porto di Gibilterra. Se le colonne d’Ercole, la porta d’Europa, rappresentassero per i viaggiatori l’ultima propaggine di quel continente che presto avrebbero lasciato, fatalmente per molti di loro non fu così.
Il capitano aveva già frequentato quel porto, sapeva dove poter attraccare. Ma il caso volle che quella sera la presenza di due navi militari intralciasse la manovra. Gli spazi ristretti, il buio e il mare in tempesta, spinsero il transatlantico contro il rostro sottomarino di una delle navi militari, lacerandone lo scafo. Il profondo squarcio fece imbarcare subito una grossa quantità d’acqua, obbligando i fuochisti a dover spegnere i motori per evitare un’esplosione. La nave era quindi bloccata, impossibilitata a fare manovre per arenarsi in una posizione migliore. Dopo pochi minuti si era già inclinata di circa 60°, cancellando la possibilità di far scendere le scialuppe di salvataggio.
La terza classe, che, per chi ha visto “Titanic”, sa che era posizionata ai piani più bassi, venne immediatamente invasa dall’acqua. Centinaia di passeggeri si fiondarono fuori, gridando aiuto nella tempesta, con la speranza che i soccorsi dalle navi vicino arrivassero. Dopo 20 minuti l’Utopia era già a 17 metri di profondità , ma la buona sorte volle che i suoi alberi rimanessero in superficie a cui si aggrapparono una cinquantina di passeggeri. Per i meno fortunati invece, spettò una fine orribile. Oltre a chi rimase intrappolato in quella prigione metallica ormai sul fondale, vanno aggiunti chi venne risucchiato dal vortice creato dall’affondamento della nave, oltre a coloro che finirono schiacciati contro gli scogli dal mare in tempesta. Quanti morti ci furono? Si parla di 553 vittime, bisogna però considerare l’alto tasso di clandestini, aggravando così il già terribile bilancio.

La vicenda nei giornali italiani
Chiarito il fatto che le notizie venivano trasmesse attraverso il telegrafo con un ritardo di 1-2 giorni, le prime testimonianze che vengono pubblicate sono in data 18-19 marzo. Ad occuparsi del servizio telegrafico era l’Agenzia Stefani, per intendersi, un’ANSA ante litteram, che inviava le proprie comunicazioni alle testate giornalistiche italiane.
Il primo giornale che prendiamo in considerazione è “La Nazione“, con sede a Firenze. La prima notizia che rendono pubblica è il telegramma spedito due giorni prima da Gibilterra dall’Agenzia Stefani, breve e ancora confuso per ovvie ragioni. Fu poi una scelta editoriale quella di inserirlo nella terza pagina che raccoglie indistintamente i telegrammi. Terza pagina di quattro totali, capiamoci, dove l’ultima è solo una vetrina per avvisi pubblicitari. Gli scambi giornalieri di informazioni aumentavano di particolari piuttosto preoccupanti, informando di un numero enorme di morti. Ma solo il 21 marzo la notizia uscì sulla prima pagina, in un articolo piuttosto breve rispetto agli altri. Il suo contenuto riguarda le dichiarazioni del Ministero della Marina, il quale si impegnerà a “provvedere” ai superstiti.
Passiamo adesso alla “Gazzetta piemontese” con sede a Torino, antico nome dell’odierna “La Stampa”. I telegrammi dell’Agenzia Stefani qui sono riportati nell’edizione che raccoglieva 18-19 marzo, concedendogli uno specchietto in prima pagina con il titolo “Un grande disastro marittimo”. E così fino al 22 marzo, la notizia rimase sempre lì con il titolo “La grande catastrofe dell’Utopia”, impegnandosi inoltre a scrivere di proprio acchito oltre che a pubblicare le comunicazioni. Sembra che in questo caso si sia data abbastanza attenzione all’accaduto, qual è allora il problema? Basta dare uno sguardo all’immagine qui sotto per capirlo. La notizia messa in fondo, è sovrastata da quella sulla morte del principe Napoleone Girolamo, deceduto a Roma quello stesso 17 marzo 1891. Stessa cosa vale per le edizioni successive, fino a quando il 22, i fatti dell’Utopia finiscono diretti in seconda pagina “senza passare dal via”.
L’importanza della morte di un principe francese, superava quella di oltre 500 meridionali morti in mare.

L’italia (dis)unita
Quel 17 marzo del 1891, nonostante il trentesimo anniversario dell’Unità, venne manifestata la profonda spaccatura tra Sud e resto d’Italia. Abbiamo parlato dei giornali, ma tralasciando la loro importanza come fonte storica, questi non sono altro che sintomo di un sentimento già diffuso nella società.
«Cosa intende per nazione, signor Ministro? Una massa di infelici? Piantiamo grano, ma non mangiamo pane bianco. Coltiviamo la vite, ma non beviamo il vino. Alleviamo animali, ma non mangiamo carne. Ciò nonostante voi ci consigliate di non abbandonare la nostra Patria. Ma è una Patria la terra dove non si riesce a vivere del proprio lavoro?»
Come non capire allora quella volontà di provare a ricostruirsi al di là dell’Oceano, inseguendo quell’utopia chiamata America. La questione meridionale, fatta di paragoni in negativo con il Nord, non faceva che allargare la massa di coloro che decidessero di imbarcarsi. Nel già tragico contesto del naufragio, lo smacco finale fu la vicenda giudiziaria a seguito del riconoscimento delle colpe del capitano della nave. I tribunali italiani condannarono la compagnia “Henderson Brothers”, proprietaria del transatlantico, al risarcimento dei familiari delle vittime. Risposta? Negativa.
Difesi dal futuro Presidente del Consiglio Francesco Crispi, la questione si prolungò per anni. L’intenzione era quella di non creare un precedente che sarebbe potuto diventare problematico per i fini lucrativi della compagnia inglese. Dopo anni di lotte giudiziarie, i fratelli Henderson ammisero le proprie colpe, concedendo un risarcimento irrisorio in confronto alle gravi perdite subite dai familiari delle vittime.
