L’ennesima morte “bianca”, ma questa volta la vittima è un ragazzo di 18 anni, Lorenzo Parelli, durante il periodo di alternanza scuola-lavoro.
Aveva 18 anni, quando ha esalato il suo ultimo respiro. Stiamo parlando di Lorenzo Parelli, giovanissimo studente friuliano che, in concomitanza del suo ultimo giorno di alternanza scuola-lavoro in un’azienda udinese, ha perso la vita durante l’esercizio delle sue mansioni. Una vita, non solo un numero, che va ad appesantire le già pessime statistiche sulle famose morti “bianche”, quelle sul lavoro, che di bianco non hanno niente. Ma siamo sicuri che, nella società italiane, queste vittime siano giustamente concepite, trattate e aiutate?
Il caso di Lorenzo Parelli
18 anni, tanta voglia di fare e di crescere: così descrivono i suoi famigliari, i suoi amici e i suoi professori Lorenzo Parelli. Cinque anni passati come studente modello dell’Istituto tecnico salesiano Bearzi di Udine, fino a quel tragico 21 gennaio 2022. Proprio in questa data, infatti, in occasione del suo ultimo giorno di PCTO (Percorso per le Competenze Trasversali e Orientamento) alla Burimec, il giovane viene schiacciato da una trave di metallo del peso di 150 kg. Il risultato? Lesioni cranio-encefaliche che non gli hanno lasciato scampo. Ma, questa volta, l’opinione pubblica non è stata moderata. Veniamo da una settimana di serrate proteste studentesche, scese in quasi ogni piazza delle maggiori città italiane. Tutto il mondo è paese, però: ognuna di queste è stata duramente repressa dalle forze dell’ordine, che ha più volte alzato i manganelli sui manifestanti.
Chi è veramente la vittima? Un excursus linguistico
La parola vittima, già dal punto di vista etimologico, porta con sé una connotazione molto particolare e negativa. Infatti, deriva da victima, sostantivo latino che, a sua volta è originato da altri due lemmi: vincĕre e vincīre. Il primo verbo è traducibile con ‘vincere‘, appunto, e indica, contemporaneamente, l’atto di conquista di colui che ha avuto la meglio e la sottomissione del perdente. Il secondo, invece, corrisponde all’italiano ‘avvincere/legare strettamente’, andando a descrivere la situazione dell’agnello sull’ara sacrificale, con chiari riferimenti alla tradizione religiosa giudaico-cristiana. Unendo le due accezioni, ci ritroviamo con una vittima inerme davanti al suo destino di subordinazione e sconfitta, stretta ai lacci della propria condizione incontrovertibile. Insomma, una vittima è tale se non oppone resistenza e se non vuole cambiare il suo status. Ma cosa implica tutto ciò?
La fascinazione per la vittima e le sue funzioni
L’11 settembre 2001 ha avuto un’influenza enorme in moltissimi campi, non c’è nemmeno bisogno di ricordarlo. Tra questi, però, c’è anche quello della vittima e del processo di vittimizzazione. Infatti, il sociologo Rimé descrive quella come la data di nascita dell’età della fascinazione della vittima, dove questa è costantemente posta sotto i riflettori, che siano quelli della politica, dell’opinione pubblica, dei mass media o della cultura. Questo accade principalmente perché ci rendiamo conto della caducità della vita e della nostra intrinseca finitezza, concetti che ci fanno più facilmente empatizzare e identificare con colui o colei che ha subito un’afflizione. E vi dirò di più: secondo Simon, altro sociologo contemporaneo, la vittima, in una società ipercomplessa e globalizzata come la nostra, ha una funzione sociale specifica. Pensiamoci: cosa causano, in chi le guarda da fuori, le disgrazie? Un senso di unione nei confronti della parte lesa, no? Proprio così: le vittime servono a creare coesione sociale, così da evitare la disgregazione del consorzio collettivo, con il benestare del mondo politico.