“J’Accuse…!”: la lettera di Émile Zola che salvò la vita di un innocente

A 124 anni da quel 13 gennaio 1898, vediamo come le parole di Zola influirono sull’atto giudiziario che divise la Francia dell’epoca.

Autoritratto fotografico di Émile Zola, 1902.

L’espressione “J’accuse”, utilizzata anche nel lessico italiano per denunciare un’ingiustizia, ha dietro di essa una trama di eventi al di là di quanto si immagini. Complotti, documenti falsati, criminologia e grafologia al soldo dei piani alti militari, questo è l’Affaire Dreyfus.

L’Affaire Dreyfus

Era il 26 settembre 1894, quando una donna delle pulizie dell’Ambasciata tedesca a Parigi, consegnò il contenuto del cestino per la carta al maggiore Henry. Il militare faceva parte della sezione di controspionaggio del Ministero della Guerra francese, era quindi suo l’incarico di far filare tutto a dovere, ed evidentemente, quello del controllo dei rifiuti faceva parte dei suoi compiti quotidiani. Quel giorno trovò una lista con informazioni delicate legate all’artiglieria e allo spostamento militare, oltre che a note riguardanti la zona di guerra del Masagascar. Informazioni queste, che potevano essere a conoscenza solo di un ufficiale di Stato Maggiore che avesse prestato di recente servizio nell’artiglieria, tra i sospettati c’era il ricco ebreo Alfred Dreyfus.

La scoperta della somigliante grafia, fu la (sola) ragione che spinse il Ministero ad agire tempestivamente. Di lì a poche settimane infatti, il militare accusato venne fatto chiamare con l’inganno dall’ufficio del capo di Stato Maggiore e invitato a scrivere una lettera. Quel che si stava facendo era la costruzione di prove false per trovare un capro espiatorio capace di mettere la parola fine alla questione, in modo da limitare le conseguenze sulla Francia. Non appena Dreyfus ebbe finito, gli ufficiali intorno a lui lo arrestarono accusandolo di alto tradimento.

Quel che successe dopo è caratterizzato da una fretta dettata dalla volontà di “risolvere”  quella questione a forti tinte antisemite. Condotto di fronte al tribunale militare, le speranze colarono a picco con la lettura di un dossier segreto che sembrava enfatizzare il ruolo di Dreyfus come presunta spia. Non ci fu niente da fare, l’ebreo venne condannato alla degradazione e ai lavori forzati nell’Isola del Diavolo, situata nella Guyana francese.

La degradazione di Alfred Dreyfus all’interno della corte grande della scuola militare di Parigi, illustrazione de “Le Petit Journal”, 13 Gennaio 1895.

“J’Accuse…!”: la potenza delle parole

Le cose sembrarono cambiare dal marzo 1896, quando si intercettò una lettera indirizzata al maggiore Esterhazy, dando notizia di un rapporto di spionaggio con pochi risultati. I sospetti aumentarono quando venne riletto il dossier segreto che condannò Dreyfus, alla luce della grafia del nuovo sospettato. Ma il capo di Stato Maggiore non volle tornare su i suoi passi, la questione era ormai chiusa e non andava riaperta. Così iniziò quell’ondata mediatica che divise la Francia in due parti distinte, chi cercava la verità, e chi invece puntava il dito contro Dreyfus.

Convinto dell’innocenza dell’ebreo, Émile Zola già si espose nel 1897 chiudendo un suo articolo su “Le Figaro” con «La verità è in marcia». Ma senza dubbio, la famosa lettera indirizzata al presidente della Repubblica fu fondamentale per la riapertura del caso. “J’Accuse…!”, questo il titolo della lettera pubblicata il 13 gennaio 1898 su “L’Aurore”, in cui lo scrittore francese, consapevole di poter essere punito per diffamazione, rispettò il suo dovere di umanità. Zola, con grandi doti di scrittura, accusò apertamente chi avesse avuto dei ruoli nella macchinazione del complotto, chiudendo la lettera con forse una delle testimonianze di onestà intellettuale più esemplificative dell’età contemporanea:

«Quanto alle persone che accuso, io non le conosco, non le ho mai viste, non provo verso di loro né rancore né odio. Esse non sono per me che delle entità, degli spiriti di malvagità sociale. E l’atto che qui compio non è che un modo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità, che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia ardente protesta non è che il grido della mia anima. Che si osi dunque chiamarmi in Corte d’assise e che le indagini si svolgano alla luce del sole!»

Scena del film “L’ufficiale e la spia” di Roman Polański (2019).

La conclusione dell’Affaire

L’articolo ebbe da subito una grande risonanza mediatica, tanto che il giorno dopo, la “Petizione degli intellettuali” – firmata tra gli altri anche da Marcel Proust – appoggiò il tentativo di Zola di fare chiarezza. Da subito fu messo alla gogna e condannato all’espulsione dal paese, ma riuscì ad ottenere la riapertura del caso, specie dopo che quell’Henry adesso diventato colonnello, si suicidò a seguito della scoperta di evidenti prove contro di lui. 

Il complotto stava per essere man mano scomposto e a dare maggior impulso furono le implicazioni politiche che l’errore giudiziario provocò. Il processo di rivalutazione delle prove ebbe luogo a Rennes di lì a poco, le accuse contro Alfred Dreyfus caddero una dopo l’altra fino alla concessione della grazia. Il militare ebreo venne lentamente riabilitato alla sua professione solo nel 1906, dopo ben dodici anni dall’inizio del calunnioso complotto. In tutto questo, Esterhazy, quello che gli storici ritengono sia l’effettivo colpevole, non si ritenne neppure necessario convocarlo al processo. Trasferitosi in Inghilterra, passò il resto della sua vita sotto falsa identità, morendo nel 1923 senza aver mai ricevuto una condanna. 

Fotografia di Alfred Dreyfus.

 

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