“Certi anni andrebbero accorciati. Gennaio. Dicembre. E niente in mezzo. Per lasciarseli alle spalle il più velocemente possibile.”

“O anno nuovo, che vieni a cambiare il calendario sulla parete, ci porti sorprese dolci o amare? Vecchie pene o novità liete?” con l’incipit di “Oroscopo”, firmato Gianni Rodari, vediamo come si presenta il capodanno in poesia.
“COME SE FOSSE UN ESPLORATORE CHE SCENDE DA UNA STELLA”
L’anno nuovo porta sempre con sé speranza e ottimismo e con essi una lunga lista di buoni propositi destinata, nella maggior parte dei casi, a non essere mai del tutto spuntata. Ognuno di noi guarda al nuovo anno illudendosi che allo solo scoccare della mezzanotte possa cambiare qualcosa. Esemplificativo di questo sentimento, che, a quanto pare, è comune a tutti gli uomini, si trova la poesia “Ode al primo giorno dell’anno” (1957) del premio Nobel per la Letteratura Pablo Neruda. Con un lessico semplice e quotidiano egli descrive il primo giorno di gennaio come un “cavallino diverso da tutti gli altri cavalli. Gli adorniamo la fronte con un nastro, gli posiamo sul collo sonagli colorati, e a mezzanotte lo andiamo a ricevere come se fosse un esploratore che scende da una stella”. Neruda adotta la prospettiva di un uomo che guarda partire per altre destinazioni l’ultimo treno, che viene dunque ad essere metafora del tempo che scorre. L’autore si chiede però cosa abbia di diverso questo giorno: “questa fine dell’anno non è uguale a quella di ieri, a quella di domani?” Il poeta descrive precisamente cosa accade nelle nostre case: si mangiano profumati manicaretti, si stappa una bottiglia di spumante e si sta in compagnia; ma a questi piaceri del tutto laici si aggiunge il valore cristiano della speranza, “benché tu sia solo un giorno, un povero giorno umano, la tua aureola palpita su tanti cuori stanchi e sei, o giorno nuovo, oh nuvola da venire, pane mai visto, torre permanente”.

“SO CHE SI PUO’ VIVERE NON ESISTENDO”
Nel 1971, stesso anno in cui Neruda vinceva il Nobel per la Letteratura, Eugenio Montale componeva l’ode “Il primo di gennaio” destinata a fare parte della raccolta “Satura”. Si rappresentano qui due modi di interpretare e vivere la vita quasi opposti. “Mosca”, la moglie del poeta, Drusilla Tanzi, vive in una gioia che “esplode” nella gratitudine mentre ripulisce la casa dopo la veglia di San Silvestro. Il poeta, invece, è quasi un oggetto di scena, una “larva”, nella sua convinzione che si possa vivere senza esistere o esistere senza vivere. Il dinamismo di lei si contrappone alla staticità di lui: “tu annaffi i fiori, scuoti lo scheletro dell’albero di Natale, scrosti dal pavimento le orme degli intrusi” e, nella sua stessa casa, tra i suoi stessi amici e parenti è proprio il poeta a sentirsi un estraneo, “[gli intrusi] erano tanti e il più impresentabile di tutti perché gli altri almeno parlano, io, a bocca chiusa”.
“SARANNO TUTTE ORE SERENE SE VOI SAPRETE USARLE BENE”
Ci si sente quasi in dovere di essere felici durante le festività, di brindare al nuovo anno sperando che sia migliore; questi poeti, però, calano la maschera dell’ipocrisia consumista per rivelare i dubbi e le perplessità che il loro animo razionale e, soprattutto umano, si pone. Non c’è nulla di sbagliato nel non essere felici quando gli altri lo sono, o fingono di esserlo; del resto “per ogni domenica il suo lunedì: controllate, per favore, ogni giorno ha ventiquattr’ore”.