2 novembre 1967, gli Stati Uniti sono invischiati fino al collo nella questione vietnamita. L’opinione pubblica è divisa: sono in molti a chiedere lo stop delle ostilità e le proteste infuriano nelle maggiori città americane. Ma il presidente Johnson si rifiuta di fare marcia indietro e consulta i “Saggi”

Riassumere le cause del coinvolgimento americano nella guerra del Vietnam non è semplice. Il conflitto, cominciato ufficialmente nel 1955, vide inizialmente la partecipazione degli statunitensi solo in qualità di consiglieri militari al fianco dei francesi. Ma con l’avanzare delle ostilità e l’indebolimento delle forze a disposizione della Francia, lo Zio Sam si trovò costretto ad impiegare sempre più uomini e mezzi per tentare di scongiurare l’avanzata comunista nel Sud-Est asiatico. Nel 1968, arriveranno a circa 1 milione e duecentomila i soldati impiegati sul suolo vietnamita.
La guerra americana
La guerra del Vietnam è ricordata ancora oggi come una delle pagine più nere per l’esercito USA. L’inizio delle ostilità in Indocina risale ai primi anni ’50, quando la Francia era ancora intenzionata a riprendere possesso dei suoi possedimenti coloniali, in gran parte sconvolti e in rivolta dopo la fine delle seconda guerra mondiale. La guerra si rivelò fallimentare per i francesi, che furono costretti alla ritirata. Al termine del conflitto le grandi potenze, sedute al tavolo della trattative di Ginevra, decisero che la via più semplice per mettere fine alla questione indocinese sarebbe stata la divisione della penisola in quattro nazioni: Laos, Cambogia, Vietnam del Sud e Vietnam del Nord. Era il 1954. Gli accordi di Ginevra avrebbero dovuto avere carattere provvisorio, ma così non fu e in poco ricominciarono a soffiare venti di guerra. Nel 1957 il Nord Vietnam, che si era dato un ordinamento di tipo totalitario a guida comunista, cominciò a svolgere azioni di guerriglia nel territorio del Sud, destabilizzando l’intera area. Gli Stati Uniti cominciavano ad impensierirsi, il pericolo dell’infezione comunista preoccupava non pochi dirigenti a Washington e la dottrina del contenimento di Truman imponeva una rapida azione. Il coinvolgimento degli Stati Uniti fu graduale, già nel 1950 i primi consiglieri militari erano stati impiegati al fianco delle forze francesi, alla metà di giugno ’62 il numero era salito a dodicimila unità. Ma la presenza americana in Vietnam era destinata a crescere e le ostilità ad allargarsi a dismisura. L’8 marzo 1965, tremilacinquecento Marines statunitensi appartenenti alla VIIª Forza anfibia della Marina sbarcarono sulle coste vietnamite. Stava per iniziare quella che, nella storiografia vietnamita, è conosciuta come guerra contro gli statunitensi per salvare la nazione.

Lyndon Johnson e i “Saggi”
Intorno alla metà del 1967 già 70.000 americani erano caduti in azione o rimasti feriti durante le azioni di combattimento, e diverse personalità politiche cominciavano ad esprimere dubbi sulla riuscita del conflitto. Con la guerra ormai in una situazione di stallo e alla luce della sempre più diffusa disapprovazione delle ostilità da parte dell’opinione pubblica, l’allora presidente Johnson convocò un gruppo di esperti di politica estera, conosciuti nell’ambiente politico come i “Saggi”, per cercare di ottenere una visione nuova ed approfondita del teatro di guerra. Il 2 novembre 1967 l’ex segretario di Stato Dean Acheson, il generale Omar Bradley, l’agente diplomatico George Wildman Ball, McGeorge Bundy, il legale Arthur Dean, l’ex segretario al Tesoro C. Douglas Dillon, il giudice Abe Fortas, Averell Harriman, Henry Cabot Lodge, il diplomatico Robert Daniel Murphy e il generale Max Taylor si opposero alla decisione di lasciare il Vietnam e invitarono il Presidente a continuare regolarmente il conflitto, aumentando il numero delle truppe impegnate sul suolo vietnamita. Il 17 di novembre, in un discorso televisivo nazionale, Johnson cercherà di rassicurare l’opinione pubblica americana. “Stiamo infliggendo maggiori perdite di quante ne stiamo subendo… Stiamo facendo progressi” . Ma, le sue parole, si riveleranno una menzogna.
L’offensiva del Têt
30 gennaio 1968. Sono passati due mesi dal discorso di Lyndon Johnson alla nazione e le forze Nord-vietnamite stanno per scatenare un grande attacco: comincia l’offensiva del Têt. Gli attacchi delle forze comuniste colpirono tutte le maggiori città del Vietnam del Sud e raggiunsero inizialmente notevoli successi. Gli americani erano impreparati ad un attacco di tale portata e gli scontri furono brutali, lasciando su entrambi i campi migliaia di caduti. La notte del Têt fu probabilmente il momento più decisivo del conflitto: nonostante il fallimento sul piano tattico, il colpo morale inflitto agli USA era stato devastante. Il popolo americano si rese conto che la presidenza stava fornendo false informazioni sull’andamento del conflitto e chiese ancor più a gran voce il cessate il fuoco. Anche i “Saggi”, in seguito all’offensiva, si schierarono contro le ostilità in Vietnam: ammettendo davanti alla nazione che le loro valutazioni sull’andamento della guerra erano sbagliate e fuorvianti, sanciranno il sostanziale fallimento della politica di Johnson. Ma nonostante le proteste e il bagno di sangue, la guerra continuerà per altri sette anni sotto la presidenza Nixon e bisognerà aspettare il 1975 prima del totale ritiro delle forze statunitensi dalla penisola indocinese.