Erving Goffman e Glee mettono in scena le interazioni nel teatro sociale

Si alzi il sipario! Il teatro è sempre stato qualcosa di estremamente affascinante per l’uomo, che, nei secoli, l’ha declinato in diverse accezioni.Il teatro, questo luogo così lontano dalla generazione Z ma così importante a livello storico. Stiamo parlando, infatti, del vero e proprio emblema della cultura occidentale. Molto in voga fino agli anni ’70 del secolo scorso, il teatro vive poi un lento declino a causa della diffusione dei nuovi media e dei nuovi prodotti culturali da loro derivati. Ma non è destinato a sparire del tutto: il suo fascino è immortale, parola della serie tv Glee, ma anche del sociologo Goffman.

Glee e l’amore per le arti performative

Alla William McKinley High School, la noia regna sovrana. Il professore di spagnolo Will Schuester, per dare nuova vita alla scuola, decide di riaprire il glee club, una sorta di gruppo di arti performative come ballo e canto extracurriculare. Per far sì che il progetto parta, servono però i primi membri: è così che conosciamo i nostri beniamini. La particolarità? Sono tutti, per un motivo o per l’altro, degli emarginati, degli sfigati, o, in lingua originale, losers. Una volta insieme, però, superati i primi, fisiologici attriti, sono in grado di regalarci uno show incredibile, con una colonna sonora pazzesca e delle emozioni autentiche. Il tutto gira intorno al concetto delle arti e di come queste possano aiutarci a rimanere connessi e a esprimere al meglio il nostro io. Sembra un’idea già vista, però.

Il teatro sociale secondo Goffman

E’ Erving Goffman, massimo esperto della sociologia dell’etichettamento e dell’interazione faccia a faccia, ad avere già formulato questo principio chiave. Difatti, definisce ogni interazione della nostra vita quotidiana come uno spettacolo teatrale. Ognuno di noi è un attore sociale, con il suo background culturale e valoriale e con le sue specifiche skills comunicative. Gli attori sociali interagiscono sul palcoscenico del teatro sociale in una pièce teatrale peculiare alla situazione in cui si trovano. Come in ogni teatro, esiste anche un retroscena: qui gli attori si ritirano al termine dell’interazione e si rilassano, potendo essere se stessi al 100%. Infatti, sulla ribalta tutti devono recitare un determinato ruolo, determinato dalla cornice d’interazione, o, come lo chiama Goffman, dal frame, in cui ci si ritrova.

Self sociale e frames d’interazione

Come fa l’individuo a capire che ruolo recitare? Niente di più semplice, secondo Goffman. L’attore sociale capisce automaticamente la cornice d’interazione in cui si trova, senza alcuno sforzo. Infatti, inconsciamente, riusciamo sempre a rispondere alla domanda “cosa succede qui?” quando ci ritroviamo in una situazione. Così facendo, ricaviamo il frame interazionale in cui siamo implicati e possiamo decidere, di conseguenza, quale ruolo interpretare. Per cambiare parte, però, dobbiamo anche indossare una maschera diversa. Goffman non considera negativo l’uso di queste infinite maschere, ma, anzi, aggiunge che il singolo ha un’identità multistratificata. Ogni maschera equivale ad una frammentazione del Sè dell’attore preso in analisi. Sulla ribalta, è necessario mostrare il self sociale giusto indossando la maschera adatta; dietro le quinte, invece, è possibile allentare questo controllo serrato su di sé e sulle proprie azioni. Insomma, le arti performative, secondo Goffman, permeano anche la semplice comunicazione quotidiana.

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