Combattere l’Ecclesia: storie di papi e attentatori dal Medioevo ad oggi

L’odio per il potere temporale del papato affonda le sue radici nel passato, ripercorriamone insieme i momenti più emblematici

Una busta, tre proiettili. Il destinatario? Papa Bergoglio. Questa la sorprendente scoperta dei dipendenti di un centro di smistamento postale nel Milanese. La busta incriminata proviene dalla Francia, il mittente sarebbe un uomo già noto alle autorità vaticane per episodi simili.

La disputa tra Bonifacio VIII e Filippo IV il bello

Anno 1303. Guglielmo di Nogaret, emissario del re di Francia, si trova in missione diplomatica in Italia. Deve trovare il Papa e condurlo oltre le Alpi, se necessario anche usando la forza. Ma partiamo dall’inizio. Le ostilità tra Bonifacio VIII e Filippo IV sono di antica memoria, ma solo nel 1302, a seguito della bolla Unam Sanctam, le tensioni esplodono. Seguono momenti convulsi, i due massimi poteri dell’Occidente si danno battaglia diplomaticamente, minacciandosi per oltre un anno. Ma nel settembre del 1303 l’aria cambia, Bonifacio si decide, scomunicherà Filippo IV e riaffermerà il suo potere supremo sul mondo cristiano. Guglielmo di Nogaret non può permettere che ciò accada e unite le forze con Giacomo Sciarra Colonna, eterno nemico della famiglia Caetani (a cui Bonifacio appartiene), fa irruzione nel palazzo dove il Pontefice risiede, ad Anagni. Nonostante quello che è passato alla storia come schiaffo di Anagni sia ritenuto un falso storico, è molto probabile che il Papa Bonifacio sia rimasto profondamente segnato nella psiche. Un mese dopo l’affronto subito, il Pontefice, al secolo Benedetto Caetani, muore a Roma. Il suo successore, Clemente V, passerà alla storia come il primo papa Avignonese.

Pio IX, i rivoluzionari romani e la fuga a Gaeta

La seconda tappa del nostro viaggio è il 1848. Sull’Europa incombe lo spettro della rivoluzione, tutto il continente è in subbuglio, scosso dalle proteste liberali, e l’Italia non fa eccezione. Specialmente a Roma, dove il potere è in mano a papa Pio IX, si scontrano le pretese di chi vorrebbe una riforma dello stato in senso liberale e chi, invece, è interessato al mantenimento dello status quo. La situazione è tesa, la mattina del 15 novembre 1848 Pellegrino Rossi, ministro di polizia, viene accoltellato a morte sulle scale del Palazzo della Cancelleria: il suo omicidio darà inizio ad una serie di eventi che porteranno alla formazione della Repubblica Romana. Intanto, per Pio IX, la situazione volge nel peggiore dei modi, i rivoluzionari romani premono per dettare le condizioni di formazione del nuovo governo. Il Pontefice non è disposto a scendere a patti e temendo per la sua vita, la notte del 24 novembre, lascia Roma in gran segreto con l’aiuto del conte Carlo Giraud di Spaur, ambasciatore di Baviera presso lo Stato Pontificio. Fuggono sull’Appia, attraversando il territorio dei Castelli Romani, per giungere infine, all’alba del 25 novembre, a Gaeta. Qui il Papa soggiornerà per 17 lunghi mesi, fino al suo rientro a Roma il 12 aprile 1850. Sarà l’ultimo papa a regnare sullo Stato Pontificio.

Giovanni Paolo II e l’agguato in piazza San Pietro

Sono le 17 di un mercoledì qualunque in Città del Vaticano, e come di consueto il papa sta per dare udienza a migliaia di fedeli raccolti nella piazza. Ma quel mercoledì 13 maggio 1981, passerà alla storia. Tra la folla qualcuno si muove nell’ombra, si avvicina alla vettura che trasporta Giovanni Paolo II e apre il fuoco con una Browning calibro 9. Due colpi raggiungono il Pontefice. La mano che ha sparato appartiene a Mehmet Ali Ağca, un killer di nazionalità turca, vicino al gruppo di estrema destra noto con il nome di Lupi Grigi. Il sicario si dà alla fuga, ma viene catturato immediatamente, sarà poi condannato all’ergastolo e successivamente estradato in Turchia dove sconterà la pena fino al 2010. Giovanni Paolo II, invece, viene trasportato con estrema urgenza al Policlinico Gemelli: ha perso oltre tre litri di sangue e si teme per la sua vita. L’intervento chirurgico dura cinque ore, durante le quali tutto il mondo resta con il fiato sospeso, ma alla fine il Pontefice si salva. Due anni dopo, il 27 dicembre 1983, papa Wojtyla chiede di incontrare il suo attentatore, lo perdona e alla fine del colloquio dichiara: “Ho parlato con lui come si parla con un fratello, al quale ho perdonato e che gode della mia fiducia. Quello che ci siamo detti è un segreto tra me e lui.“. I motivi e gli interessi che spinsero Ağca e i suoi fiancheggiatori a compiere quel gesto restano tutt’ora celati dal mistero.

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