Militante antifascista, sindacalista, politico. Possiamo definire così Giuseppe di Vittorio. Il contributo che egli ha dato al nostro paese si è mostrato fondamentale ed animato da un forte senso sociale.

Dalla povertà degli anni giovanili alla carriera politica e alla fondazione della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), la vita di Giuseppe di Vittorio appare caratterizzata da un fondamentale impegno etico e sociale. Scopriamone le fasi più importanti.
Gli anni della gioventù
Giuseppe nacque a Cerignola, in provincia di Foggia, l’11 agosto 1982 in una famiglia povera. Quest’ultima infatti, era composta da braccianti agricoli, guidati dalla figura del padre Michele, che perse la vita nel 1902, lasciando Giuseppe orfano ancora bambino. Questo triste avvenimento, affiancato alle dure condizioni di sfruttamento nel mondo del lavoro nei campi, indussero Giuseppe a crescere molto rapidamente e già all’età di 12 anni entrò a fare parte del Sindacato dei Contadini, fino a fondare a 16 anni il Circolo giovanile socialista di Cerignola. Quest’ultimo venne denominato “XIV maggio 1904”, in memoria dell’eccidio che avvenne in tale giorno a Buggerru (Sardegna) a seguito di uno sciopero attuato da migliaia di lavoratori impiegati in miniera, sui quali si riversò brutalmente la forza dell’esercito. In questo modo, Giuseppe si avvicinò al panorama del sindacalismo rivoluzionario, giungendo poi a ricoprire un ruolo di vertice nei noti moti della settimana rossa a Bari, che come nel resto della penisola si verificarono a seguito dell’uccisione di tre manifestanti ad Ancona. Allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale poi, decise di prendervi parte aderendo all’ala dell’interventismo rivoluzionario, detto anche interventismo di sinistra, che vedeva nella guerra la possibilità di poter garantire all’Italia una fisionomia nuova, una trasformazione intensa nelle varie sfere d’interesse nazionale, ovvero quella politica, quella economica e quella sociale. Durante quegli anni fu recluso più volte, poiché fu definito “sovversivo”.
La mobilitazione antifascista, la politica e la CGIL
A seguito del primo conflitto mondiale, l’impegno di Di Vittorio nel panorama sindacalista della sua terra, la Puglia, continuò. Negli anni dell’avvento del potere fascista, egli giunse a capo della Camera del lavoro di Cerignola e a quella di Bari, portando avanti una forte opposizione al regime che andava formandosi. Il suo impegno lo portò ad essere recluso nel carcere di Lucera, una pena che terminò in virtù della sua nomina a candidato deputato con il Partito Socialista Italiano. Ottenne tale carica nel 1921. L’ottenimento di questo ruolo fu fondamentale per arricchire la sua dedizione alla tutela dei lavoratori delle classi sociali meno abbienti. Da fervente antifascista, Di Vittorio divenne la figura di riferimento della contrapposizione al “regime nero”, motivo per cui gli squadristi gli impedirono addirittura di accedere alla propria città natale. Nel 1922 però, partecipò attivamente allo sciopero nazionale indetto per denunciare le violenze fasciste nel mondo del lavoro, che sebbene non si si sia tradotto nel successo sperato, dimostrò la forza d’animo che caratterizzta . Quando poi a seguito del XVII Congresso del Partito Socialista Italiano avvenne la c.d. “Scissione di Livorno“, Giuseppe aderì all’ala del Partito Comunista, rendendo il suo coinvolgimento politico ancora più attivo. Quando però il meccanismo mussoliniano soffocò i partiti e i sindacati, Giuseppe si vide attribuita la condanna a ben 12 anni di carcere da parte del Tribunale Speciale Fascista, poiché ormai rappresentava una figura particolarmente avversa. Iniziò così l’epoca della clandestinità, durante la quale continuò ad essere attivo nell’area politica anche internazionale, come dimostra la sua partecipazione alla guerra civile spagnola contro il generale Francisco Franco. Non mancarono in quegli anni gli episodi di reclusione, uno tra tanti quello avvenuto proprio a Parigi per mano dei tedeschi collaboratori delle autorità italiane. Fu poi nel 3 giugno 1944 che coronò la sua carriera con un ulteriore e rimarchevole gesto: insieme a Achille Grandi ed Emilio Canevari fondò la Confederazione Generale Italiana del Lavoro, la CGIL, che ad oggi rappresenta uno dei sindacati più importanti d’Italia. I suoi successi non si esaurirono qui però, difatti entrò anche a far parte dell’Assemblea Costituente, rappresentando uno dei volti dell’ala assegnata dal PCI. La sua conduzione della CGIL continuò fino al momento della sua morte, che avvenne nel 1957 a causa di problemi cardiaci.
Il suo ultimo discorso
L’ultima apparizione pubblica di Giuseppe di Vittorio avvenne il 3 novembre 1957, proprio il giorno della sua morte. Alcune ore prima si incontrò difatti con vari esponenti dell’apparato sindacalista di Lecco e in tale occasione fece un discorso particolarmente importante e riassuntivo di ciò che sono stati la sua ideologia, i suoi pensieri, le motivazioni che lo spinsero a condurre un’esistenza così attiva nella militanza sociale e lavorativa. Da subito decise di dare rilevanza alla disparità esistente nel paese, dove da un lato i benestanti vedevano confermarsi o addirittura moltiplicarsi le proprie ricchezze, mentre i meno abbienti, come i lavoratori manuali, continuavano a condurre una vita subordinata a volontà maggiori. Molti di loro ad esempio non ottenevano una paga sufficiente per garantire a sé stessi e alle proprie famiglie una vita perlomeno dignitosa. Dal suo punto di vista quindi, se in economia si registra un aumento dei profitti, è necessario che esso sia accompagnato da una corrispondente crescita del salario. Stare dalla parte del lavoratori, come spesso ha affermato, comporta sacrifici, poiché urge concedere delle sicurezze.
“Quando la causa è così alta, merita di essere servita, anche a costo di enormi sacrifici […] uniamoci con tutti i lavoratori, in ciò sta la nostra forza”
Quello che immaginava Di Vittorio era dunque creare una comunità di lavoratori, mostrando loro quali fossero i diritti di cui potevano godere oltre ai doveri che dovevano adempire.