Favoritismi e malfunzionamenti del sistema penitenziario: Goffman ci spiega questa istituzione totale

 Sempre più spesso sentiamo parlare di favoritismi a detenuti e di malfunzionamenti nel sistema penitenziario italiano. Male inevitabile o problema risolvibile?È solamente della giornata di ieri, 27 luglio 2021, la notizia di un ennesimo favoritismo colto in flagrante nelle carceri italiane. Questa volta parliamo della Casa Circondariale di Taranto, dove la direttrice è stata sospesa per favoritismi concessi ad un detenuto per associazione a delinquere di stampo mafioso. Ma, ormai, non ci stupiamo più di niente. Le notizie riguardanti il malfunzionamento del sistema penitenziario dello Stivale sono all’ordine del giorno. Qualcuno, però, lo aveva previsto: stiamo parlando del sociologo statunitense Erving Goffman.

La presentazione del Sé come opera teatrale

Partiamo da una pillola tanto difficile da inghiottire, quanto risaputa: in pubblico, tutti noi ci sforziamo di apparire migliori di quanto non siamo realmente. Tendiamo a camuffare qualche difetto, a omettere qualche informazione su di noi, in modo da avere un piacevole controllo sulla situazione relazionale. Insomma, quando parliamo con qualcuno dobbiamo sempre tenere presente che non contano solo le parole, ma anche i gesti, l’espressività e, soprattutto, ciò che non viene detto. Da qui, Goffman forgia la metafora dell’opera teatrale. Infatti, in un’interazione sociale, gli attori recitano una parte a seconda del contesto e delle aspettative altrui. Ma cosa accade quando un soggetto non è moralmente degno o adeguato all’ambiente e alla società?

Il dramma delle istituzioni totali

Per identificare le condizioni tali per cui un individuo sia considerato normale, Goffman ha studiato le interazioni sociali all’interno di un ospedale psichiatrico. Questo, infatti, viene da lui definito come un’istituzione totale, insieme a prigioni, monasteri, accademie militari e case di riposo. Sebbene godano di organizzazioni e scopi differenti, tutti questi luoghi sono caratterizzati dall’isolamento rispetto ad altri ambiti della vita e dalla rigidissima regolazione della quotidianità degli internati, in modo da produrre in loro un cambiamento forzato della personalità. Come è possibile tutto ciò? Attraverso la burocratizzazione di grandi masse di persone, che possono essere incapaci ma inoffensivi (anziani), incapaci inavvertitamente pericolosi (portatori di una grave malattia mentale), individui volontariamente pericolosi (detenuti) e singoli interessati a intraprendere un percorso religioso-spirituale, di studio o di formazione bellica (sacerdoti, militari o collegiali).

La ri-assegnazione del Sé

L’uomo è tale proprio perché è dotato di un corredo della propria personalità, necessario per comunicare nelle interazioni sociali. Ma quando l’individuo viene inserito nell’ambito di un’istituzione totale, viene privato del suo aspetto e dei suoi atteggiamenti abituali. Il processo, percepito come traumatico dal singolo, porta ad una mutilazione personale. Per quanto possa sembrare banale, la requisizione di cosmetici, abiti, rasoi e saponi è, oltre una forma di controllo, un meccanismo di profanazione e di contaminazione. Inoltre, quando la persona si ritrova in una situazione contrastante con la sua concezione del proprio Sè, non ha modo di sfogare il proprio malessere, se non con un atteggiamento distante e puramente difensivo. Infatti, se nel mondo esterno le reazioni sarebbero potute essere le più disparate (da una smorfia allo sparlare di terzi), in un’istituzione totale ci si ritrova divorati dall’inadeguatezza della situazione e del proprio Sé. Non è quindi difficile pensare, sulla base di questa brillante teoria sociologica, a quanto l’ambiente penitenziario sia denigrante per il singolo, pur ammettendo, però, che potrebbe essere migliorabile.

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