La sedia mancata a Ursula von der Leyen ci fa riflettere sul sessismo nella lingua

Il sessismo nella lingua è un tema profondo e delicato, cerchiamo di fare luce sulle discriminazioni nel modo di rappresentare uomini e donne attraverso l’uso della lingua.

Non sono sessista, ma…”. Linguaggio e discriminazione di genere – datajournalism.it

Quotidianamente, in tutto il mondo, si verificano episodi definibili come “sessisti”, tra gli ultimi -avvenuti di recente- ricordiamo il celebre “sofagate”. La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è stata vittima di quello che lei stessa ha definito “un incidente molto imbarazzante”. Vediamo perché.

Scandalo per ciò che è successo in Turchia

Si è sentito molto parlare del “sofagate”; ma, di preciso, cosa è accaduto?

In occasione di un incontro ufficiale con il Presidente turco (Erdogan) e il Presidente del Consiglio UE (Charles Michel), mentre i due uomini hanno potuto accomodarsi tranquillamente su due sedie, poste l’una di fronte all’altra, Ursula rimane in piedi ed è costretta a sedersi su un divano a 3 metri di distanza dai due maschi. Un caso di sessismo?

Sì, e molto di più.

Qualche giorno, dopo, davanti ai capigruppo del Parlamento Europeo Ursula ha affermato di essersi sentita sola “come donna, come presidente e come europea”; parla di “solitudine”, poi di “umiliazione” e di “fallimento” di uno dei principi fondamentali della costituzione europea (o, dovremmo sperare, universale): la parità di genere.

Anche il Presidente Michel si è pronunciato in merito all’incidente e ha parlato di offesa all’Ue e a tutte le donne (questo dopo non essersi, comunque, scomodato dalla sedia, in Turchia).

Tra l’altro, il sofagate sarebbe collegato anche al ritiro della Turchia dalla Convenzione di Instabul.

Ma, messe da parte le motivazioni prettamente socio-politiche, l’episodio che ha avuto come vittima von der Leyen è, purtroppo, uno solo dei tantissimi casi di sessismo che si verificano ogni giorno.

Turchia. Niente poltrona per Ursula von der Leyen: è 'sofagate' per Erdogan - Photogallery - Rai News

Il sessismo nella lingua italiana

Anche le lingue sono sessiste? Perché? Complice un retaggio socio-culturale?

Nella lingua italiana esistono due generi: maschile e femminile.

Come si attribuisce il genere a una parola?

Per i nomi di cose inanimate la distinzione tra generi è semplicemente convenzionale e grammaticale: sostanzialmente non si sono ragioni extra-linguistiche per cui si dice “la mano” (f.) invece che “il mano” (m.). In questi casi l’assegnazione del genere è immotivata.

Per gli animali, in linea generale, vi è corrispondenza tra il genere naturale e il genere grammaticale, ad esempio: “il gallo/la gallina”, “il gatto/la gatta”, “la mucca/il bue”…

A volte si abbinano i termini maschio e femmina, se il nome è invariabile nel genere: “il pavone maschio/il pavone femmina”, “la tigre maschio/ la tigre femmina”, “una pantera maschio/una pantera femmina”…

E per gli umani? La problematica riguarda, soprattutto, le professioni. Ma andiamo con ordine.

Il linguaggio è una particolarità tipica solo della nostra specie?

Il processo di mozione e i relativi problemi

In linguistica, il passaggio di un nome da un genere all’altro si definisce processo di mozione; esistono:

  • Nomi invariabili in cui cambio solo l’articolo (il preside/la preside, il dentista/la dentista );
  • Nomi mobili che mantengono la stessa radice sia per il maschile, sia per il femminile; il passaggio si realizza con un semplice cambio di morfema flessionale finale (bambin-o/-a; camerier-e/camerier-a);
  • oppure con cambio di suffisso (aut-ore/aut-rice; operat-ore/operat-rice);
  • o, ancora, aggiungendo un suffisso (dottor-e/dottor-e-ssa; professor-e/professor-e-ssa; lo student-e/la student-e-ssa).

E fin qui nessun problema.

Ma se leggeste “avvocatessa, sindaca, architetta, ostetrico, casalingo, ministra, funzionaria” , molti di voi probabilmente storcerebbero il naso. Perché?

Si tratta semplicemente di abitudine; da un punto di vista prettamente grammaticale, non c’è nulla di astruso o sbagliato, anzi.

Già, nel 1993, Sabino Cassese nel “Codice di stile” proponeva un uso non sessista e non discriminatorio della lingua.

Per alcuni nomi, certo, i pareri sono discordanti: si dice “l’avvocata”, “l’avvocatessa”, “l’avvocato donna” o semplicemente “avvocato”?

La norma linguistica, per il momento, non si è espressa puntigliosamente su quale modalità sia quella più appropriata.

In molti, però, contestano l’uso dell’articolo femminile davanti a sostantivo maschile: ad esempio va evitato “la ministro, preferendo “la ministra”.

C’è anche un ulteriore problema: spesso pare che i suffissi “-essa” e “-trice” siano discriminatori e che, quasi, vadano a sminuire il lavoro o la professione svolta da donne.

Clamoroso è stato il caso di Beatrice Venezi che, sul palco del Festival di Sanremo, ha affermato: “Chiamatemi direttore, non direttrice d’orchestra”.

Il suffisso in sé non genera discriminazione, al massimo è la connotazione che vi si attribuisce.

è giustissimo porsi il delicato problema sulla questione di genere anche nella lingua, ma non bisogna farne una “questione di stato”.  Le desinenze maschili e femminili (e neutre per lingue come il latino che presentano anche quest’altro genere) hanno proprio la funzione di specificare il genere della persona che sta svolgendo un determinato lavoro: e così da casalinga si è ottenuto casalingo; da ostetrico, ostetrica; ministro, ministra; da dottore, dottoressa; da avvocato, avvocata/avvocatessa…

Per quello che si può, per i contesti in cui si può, è preferibile usare le desinenze che specificano il genere (sempre per quanto concerne un’analisi linguistica); tra l’altro esistono casi in cui nomi di genere maschile indicano attività svolte da donne “il soprano, il contralto”, e nomi di genere femminile per indicare attività svolte, principalmente da uomini: la recluta, la guardia, la sentinella… In questi pochi casi, la grammatica non prevede forme come “il recluto” o “il sentinello”.

Mini-corso su Apprendimento e natura del linguaggio | Articoli | DeA Live

Il futuro della lingua

I pareri dei linguisti -su come utilizzare le desinenze e i suffissi, su come riferirsi a professioni svolte unicamente da donne o da uomini (ferrea divisione che veniva fatta più in passato)- sono molto diversificati. E non è esclusa la possibilità che la situazione cambi da qui a 10 o 20 anni, perché la lingua non è invariabile e fissa, anzi muta nel tempo anche molto velocemente, soprattutto per quanto riguarda il lessico.

Si continua a discutere molto del sessismo sul piano linguistico, sociolinguistico e giuridico.

C’è chi addirittura propone di abolire le desinenze finali che distinguerebbero maschile e femminile, sostituendole con un asterisco o con una desinenza neutra, lo “schwa”; è vero che la lingua muta nel tempo e che i cambiamenti sono spesso non prevedibili, però è anche vero che le variazioni di una lingua avvengono seguendo una certa direzione preferenziale. Per questo si dice che il mutamento linguistico è, nel suo complesso, teleologico.

Sostituire tutte le vocali finali delle parole con asterischi faciliterebbe o complicherebbe la comunicazione? Non potremo più capire chi sta parlando, a chi si sta riferendo; mancherà il genere, ma come si esprimerà il numero? La lingua italiana è una lingua flessiva fusiva con morfemi flessionali che recano in loro stessi più significati e per questo definiti “morfemi cumulativi”. Per essere più chiari, es. “gatto” è un vocabolo maschile singolare; se scrivo “gatt*”, in primis non so se è un micio maschio o femmina, ma non so neanche se sono uno o due.

La lingua tende a seguire un andamento prefissato (chiamato “drift”), e i mutamenti registrati avvengono per facilitare la comunicazione e non complicarla.

Forse in futuro ci saranno meno specializzazioni, ma di sicuro non verranno abolite.

La lingua non crea discriminazioni, ma l’uso che se ne fa può creare fraintendimenti e mettere a repentaglio l’inclusività.

Linguaggio, identità di genere e lingua italiana - Comitato Unico di Garanzia ROMA TRE

Lascia un commento