Nina Gualinga racconta come le donne indigene difendono in Amazzonia le loro popolazioni

Nina Gualinga, attivista a difesa delle popolazioni amazzoniche, rappresenta la bellezza e la forza di donne e popolazioni che combattono in nome dei loro cari, della loro cultura e della loro visione del mondo.

L’occidente ha da sempre cercato di conquistare e colonizzare il resto del mondo. Se prima questo appariva naturale oggi inizia ad essere messo in discussione. Guardiamo il caso delle popolazioni amazzoniche.

Alla conquista del nuovo mondo

Corre l’anno 1492 quando Cristoforo Colombo sbarca sul continente americano anche se non ci crederà mai. Si apre una nuova epoca, sia per l’occidente che per le popolazioni americane. Per i primi il mondo si allarga, si scopre un nuovo mondo e un nuovo continente, abitato da strani selvaggi che non si sa come definire, si opta alla fine per un misto tra uomini e animali. Per i secondi è stato molto più tragico, ha infatti segnato la fine di popolazioni, territori e culture.

Lo scontro non è mai stato alla pari, fucili e armi di fiorente acciaio si scontravano con archi e frecce, lance, i primi ferri. I conquistatori venivano spesso descritti e visti da queste popolazioni indigene come la fine del mondo, come dei semidei che potevano fare del loro destino ciò che volevano. Il trauma è stato indescrivibile, si hanno dei racconti di popolazioni che di fronte a queste conquiste si sono suicidate in massa, dopo che la loro esistenza ha perso di significato.

Soltanto secoli dopo questi comportamenti sono stati iniziati ad essere messi seriamente in discussione da forti critiche. Si è cominciato a parlare di etnocentrismo e si è sviluppata una maggiore sensibilità verso le popolazioni indigene. Nonostante questa nuova sensibilità, gli interessi economici e politici non hanno perso la loro forza, così che ancora oggi ci troviamo di fronte a multinazionali che non si fanno scrupolo ad occupare territori al fine di estrarre petrolio.

L’attivismo delle popolazioni contro le multinazionali

Nina Gualinga ha rilasciato un’intervista per Vogue, parlando dei suoi combattimenti in nome ed ha difesa delle popolazioni ecuadoriane che combattono contro una compagnia petrolifera che vuole sfruttare i loro territori. Il governo ha dato il via libera alle multinazionali per cercare petrolio nei territori. Nina Gualinga racconta di come alla tenera età di otto anni si sia vista entrare nel proprio territorio una multinazionale, che voleva cacciarli.

Fortunatamente le popolazioni hanno resistito, a differenza di tante altre, cercando anche di dialogare con attori istituzionali e vedendo riconosciuti i loro diritti. Tuttavia continuano ad essere presenti le diverse pressioni e minacce. Il riconoscimento a volte manca anche a livello di opinione pubblica, che fatica a comprendere davvero e a mettersi nei panni di queste popolazioni.

Questi episodi non sono isolati, ma rappresentano una quotidianità per tante culture e popolazioni indigene. L’antropologa Katherine Milton racconta di come il governo brasiliano tenti di “pacificare” alcune popolazioni al di fuori del suo controllo. Il metodo è quello di regalare alcuni oggetti di uso comune occidentale (come armi in metallo, alimenti come sale e zucchero) a delle popolazioni finché queste non ne diventano dipendenti e al quel punto vengo costrette a produrre più utensili al fine di scambiarli. Un po’ il metodo usato dai peggiori spacciatori nelle città.

L’importanza della sensibilità verso il diverso

Pierre Clastres è stato uno dei primi antropologi negli anni ’70 a studiare le popolazioni indigene e a “prenderle sul serio”. Ha criticato le posizioni di molti suoi colleghi perché rischiavano di considerare le popolazioni diverse da quella occidentale come primitive, arretrate; insomma, come qualcosa di non importante. Clastres ha inoltre messo in discussione la categoria occidentale del potere, secondo l’antropologo infatti il potere non è ovunque inteso come in occidente, ovvero come un potere coercitivo che implica il dominio.

Oggi c’è ancora troppa poca sensibilità verso le popolazioni indigene, che vengono viste come barbare, brutali, selvagge ed arretrate. Questo è un sintomo della scarsa criticità e messa in discussione che affligge l’occidente moderno, eterna macchina che gira, senza sapere né in che verso né perché.

Nessuno vuole sostenere che le multinazionali sono il male mentre queste popolazioni sono il bene, sarebbe un pensiero infantile e acritico. Si vuole sostenere che soltanto tramite una seria messa in discussione di sé stesso l’occidente può arrivare ad integrare queste popolazioni all’interno del proprio mondo, senza rischiare di distruggerle e di commettere un atto di violenza nei loro confronti. Inoltre abbiamo tutto da guadagnare da popolazioni che hanno una diversa cultura e una diversa visione del mondo, il rispetto nei loro confronti ci arricchisce. Se questo non avviene invece gli sforzi di Nina Gualinga e di questi gruppi rischiano di essere una diga troppo debole per un imperioso torrente che vuole spazzarlo via.

 

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