Il libero arbitrio dell’uomo nell’ottica di Anselmo e Kentaro Miura in “Berserk”

Siamo realmente liberi nelle nostre scelte o tutto è già deciso? Uno degli argomenti più discussi della storia dell’uomo dal punto di vista “sacro” di Anselmo D’Aosta e “profano” del manga “Berserk” di Kentaro Miura.

All’interno della speculazione medievale il tema preminente è l’interpretazione e gli studi delle Sacre Scritture e si discusse spesso riguardo la libertà dell’uomo rispetto Dio e il libero arbitrio. Anselmo D’Aosta presenta, nei suoi scritti, ci presenta il suo punto di vista che tenta di risolvere questo dilemma, mentre nel manga “Berserk” di Kentaro Miura vediamo come spesso il libero arbitrio sia solo una mera illusione.

Anselmo e il rapporto tra l’uomo e Dio

Anselmo nasce nel 1033 ad Aosta da Gandolfo, nobile longobardo, e da Ermemberga, donna virtuosa imparentata con i Savoia, già da bambino mostrò una grande predisposizione religiosa tanto che all’età di quindici anni espose a padre il suo desiderio di diventare monaco ma egli rifiutò categoricamente in quanto, una volta cresciuto, era già deciso a fare di Anselmo il suo erede. Alla morte della madre, avvenuta nel 1050, Anselmo iniziò a dedicarsi sempre di più alle faccende mondane anche se i rapporti con il padre si fecero sempre più aspri tanto che nel 1060, accompagnato da un servo, prese i voti come novizio all’abbazia benedettina del Bec in Francia. Divenuto discepolo di Lanfranco gli succedette come priore dell’abbazia di Bec e ben presto divenne noto per la sua cortesia e il suo grande ingegno che lo portarono a scrivere il “Monologion”, primo opuscolo in cui discusse riguardo Dio mediante la “teologia positiva”, giungendo ad affermare l’esistenza di Dio partendo dalle esperienze sensibili (parte dalla causa per giungere all’effetto); quest’opera venne seguita da un altro opuscolo intitolato “Proslogion” in cui è espressa la celebre prova “ontologica” di Dio in quanto, mediante l’utilizzo in questo caso della “teologia negativa”, afferma che Dio è l’essere di cui non si può pensare oltre e, afferma parimenti la sua esistenza colui che enuncia “Dio non è” in quanto, per poter enunciare il suo nome, deve essere in possesso di una nozione primitiva della divinità. Tra le varie tematiche riguardo la fede discusse nelle sue opere notiamo come all’interno della “trilogia della libertà” composta dai dialoghi “De veritate”, “De libertate arbitrii” e il “De casu diaboli” si porti all’attenzione non solo il problema della giustizia, la virtù morale e la verità, ma anche la libera volontà dell’uomo e di come la caduta del diavolo l’abbia influenzata. Proprio riguardo il libero arbitrio, nel secondo dialogo, Anselmo parte definendo la libertà non come possibilità di scegliere  liberamente il peccare, altrimenti la libertà stessa risulterebbe avere connotazioni negative il che è impensabile nell’ottica in cui è Dio stesso a renderci liberi. La libertà, quindi, giunge ad essere definita come la facoltà che ci permette non di fare ciò che vogliamo ma, piuttosto, che ci permette di adeguare la nostra volontà a ciò che è giusto e che vogliamo e, il peccato, visto in questa prospettiva, si presenta come corruzione della verità stessa. Anselmo, infine, sottolinea come la libertà della volontà che ci permette di perseguire ciò che è giusto non è prettamente indipendente e sotto il volere dell’uomo ma, piuttosto, è l’intercessione della grazia che ci permette, dato la nostra distanza da Dio una volta scacciati dall’Eden, di ottenere la vera libertà ossia il ricongiungimento con Dio.

“Berserk” e lo scontro con il destino

“L’uomo s’illude di essere il fautore della propria vita ma vi sono elementi superiori che guidano e controllano il destino di ognuno di noi, chiamatele forze sovrannaturali oppure intervento divino, ciò che è certo, è che le nostre azioni non sono il risultato del libero arbitrio”. Con queste parole il narratore della versione animata del manga “Berserk” di Kentaro Miura ci proietta subito nel mondo dell’opera: un medioevo fittizio in cui la guerra dei cent’anni imperversa nei Midlands, morte e devastazione accompagnano gli scontri tra eserciti in cui ci viene presentato Gatsu, giovane protagonista dell’opera, conosciuto dopo con l’appellativo di “Cavaliere Nero”, il quale è un giovane mercenario in cerca della morte sul campo di battaglia a causa dei suoi trascorsi che ci permettono di apprezzare il genio di Miura: trovato appena nato ai piedi della madre impiccata a un albero venne trovato da Gambino e dalla sua compagnai di mercenari i quali, inizialmente, erano esitati sul prendere il bambino in carico in quanto, essendo nato letteralmente dalla morte, era un portatore di sventura. Una volta cresciuto da Gambino stesso venne ferito nel più profondo della psiche sia dalla violenza sessuale subita da un commilitone (si scopre che Gambino stesso vendette Gatsu) sia dal fatto che, caduto in disgrazia a causa di ferite di guerra, il suo stesso padre adottivo tenterà di ucciderlo fallendo e morendo egli stesso lasciando il giovane distrutto nello spirito e ricercato come traditore. Dopo l’ennesimo scontro con un generale di esercito avente la fama di essere invincibile Gatsu fa la conoscenza, scontrandosi allo stesso tempo, con Griffis capo dell’Armata dei Falchi, gruppo mercenario noto per la sua invincibilità, il quale lo batte in duello e lo costringe ad entrare nella sua compagnia. Griffis si presenta inizialmente come fosse lui il protagonista positivo, sia nell’aspetto estetico sia nell’epiteto “Falco Bianco”, in più la sua spada, rispetto Gatsu, è spinta da un sogno ossia quello di governare un regno utopico in cui tutti siano protetti e sicuri a qualunque costo, che sia il suo corpo venduto a qualcuno per soldi o che sia un soldato morto su un campo di battaglia. La spaccatura tra i due avviene quando, ascoltato Griffis affermare che non potrebbe considerare amico qualcuno privo di un sogno, Gatsu capisce che per essere un suo pari deve trovare un suo scopo e decide di partire per trovare la sua strada, arrivando a duellare con Griffis stesso sconfiggendolo questa volta. Distrutto dall’abbandono quest’ultimo si intrufola a palazzo e violenta la principessa venendo imprigionato e torturato per un anno intero fino a quando, con il ritorno di Gatsu, non viene tratto in salvo anche se ormai debilitato dalle torture (gli viene tagliata la lingue e recisi i tendini rendendolo incapace di muoversi o parlare). In questo punto della trama subentrano i fattori sovrannaturali: una volta appreso il suo destino ormai giusto al termine Griffis, in possesso di un artefatto mistico chiamato bejelit, lo attiva tentando il suicidio durante un’eclissi, evento fortuito che si dimostrerà poi parte del piano già scritto da Dio degli abissi, divinità di questo mondo che si nutre dell’entropia e del male del mondo , con la quale il giovane, predestinato già da bambino, potrà rinascere come divinità facente parte della Mano di Dio come quinto e ultimo membro prendendo il nome di Phemt a patto di sacrificare i restanti membri dell’armata dei Falchi come sacrificio. Accogliendo il suo destino Griffis accetterà e condannerà tutti alla morte per poter risorgere, gli unici che scamperanno grazie all’aiuto del misterioso Cavaliere del Teschio saranno Gatsu, debilitato dalla perdita di un braccio e di un occhio, e Caska, ex capitano dei Falchi impazzita a causa della violenza fisica subita da Griffis stesso una volta incarnato in demone. Questo è il motore della trama stessa: Gatsu, ormai marchiato come sacrificio, vuole sconfiggere il suo destino e trova ironicamente nel suo scopo della vita la morte di Griffis il quale ha distrutto non solo la sua fiducia, ma ha eliminato quelli che considerava la sua famiglia e ha distrutto psicologicamente Caska, la donna da lui amata.

Siamo liberi nelle nostre scelte o siamo soggetti al destino?

Sia in Anselmo sia in Miura notiamo come l’uomo, nel suo esistere in chiaro-scuro, sia effettivamente soggetto a forze “superiori” e da solo non può nulla se non essere trascinato dalla corrente degli eventi. Gatsu, in un certo senso, può essere preso come il “messia” dell’uomo medio in tutte le sue sfaccettature: gettato in un mondo che lo rifiuta fin dalla sua nascita (ricordiamo come la sua nascita venga dalla morte), cresciuto in un mondo che non lascia spazio ad umanità e giustizia, colpevole del solo “reato” di esistere e di voler affermare la propria esistenza individuale. Per richiamare il filosofo Leibnitz potremmo arrivare a dire che questo sia, in confronto alla quantità di universi possibili, il migliore nonostante le avversità in quanto, Liebnitz come Anselmo, ritiene impossibile che Dio nella sua onnipotenza e misericordia, possa dare vita al universo “peggiore” in quanto essere perfetto. Vedendola in chiave agnostica o atea che sia, che sia il Fato o Dio a decidere del nostro futuro, siamo noi uomini ad essere qui ed ora e a dover quindi prendere le redini dei nostri obbiettivi in quanto, per dirla alla Heidegger, siamo esseri progettanti e la nostra esistenza è tale in quanto possibilità di essere e di realizzazione.

 

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