Una donna, se vuole scrivere romanzi, deve avere soldi e una stanza per sé. Ma bisognerebbe anche disattivarle l’account di Twitter e trovarle una tata per i figli.

Avete mai visto una donna dedicarsi alla militanza politica? Impossibile, anche io lo dico! L’angelo del focolare e l’attivismo? Sciocchezze. Una donna non può proprio pensare di sporcarsi il grembiule per incatenarsi alle ruote della carrozza del Primo Ministro inglese, scherziamo? E, certamente, non potrà mica rischiare di rompersi un’unghia per postare tweets omofobi e razzisti! Nel bene e nel male, comunque, la donna non sa queste cose. Non può conoscere nulla di ciò che non riguardi i detersivi o le ricette per i ciambelloni. Stereotipi, che schifo. Almeno Virginia Woolf si è sposata senza saper cucinare la lasagna.
Una mater familias per sbaglio
Sarà un po’ l’aria di un nuovo lockdown imminente, sarà un po’ l’abbonamento a Disney+ che sta per scadere (figlio ripudiato del lockdown precedente), ma in questo weekend proprio non poteva mancare un rewatch di Mary Poppins, un cult al pari de Il padrino e Una notte da leoni. Da piccoli non si riuscivano a notare certi details succulenti con la stessa malizia degli occhi adulti. Ad esempio, il fatto che Bert dovrebbe seriamente prendere in considerazione l’idea di quittare l’impiego di spazzacamino per abbracciare il sogno di molte ragazze trasformandosi in uno sugar daddy da urlo. Ma qualcuno si è mai accorto della prima suffragetta vista nell’impero Disney? Altro che Emily Punkhurst o il blog di Freeda, qui si tratta della Signora Winifred Banks! La bionda svampita che sembra capitata nel Viale dei Ciliegi numero 17 (casa sua, non dimentichiamolo) proprio per sbaglio. La signora che, indossando un meraviglioso abito color limone, fa strabuzzare le orbite solo al sentirla chiamare “mamma”. C’è poco da dire, Winifred Banks è una versione moderna della madre modello: cambio di personalità a seconda dell’abito, figli persi e nessun cruccio, lavativa per sport (tanto a lavare ci pensano le governanti), bugie, menzogne e assenteismo reiterato per il puro piacere dell’attivismo. Winifred Banks è una donna a 360 gradi, tira le uova alla casa del (povero) Primo Ministro, canta con i falsetti un inno alle suffragette, soldati con le sottovesti, e, da perfetto crociato con l’utero, mente al marito al grido di fallo&martello. Tutto non prima di averlo mandato a quel paese per averle consigliato di imparare a fischiettare da signora come Mary Poppins, praticamente perfetta sotto ogni aspetto.

Una stanza tutta per Virginia
È buffo pensare che la Signora Banks e la Signora Dalloway sono frutto della stessa epoca storica. Quella famosissima per il decostruttivismo del modello patriarcale, accettato a denti stretti per secoli e vomitato sulla soglia della guerra. Se l’aspettavano, gli uomini al fronte, che le donne, quelle che avevano come scettro uno scopettone e come scarpette le Crocs, se la sarebbero cavata egregiamente? Intendo con il lavoro e la zuppa sui fornelli e i compiti dei figli? Hanno pure avuto il tempo di fondare un partito, il Women’s Social and Political Union. Virginia era perfettamente conscia che quella che si apprestava così faticosamente a vivere, giorno per giorno, sarebbe stata un’esistenza sempre intrisa di difficoltà. Perché, lei come tante, come troppe, aveva delle semplici ovaie e un genitale diverso dal pene. Credeva che l’indipendenza economica, la possibilità di esercitare una professione e l’istruzione fossero diritti inalienabili delle donne, riconosciuti persino dallo stato di natura e, per questo, sacri. Ha fatto della parola femmina un inno alla vita e una battaglia. Forse, una missione che compie ancora tutti i giorni, quando una ragazzina viene molestata o una donna incinta viene licenziata dal lavoro. Allora, tutte, per un motivo o per un altro, ci rifugiamo nella stanza che Virginia, nel 1929 e anche prima, stava costruendo per noi, mattone su mattone, libertà su libertà. Ed è così che ci rendiamo conto che emancipazione o femminismo come statement è troppo riduttivo, perché, lei, Virginia non era solo quello. Non era solo emancipata, non era solo femminista.

Sorpresa! A Teen Vogue importa della politica
Mi viene inevitabilmente da chiedere che cosa Virginia potrebbe mai pensare di una come Alexi McCammond. Sì, l’incoming editor di Teen Vogue che, per dare un post al suo pensiero, ha fatto fare ai suoi tweets omofobi e razzisti la scala ontologica dell’evoluzione al contrario. Che peccato! Finalmente una ragazza impavida che sa usare gli strumenti di comunicazione a suo favore! Il risultato è che l’epifania del suo pensiero politico è stata così, non so, vergognosa. Non bastavano soltanto i suoi cinguettii contro gli Asian Americans, riaffiorati in un momento in cui il covid-19, per più di un istante, ci è sembrato avesse gli occhi a mandorla e la pelle olivastra. E non bastava ancora lo scandalo del compagno TJ Ducklo, accusato di aver minacciato una reporter (I will destroy you, testuale) affinché non investigasse sul passato della coppia prima che venisse resa ufficiale per non minare il suo ruolo di press secretary presso la Casa Bianca. Che poi, Biden l’ha licenziato comunque. Tutto questo non era abbastanza. Alexi, non contenta ancora, ha scritto un ingente corpus di notes, di cui Cicerone dovrebbe aver solo rispetto e timore, scusandosi e scusandosi, offendendo e offendendo. Il suo intento, ha dichiarato, da questo momento in poi sarà dare voce a quelli che non l’hanno. Ma, non sarebbe stato più corretto dire “a quelli che una voce già la hanno, che non viene ascoltata nemmeno strillando quando vengono messi all’angolo dagli ignoranti”? What a pity, Alexi.

La donna, divinità con quattro braccia
Molti pensano che il posto della donna sia sporca di farina in cucina, china in bagno a lavare il WC, accanto ai letti dei figli, mentre legge loro una fiaba soporifera. Molti non pensano che possa maturare un pensiero personale, diverso e suo, non influenzato dagli estrogeni. Per quanto la storia di Alexi possa farci dire, inconsciamente, che è meglio togliere lo smartphone dalle mani di una donna incapace di saper leggere l’anti-racism policy di un social media come Twitter, dobbiamo cercare di prendere il buono. Almeno Alexi ha condiviso il suo impegno in una causa che credeva valida da esprimere pubblicamente, almeno ha dato valore alle sue credenze con coraggio e spavalderia. E non è detto che queste due siano parole negative, come non sta a noi giudicare cosa è bene e cosa è male. Certo, il razzismo di bene non ha proprio nulla e spero che nessuno sposerà mai le idee della Alexi del 2019, ma come possiamo pretendere un cambiamento, una rivoluzione, se non diamo noi l’occasione a chi ha sbagliato di imparare e rimediare? Come possiamo convincere quelli che non hanno fiducia che le donne non hanno un solo e posto? Le donne sanno fare tante cose, me le immagino come una di quelle divinità induiste, con più di quattro braccia e tutte impegnate. Sicuramente, Alexi una cosa non la sa fare, cioè leggere i termini e le condizioni all’iscrizione su un social prima accettarli.
A questo punto, mi domando ancora: le suffragette e le femministe hanno il ciclo sincronizzato?