Cos’è una poesia? Citiamo la definizione di uno dei più prestigiosi dizionari italiani: “L’arte (intesa come abilità e capacità) di produrre composizioni verbali in versi, cioè secondo determinate leggi metriche, o secondo altri tipi di restrizione”. Bene, ora sappiamo (grazie al Treccani) che la poesia è strettamente connessa alla metrica, al ritmo… Quindi, la forma è di fondamentale importanza; ma cosa possiamo dire a proposito del contenuto?

Chiamiamo in causa Qualcuno che ha provato a rendere con parole concrete, l’indicibile:
“Poesia, questa esitazione prolungata tra il suono e il senso” ebbe a dire Paul Valery; “La poesia è la pelle del poeta” affermò Alda Merini; “La poesia comincia dove finisce l’uomo” ha detto Josè Ortega Y Gasset, ma la poesia è anche “l’arte di far entrare il mare in un bicchiere” (Italo Calvino); anche il contemporaneo Franco Arminio ne ha dato una suggestiva definizione: “La poesia è una lucciola alle due del pomeriggio, è un mucchietto di neve in un mondo col sale in mano“.
Potremmo citare migliaia di definizioni di autori che cercano di dare un contenuto alle 6 lettere della parola poesia, una parola, mille e più spiegazioni tutte diverse; una parola, mille e più emozioni.
Dunque, abbiamo capito che la poesia, quella vera, è bellezza, ispirazione, libertà, emozione, astrattezza, è avere nuovi occhi, suggestione… è, probabilmente, indefinibile. Dare una definizione di poesia è difficile, figuriamoci spiegare, per filo e per segno, nei minimi dettagli, il significato allusivo di un gruppetto di versi.
Vediamo, insieme, alcune delle poesie considerate più criptiche e difficoltose da capire e interpretare.
1. La poesia della letteratura italiana più difficile
La canzone dello stilnovista Guido Cavalcanti è una delle più complesse in assoluto nell’intera storia letteraria italiana: “Donna me prega, perch’eo voglia dire“.
Non è tanto la metrica o l’impiego di ardite figure retoriche a complicarne la lettura, bensì il debito contratto con la filosofia. Attraverso il rifacimento alle correnti averroistiche e al procedimento deduttivo scolastico, Cavalcanti, votato alla sola razionalità e all’altezza di ingegno, delinea l’immagine di un amore tormentato e struggente, senza opportunità di scamparvi: il movimento di spiriti e spiritelli alimenta i sospiri e i tremori dell’amante.
Il ragionamento sulla tematica amorosa riprende il più famoso interprete arabo di Aristotele, cioè Averroè; la lirica è caratterizzata da un lessico intriso di tecnicismi, di vocaboli di tradizione filosofica e presuppone un attento studio della filosofia gnoseologica. Il primo ad occuparsi di una sua lettura critica fu, non a caso, un medico Dino del Garbo e non un umanista.

2. La poesia più difficile da tradurre
“La lingua italiana è più bella dell’inglese”. Quante volte abbiamo sentito questa frase? Partendo dal presupposto che ogni lingua è “bella in sé” perché detiene particolari caratteristiche irriproducibili in un’altra lingua, se già -spesso e volentieri- è complicato tradurre un’espressione idiomatica, figuriamoci rendere un intero testo poetico.
Emblematico è stato il caso dell’Infinito di Giacomo Leopardi, composto nel 1819; numerosi sono stati gli autori che si sono cimentati nell’ardua impresa di traduzione, tra gli ultimi Susan Stewart, poetessa americana, che ha affermato: “L’inglese non è risonante come l’italiano […] Leopardi è troppo profondo per essere compreso”. La difficoltà consiste, in primis, nel ricercare un verso che abbia la stessa ritmica cadenzata dei quindici endecasillabi leopardiani; in secundis, il trasmutare il senso del dolce naufragare viene reputato un “compito infinito” dalla Stewart.
L’idillio è stato tradotto in 28 lingue, addirittura in emoji, ma nessun linguaggio potrà mai lontanamente eguagliare la sublimità dell’italiano leopardiano.

3. A volte le cose più semplici, sono le più difficili
Uno dei maggiori autori del Novecento, Umberto Saba, partiva dall’analisi di parole comuni per, poi, volgere uno sguardo a quelle peregrine; ad esempio, molto nota è la lirica “Amai”, in cui il poeta si concentra su due parole rima usate e abusate.
La rima fiore-amore è famosissima, scrive Saba, eppure cela un significato molto più intrinseco e ancestrale, assolutamente non banale.
“M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo“.

4. Brevità non è sinonimo di semplicità
La poesia più breve del mondo è la seguente:
“Adam
Had’em”
lett.= Adam had them; ossia “Adamo li aveva”.
Due righe, anzi due versi per un totale di tre parole, che racchiudono la storia dell’Uomo. Il titolo della poesia (paradossalmente più lungo della stessa) è Lines on the Antiquity of Microbes (=Righe sull’antichità dei microbi) e fu scritta, molto probabilmente, da Strickland Gillilan.
Ricordiamo, inoltre, un’altra breve poesiola “Tears” di William C. Wilkinson, costituita da due sole parole, per altro in rima:
“I.
cry.”
lett. “Io piango”.

5. Questione di numeri
In Italia, non abbiamo il primato di poesia più breve (una delle più corte è sicuramente la celeberrima Mattina di Ungaretti, “Mi illumino di immenso” ), ma deteniamo il record di poesia più lunga al mondo. Ci troviamo a Fabriano, piccola città nelle Marche, ove il poeta di strada Ivan Tresoldi ha dato vita a una poesia scritta su un foglio lungo 250 m.
6. La poesia elitaria: tra Decadentismo ed Ermetismo
L’ermetismo italiano si basa su una concezione elitaria della poesia: più le immagini sono complesse e di dubbia interpretazione, più il lessico aulico e ricercato, meno lettori capiranno il vero significato che c’è dietro ogni verso.
Lo stesso vocabolo che dà il nome alla corrente (Ermetismo da ermetico) sta a indicare qualcosa di enigmatico, di chiuso, terribilmente vicino al trobar clus dei trovatori provenzali.
Non è solo la lettura che, spesso, è astrusa, ma proprio la possibilità di poter attribuire più significati a uno stesso concetto, l’ambiguità del testo.
Ermetico non è solo il linguaggio, bensì anche l’atteggiamento scoraggiato e sommesso del poeta che si richiude in se stesso perché oramai privo di speranze. La poesia diviene portatrice di valori negativi, diviene l’unica voce per coloro che, pur di farsi sentire (attenzione non da chiunque), adottano un linguaggio indecifrabile, coperto da un alone di pessimismo. Per loro la poesia è mistero, è trascendenza, è ambiguità, è purezza… Una poesia no filter che ricorda un po’ la décadence dei francesi; anche qui, del resto, si aveva una concezione di circolazione ristretta della poesia.
La poesia per i poeti maledetti è il solo mezzo, in quanto irrazionale, che può cogliere la dimensione del reale, la sola che scioglie i nodi dell’apparenza, che perviene fino all’anima, che è buio e luce contemporaneamente. Scrive Verlaine:
“Je suis l’empire à la fin de la décadence“.
Io sono l’impero alla fine della decadenza. Un’affermazione tagliente, la fine delle certezze, l’arrivo di barbari che demoliscono ogni speranza, ogni desiderio, che rendono tangibile le illusioni.
La fine della decadenza è davvero la fine di tutto? La serena e tanto attesa conclusione di un periodo di sofferenze indicibili? Oppure l’avvio a un’era gloriosa, incarnata da una fenice che risorge dalle proprie ceneri?
L’incipit della poesia simbolo del Decadentismo introduce il tema, evidentemente angoscioso, di quel tipo di poesia che è leggerezza e pesantezza insieme, che è libertà e dipendenza.