Inquinamento da microplastiche: cosa sono e perché le stiamo ritrovando ovunque

Nemici quasi invisibili che creano enormi problemi: qual è il significato della loro crescente presenza, e che ruolo hanno negli ecosistemi?

Dati raccolti tra i laghi dell’Italia e della Germania hanno evidenziato che la quantità di microplastiche trovate nelle acque dolci, è in preoccupante aumento. Da cosa dipende? Possiamo intervenire?

Cosa sono le microplastiche

Per definizione le “microplastiche” sono tutti quei pezzetti di plastica o polimeri più piccoli di 5mm (<5mm) fino ad 1 mm (>1mm) almeno in una dimensione; quando generalmente parliamo di “microplastiche” nell’ambiente, siamo soliti considerare una categoria molto più ampia che racchiude spesso anche le “mesoplastiche” ovvero quei pezzetti molto comuni sulle spiagge che vanno dai 2cm ai 5mm, e in parte anche le “miniplastiche” di dimensioni inferiori a 1mm.

Le microplastiche propriamente dette si distinguono in due categorie in base alla loro natura: sono infatti considerate “primarie” le microplastiche che nascono già così micro, prodotte così per essere impiegate in vari settori, mentre le microplastiche “secondarie” sono quelle che diventano micro a seguito di disgregazione di pezzi di plastica più grandi, ad esempio da rifiuti lasciati sotto il sole o nel mare.

Da dove provengono però questi pezzi di plastica così piccoli? L’uso che facciamo della plastica è veramente ciclopico, e ormai la plastica è parte importante della nostra quotidianità, sicurezza ed economia. Potremmo forse dire che è parte della nostra storia. Le microplastiche secondarie potrebbero provenire potenzialmente da qualsiasi oggetto in plastica che si disgrega in lamine sottili o in frammenti, ad esempio da buste e bottiglie di plastica, oggetti usa e getta, flaconi, giocattoli, pneumatici e scarpe, vernici, insomma qualsiasi cosa vi venga in mente o abbiate davanti agli occhi in questo momento, che sia di PVC, PET, polistirolo etc. Inoltre, una buona parte dei microfilamenti di plastica provengono dalle fibre dei tessuti che vengono lavati in lavatrice, tessuti che contengono poliestere, nylon, poliuretano e altre fibre sintetiche plastiche, che i filtri delle lavatrici spesso non riescono a trattenere e vanno a finire nei reflui. Le microplastiche primarie conosciute come “pellets” invece vengono impiegate comunemente nei settori industriali e agricoli, mentre quelle conosciute come “microbeads” sono microsfere contenute fino a qualche tempo fa nei cosmetici, come scrub, maschere, dentifrici e detergenti, sia ad azione esfoliante, sia per aumentare il volume del prodotto.

Da dove vengono e dove vanno a finire le microplastiche

I vari polimeri plastici non sono biodegradabili, ovvero non esistono organismi batterici, fungini, in grado di decomporli. Sembra che soltanto un batterio, Idionella sakaiensis, sia in grado di scomporre il PET, e ci sono diversi studi in Giappone che ne stanno valutando le potenzialità.

Tuttavia, i rifiuti plastici non correttamente smaltiti o non riciclati, seguono un lungo e arduo percorso per finire tutti in un unico luogo: il mare. È qui infatti che anche grandi oggetti piano piano con l’azione del moto ondoso e della luce solare, in particolare raggi UV, si disintegrano e generano microparticelle di plastica, che diventano sempre di più e sempre più piccole, e spesso con le mareggiate, insieme ad altra plastica più grande, finiscono sulle spiagge. L’impatto ambientale della plastica è elevatissimo e la pericolosità di questi oggetti per molti animali è purtroppo fatale.

In particolare, le microplastiche, sia quella di origine secondaria sia di origine primaria che finiscono nel mare, possono entrare pericolosamente nelle catene alimentari, e alterare così le reti trofiche. Si stima che la quantità di microplastica negli oceani sia arrivata ad essere 250mila tonnellate, quasi 60mila frammenti per km2. Gli organismi direttamente impattati sono quelli alla base delle catene alimentari marine, come il plancton, che possono ingerire o inglobare nei tessuti micro, mini e anche nanoplastiche. Sono state trovate nanoplastiche addirittura dentro i tessuti vegetali della Posidonia oceanica, sulla quale poi altri organismi vanno a nutrirsi. Il rischio è che si accumulino sempre di più negli organismi e che risalgano le reti trofiche ad ogni evento nutritivo, ovvero bioaccumulano, fino ad arrivare agli animali di interesse commerciale per la pesca. Inoltre, è stato scoperto che all’interno delle porosità che si creano nelle microparticelle di plastica si accumulano sostanze inquinanti fortemente dannose conosciute come POPs, che grazie alle plastiche viaggiano per lunghe distanze, si diffondono negli ambienti e vengono ingeriti dagli organismi.

Accumulo di plastica negli oceani; anteritalia.org

I rifiuti immessi direttamente in mare provengono principalmente dalle imbarcazioni per attività turistico-ricreative o dai pescherecci che ad esempio possono abbandonare volutamente o accidentalmente reti di nylon in mare che oltre ad essere trappole mortali per molti animali che restano impigliati, con il tempo si disgregano e rilasciano microplastiche. L’altra fonte di plastiche sono gli ambienti di terraferma: i dati raccolti negli ultimi anni, in particolare studi di monitoraggio del lago di Bracciano, Trasimeno e Garda da Legambiente in collaborazione con l’istituto ENEA, hanno evidenziato come la presenza di microplastiche anche nelle acque interne sia in preoccupante aumento. Parliamo di numeri spaventosi, da 9.900 frammenti per Km2 a quasi 132.000. Questa è anche la conferma che la principale origine dell’inquinamento da plastica siano i reflui urbani, industriali e agricoli che entrano poi nei mari, e sono quindi non soltanto un grande rischio per gli ecosistemi marini ma anche e soprattutto per le acque interne e la diversità biologica presente, che per prime le ricevono e già qui, buona parte si disgregano.

Cosa possiamo fare?

Oltre a vari progetti di monitoraggio e analisi per seguire lo status di inquinamento da microplastica dei nostri ambienti, la cosa forse principale da fare è agire a monte del problema: evitare il più possibile l’uso di plastica. Non è possibile cancellare la plastica dalla nostra vita, possiamo però ridurla, sostituirla ove possibile. Può sembrare assurdo, ma ne siamo sommersi e i danni sono gravi, per la salute dell’ambiente e di tutti noi.

Ad esempio, in Italia, dal 1° gennaio 2020 è vietato l’utilizzo di microbeads plastiche nei cosmetici di qualsiasi tipo, dai detergenti al make-up, e verranno sostituiti da particelle biodegradabili. Anche se un piccolo traguardo è comunque un grande passo avanti, ricordandoci però che parallelamente alle iniziative legislative, che finora si concentrano solo sulle microplastiche primarie, è importante il contributo di ognuno di noi nella propria quotidianità, considerando che le microplastiche primarie sono solo l’1% (di cui i cosmetici rappresentano lo 0.1%) mentre il 99% sono microplastiche secondarie, ovvero provenienti da altra plastica.

La differenza sta nelle nostre scelte: la riduzione nel consumo di oggetti in plastica evita anche che, una volta nell’ambiente, possano diventare micro le quali poi, anche se non riusciamo a vederle, si diffondono dappertutto.

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