Il Superuovo

La serie tv “Atypical” ci regala qualche spunto per fare inclusione: vediamo come

La serie tv “Atypical” ci regala qualche spunto per fare inclusione: vediamo come

Atypical è una serie tv atipica. Racconta della vita di un ragazzo con autismo con leggerezza e mai superficialità, facendoci capire cosa vuol dire fare inclusione.

La storia dell’inclusione delle persone con disabilità in Italia è lunga e variegata. Dalla scuola, al mondo del lavoro, alla società in generale molto è stato fatto e tanto c’è da fare ancora. Vediamo cosa possiamo fare.

Un ballo nuovo

Balli scolastici. Un must di qualsiasi film o serie tv adolescenziale americana. Richieste esuberanti, lunghi vestiti, limousine, foto ricordo ai piedi delle scale di casa, fiore al polso. Forse un po’ un’esagerazione, a cui non tutti, però, possono partecipare. Provate ad immaginare. Siete alle superiori, vi piacerebbe molto andarci, ma non riuscite a stare all’interno di una stanza con mille rumori e voci diverse. Non ci riuscite proprio a causa dell’ipersensibilità uditiva, tanto che a volte vi servono delle cuffie per isolarvi. Come fare?

Ci ha pensato Paige Hardaway. Senza perdersi d’animo ha lottato per cambiare il ballo scolastico e renderlo accessibile anche a chi ha il disturbo dello spettro dell’autismo. Basta solo distribuire delle cuffie senza filo da cui ascoltare la musica, come nei silent party diffusi da noi. Questo ha permesso anche a Sam, il protagonista, di partecipare e godersi il ballo, senza essere sottoposto ad una tortura rumorosa. Questa è inclusione, ma spesso c’è ancora un po’ di confusione. Facciamo chiarezza.

Integrazione o inclusione?

Partiamo dal principio. Spesso questi due termini sono usati in modo intercambiabile, ma in realtà veicolano messaggi un po’ diversi. Integrazione deriva dal latino integratio con il significato di rinnovamento, accrescimento. In italiano viene intesa come un’integrazione reciproca dove individuo e contesto mutano insieme per adattarsi l’uno all’altro. Inclusione, dunque, non sembra aggiungere niente di nuovo. In inglese, invece, le cose cambiano. Integratio ha perso un po’ del suo significato originale e si usa inclusion per indicare quel reciproco accomodamento fra individuo con disabilità e contesto.

Anche in italiano i due termini in realtà rimandano a due campi semantici diversi. Nonostante parte del loro significato sia lo stesso, comunicano qualcosa di diverso. E’ meglio utilizzare inclusione quando ci si riferisce ai cambiamenti del contesto, come la scuola, la famiglia, la società, volti a non escludere le persone con disabilità. L’uso di integrazione è più corretto quando lo si vuole utilizzare in modo generale oppure quando si vogliono evidenziare i cambiamenti complementari di individuo e contesto.

Inclusione a tutto tondo

Nel corso della storia gli allievi con disabilità erano destinati alle cosiddette scuole speciali, che divenivano vere e proprie classi ghetto in cui venivano di fatto isolati da tutti gli altri. Oggi, grazie alle nuove normative, tutti gli alunni sono insieme senza distinzione e questo apporta numerosi benefici ai bambini e ai ragazzi con disabilità sia fisiche che psichiche. Numerosi studi dimostrano come i risultati scolastici migliorano perché stimolati dai compagni e la rete sociale è molto più grande. Inoltre, è stato visto come il loro concetto di sé sia migliore e abbiano comportamenti disadattivi. Tutto ciò è un aiuto a doppio senso. Anche gli altri componenti della classe imparano ad essere più collaborativi e aperti alla diversità.

Non bisogna pensare, però, che l’inclusione si fermi al solo ambiente scolastico. Esistono numerose realtà che hanno l’obiettivo di favorire l’integrazione con la società, con il mondo lavorativo. Attenzione particolare dovrebbe essere data anche alle esperienze della giovinezza, come il ballo in Atypical o una festa, che non dovrebbero essere precluse. La disabilità è solo una parte della persona e non dev’essere un ostacolo a vivere una vita piena, magari in modo un po’ diverso.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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