Vygotskij sostiene che il linguaggio interiore non sia innato. Quando si apprende? Per Erri De Luca a 10 anni.
Ne “i pesci non chiudono gli occhi”, Erri de Luca dà voce ad un bambino che adora il termine “mantenere” ma non sa cosa significhi “amare”, descrivendo la fase della vita in cui le parole assumono una personale dimensione interpretativa.
“I pesci non chiudono gli occhi”
Senza nome il protagonista, senza nome la bambina di cui si innamora: “Di lei mi vengono le frasi mentre avanzo a scrivere, si aggiungono dettagli precisi e niente nome […]. Da lettore dimentico in fretta i nomi delle storie. Non aggiungono consistenza e sono una convenzione.” In questo romanzo non conta chi è che parla, ma cosa dice. Nella mente di un bambino di 10 anni -l’età che si scrive per la prima volta con due cifre-, progrediscono la soggettività e l’interpretazione personale. Il doppio inizia a farsi strada, come risultante della continua interazione con nuovi personaggi.
Assumiamo durante tutta la lettura il punto di vista di una mente che è in piena fase di apprendimento, e che, contestualmente, costruisce la sua personalità specifica, plasmando in modo individuale la massa indistinta con la quale sta al mondo. Se è vero che i nomi non contano, altrettanto non si può dire del linguaggio, che contribuisce per primo alla formazione e modella lo sguardo che scorta gli uomini per tutta la vita.
Il nostro piccolo carpisce ogni tipo di linguaggio: quello dei pescatori di Ischia, quello delle lettere che gli scrive suo padre dall’America, e quello della bambina senza nome.
“Ero cambiato in testa e mi sembrava in peggio. Nell’età in cui i bambini smettono di piangere, invece cominciavo.”
La comprensione della realtà è parallela all’attribuzione di nuovi significati ai segni linguistici, che non restano più solo parole, ma assumono una inedita concretezza, favorendo la definizione interiore di emozioni fino a quell’estate lette come parole. Dell’amore il protagonista conosceva la sequenza sillabica, non di certo il calore di una mano che si posa sulla sua.
Cosa sostiene l’approccio costruttivista?
Tra l’800 e il ‘900 vengono superate le due principali concezioni legate allo sviluppo della conoscenza nell’individuo: quelle preformiste, che sostengono la presenza di idee innate nella mente, e quelle empiristiche, per cui i contenuti della mente derivano unicamente dall’esperienza e le capacità personali del soggetto sono depotenziate.
Si giunge così alla conclusione che l’intelligenza possiede una base geneticamente vincolata, ma è in grado di costruire autonomamente nuove strutture della cognizione, risultanti dal contatto con persone e oggetti del proprio ambiente.
“L’intelligenza superiore” non è quindi connaturata, né pienamente dipendente dalle interazioni: è l’esito si un processo di equilibrio tra le strutture mentali precostituite e i dati del mondo esterno. Considerando che, quando si verifica l’interazione, la mente, plastica per sua natura, modifica le sue strutture, portando all’evoluzione cognitiva. Di conseguenza mentre l’individuo si occupa di costruire la sua idea di mondo, costruisce anche se stesso.
“Il mio corpo non mi sta a cuore e mi piace. E’ infantile e io non sono più così. Lo so da un anno, io cresco e il corpo no. Rimane indietro”
Vygotskij
E’ con Vygotskij che viene sottolineato come, oltre alle strutture mentali e alle esperienze, contribuiscano anche le peculiari variabili culturali e sociali di ognuno. L’ ampliamento dei propri schemi cognitivi si realizza sempre in parallelo all’interazione sociale, ed è ciò che proviene dal continuo confronto da parte del bambino dei propri punti di vista con i punti di vista dei compagni. Come un meccanismo a matrioska, più saranno le circostanze in cui il conflitto socio-cognitivo si manifesta, più le capacità cognitive evolveranno, fino a potersi misurare con forme sempre più complesse.
Per Vygotskij l’avanzamento dei processi psichici è legato alle prime forme di “attività simbolica” per cui l’attività mentale non agisce più istintivamente, secondo il meccanismo stimolo-risposta, ma sviluppa nuove modalità, ovvero: il linguaggio simbolico, che è sempre il risultato della varietà di sistemi linguistici e culturali con cui l’uomo entra in contatto.
Il bambino inizia così ad affiancare all’uso strumentale del linguaggio, finalizzato a soddisfare una sua esigenza o una richiesta dall’esterno, una dimensione più matura: quella del “linguaggio interiore” che, a differenza della dimensione comune e condivisa, è peculiare e nota solo al soggetto.
“Non so se ho un debito con la ragazzina […]. Le devo la liberazione del verbo amare, che nel mio vocabolario stava agli arresti”.

Non diamo tutti lo stesso significato alle parole
Ci sono competenze che non si apprendono a scuola, ma è compito della scuola convogliarle verso un obiettivo comune: l’evoluzione. “Sul mare non è come a scuola, non ci stanno i professori. Ci sta il mare e ci stai tu. E il mare non insegna, il mare fa, con la maniera sua” sostiene Erri De Luca, ed è proprio così: durante tutta la vita subiamo stimoli infiniti provenienti da sfere differenti, che si cristallizzano tassello dopo tassello costituendo le nostre peculiarità. Per cui la conoscenza non sempre si apprende, ma cresce insieme a noi, declinandosi negli incalcolabili punti di vista di ciascuno.
Sostiene Vygotskij:
“Quanto più ricca sarà l’esperienza dell’individuo tanto più abbondante sarà il materiale di cui lui potrà disporre […] tanto più significativa e feconda riuscirà la sua attività immaginativa.”
Necessaria a fronteggiare le prove dell’esistenza.
