Il Superuovo

Vogliamo davvero tornare alla vita di prima? Rispondono “Correre” di Anastasio e il filosofo Tocqueville

Vogliamo davvero tornare alla vita di prima? Rispondono “Correre” di Anastasio e il filosofo Tocqueville

 Dove ci hanno condotti i nostri atteggiamenti all’interno della società? Proviamo a fare un po’ di chiarezza. 

Anastasio (fonte: billboard.it)

In piena campagna vaccinale siamo tutti pronti a “ripartire”, a tornare finalmente alla normalità. La testa va immediatamente lì. Ma è tutto ciò di cui abbiamo bisogno? 

Gli individualisti 

Quanto manca la vita di prima! Fatta di momenti e sensazioni che credevamo scontate. Tuttavia, prima di fare i nostalgici, proviamo a trasportarci mentalmente nel mondo pre-pandemia: vi ricordate com’era? Sicuramente c’erano più feste, più abbracci, certo, ma eravamo più vicini alle persone? Nel 1835 il filosofo Alexis de Tocqueville pubblicò la sua opera La democrazia in America, nella quale vengono tratteggiate le patologie sociali dell’epoca. Egli ci descrive una società in cui i cittadini sono dominati dal sentimento dell’individualismo, tranquillo e moderato, ma molto potente. Esso è la tendenza degli individui a chiudersi, solitamente con pochi familiari e amici, e abbandonare la grande società a se stessa: essere individualisti, per Tocqueville, significa essere indifferenti verso ciò che ci sta intorno. Gli uomini si toccano ma non si sentono, camminano gomito a gomito ma non si guardano negli occhi.

“La vita attraverso un oblò” 

 L’individuo descritto dal filosofo è chiuso in se stesso, metodico, privo di relazioni autentiche: si sente manchevole, incapace di provare passioni forti. Duecento anni fa, il filosofo francese sembra aver descritto la società attuale, fatta di uomini somiglianti ad atomi isolati gli uni dagli altri, come scrive anche oggi il rapper Anastasio nella sua Correre: “tra le molecole zero legame, basta guardare il tessuto sociale”. Persone apparentemente sempre più “connesse”, realmente sempre più distanti:

“Siamo chiunque e non siamo nessuno, io sono sicuro soltanto del fatto che sono insicuro. Passo le ore ad aggiornare una pagina solo a vedere chi mi ama e chi no, bruciano gli occhi, lo schermo mi lacera, guardo la vita attraverso un oblò”.

Tocqueville si rende conto che l’uomo è diventato debole a causa della perdita delle passioni pubbliche, comunitarie. Vive nella costante illusione che per colmare questa “mancanza” basti elevare la propria condizione sociale o ottenere qualche “like” in più, alimentando l’invidia altrui, bramando tutto senza gioire di niente. 

Prometeo 

Così l’uomo si ritrova a vivere in una duplice dimensione: quella di consumatore, che riduce il mondo a un insieme di merci non essenziali, e quella di spettatore, incapace di decidere del suo futuro, assistendo agli eventi senza poterli controllare. Deve sin da subito imparare a correre per poter sopravvivere, è quello che ripetono anche ad Anastasio: 

“Correre, tu devi correre, ti devi alimentare con le compere, scattare, commentare, scorrere”.

 Il modo migliore per stare dentro la società è quella di scorrere in essa, adattarsi come liquidi al contenitore. In questa corsa l’altro è diventato quasi del tutto indifferente, una presenza opaca che ogni tanto attraversa la strada. L’individuo contemporaneo è solo apparentemente contraddittorio: finalmente indipendente, ma solo, creatore di strumenti incredibili, ma debole. E molto spesso questa situazione sfocia nella perdita di ogni limite, nell’inconsapevolezza del peso delle proprie azioni per la vita degli altri e dello stesso pianeta. L’uomo è diventato quello che il filosofo Hans Jonas chiama il Prometeo irresistibilmente scatenato: il titano che nella mitologia greca rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini, simbolo di progresso, oggi sta usando la tecnica per distruggere se stesso, l’ha divinizzata, illudendosi che la potenza dei suoi mezzi possa colmare quel vuoto che lo contraddistingue. 

Fonte: Unsplash.com

Non riapriamo, cambiamo 

E poi la pandemia è arrivata e ha scardinato la nostra quotidianità: sembrava che, in un momento così drammatico, avessimo ritrovato quell’unità che sembrava perduta, che all’inizio di questa tragedia fossimo riusciti a unirci a partire dalle nostre sofferenze. Oggi possiamo dire che quell’incantesimo è durato pochissimo, e non poteva essere altrimenti. Il fatto è che tutti crediamo ancora che questo periodo rappresenti una fase di rottura rispetto alla vita precedente, ma la verità è che ne è la sua conseguenza più coerente. La scienza si interroga sulle colpe dell’uomo nella nascita del Covid (no, non in qualche laboratorio di Wuhan): l’etologa Jane Goodall denuncia che l’abbattimento degli habitat naturali degli animali porta i pochi sopravvissuti a spostarsi, arrivando a un maggiore contatto con l’uomo e facilitando il passaggio delle malattie. Per non parlare delle dinamiche che si sono create nella gestione dell’emergenza: stavolta distanti anche fisicamente, ridotti davvero a guardare la vita attraverso un oblò, cercavamo un capro espiatorio, e per poco non ce la siamo presa con gli anziani, “colpevoli” di essere fragili. E oggi, persino con il vaccino si fa a gara su quale sia la categoria più bisognosa o utile. 

La pandemia è solo la degenerazione della vita che avevamo già, nella quale abbiamo assistito come spettatori alle solite patologie sociali, ed è figlia di quell’uomo individualista e bramoso che ci ha raccontato Tocqueville. Ed è per questo che “riaprire” non basta, questo verbo contiene ancora la stessa illusione: c’è la necessità di ripensare il nostro ruolo nel mondo, a partire dalla comunicazione. Cominciare a parlare meno di “chiusure” e più di “fare diversamente”, meno di “riaperture” e più di “cambiamenti”. “Correre” è stata scritta prima della pandemia, e la sua frase finale sembra rinunciataria, ma dentro può nascondere la chiave con cui dovremmo affrontare questo periodo: 

“Puoi essere quello che vuoi, basta scordarti di quello che sei”.

Se quello che siamo stati finora ci ha portati sin qui, forse dovremmo cominciare a riflettere su chi vogliamo essere in futuro, su dove vogliamo arrivare. E in questo, sì, c’è bisogno di correre. 

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