L’autobiografia è un genere complesso e multiforme, che ha attraversato un’evoluzione molto complessa e peculiare. Ad oggi, si ramifica in una varietà di sottogeneri, abbracciando tutti gli ambiti della produzione artistica.

Alle origini dell’autobiografia moderna, Jean-Jacques Rousseau, nel prologo delle “Confessioni”, parlando di sé stesso, dichiarava di voler “mostrare ai propri simili un uomo in tutta la verità della propria natura”. L’intento del filosofo è chiaro: raccontare la storia di un individuo qualunque, in maniera dichiaratamente e assolutamente veritiera, pur con l’inevitabile ombra del dubbio e della menzogna a insinuarsi tra le righe. A quasi due secoli e mezzo di distanza, la letteratura contemporanea sembra tornare al punto fondativo del genere romanzesco: nel XXI secolo, il racconto biografico e autobiografico costituisce uno dei macro-generi più praticati nella letteratura, nella musica e nel cinema. Basti pensare ad alcuni dei film di maggior incasso degli ultimi anni, come “Oppenheimer”, “The Fabelmans”, “È stata la mano di Dio”; o all’ascesa di Taylor Swift come una delle pop star più amate di sempre.
Jean-Jacques Rousseau: il creatore del genere autobiografico
Le “Confessioni” di Jean-Jacques Rousseau, scritte tra il 1765 e il 1770, sono generalmente considerate il primo vero romanzo autobiografico nella storia della letteratura. Con questa opera, Rousseau ha rivoluzionato il modo di raccontare la propria vita, combinando un’analisi personale profonda con un approccio narrativo che supera la mera cronaca degli eventi. Il progetto dell’autore è chiaro e ambizioso: mostrare al mondo “un uomo in tutta la verità della propria natura”. Questa dichiarazione d’intenti segna una rottura con la tradizione autobiografica coeva, limitata a narrazioni celebrative o apologetiche di nobili, statisti o santi: l’autore, infatti, sceglie di mettere a nudo i propri pregi e difetti, raccontando passioni, contraddizioni e fragilità.
La novità delle “Confessioni” sta anche nella loro natura romanzesca. Pur trattandosi di un’autobiografia, Rousseau struttura il racconto come un’opera letteraria: la sua vita, con i drammi e le vicende avventurose che la contraddistinguono, diventa un materiale narrativo che va oltre la semplice documentazione. L’autore trasforma la propria esperienza personale in un ritratto dell’umanità stessa, nel quale la soggettività emerge come elemento fondamentale. Rousseau, infatti, non si limita a raccontare ciò che ha vissuto, ma riflette sulle sue azioni, esplora le motivazioni che lo hanno spinto a compierle, e attraverso ciò cerca di comprendere la propria natura. Questo dialogo intimo con se stesso anticipa molte delle caratteristiche che ritroviamo nei romanzi moderni, dove l’introspezione psicologica diventa centrale anche nel racconto finzionale.

“Deviazione”: la vita straordinaria di Luce d’Eramo
Luce d’Eramo, all’anagrafe Lucette Mangione, è stata una voce fuori dal coro del secondo Novecento italiano. Complice un canone letterario che raramente include scrittrici donne, il nome di Luce d’Eramo non risuona immediatamente familiare, se non agli studiosi del settore.
Nata in Francia da genitori italiani, è vissuta a Parigi fino al 1938, anno in cui, in pieno fascismo, si trasferisce con la famiglia ad Alatri. Fino ai diciannove anni, la vita di Lucette Mangione è stata quella di una giovane ordinaria di famiglia alto-borghese in epoca fascista. Convinta sostenitrice del duce anche dopo la caduta del governo, non crede fino in fondo a ciò che si dice sui campi di concentramento nazisti in Germania. È per questo che, un giorno, decide di salire su un treno che la porta dritta in un campo di lavoro a Francoforte: vuole costatare di persona se questi racconti, giunti fin dentro le mura domestiche, sono veri o no.
Quali siano le ragioni che l’hanno spinta a salire su quel treno, nel carattere della giovane Luce traspaiono fin da subito una determinazione e una caparbietà fuori dal comune. Quando mai si è vista, nel bel mezzo di una guerra disastrosa, una ragazzina altolocata partire per un campo di lavoro in Germania, sfidando famiglia, conoscenti e convenzioni sociali, solo per veder confermate o negate le sue convinzioni?
“Io sono un’aliena”: il racconto di una vita in fuga
In Francia, gli altri bambini la chiamano “la petite maccheroni”; in Italia, a scuola, è soprannominata “la francesina”. Al campo di lavoro, gli altri detenuti la guardano con sospetto, per via della sua provenienza, della sua appartenenza sociale e della sua totale estraneità al luogo; i gerarchi nazisti mal tollerano le sue richieste, come quella di far avere per sé e per le sue colleghe una bacinella d’acqua con cui lavarsi e un pasto dignitoso per tutti i lavoratori. Ovunque vada, Luce è un corpo estraneo, e per quanto cerchi di solidarizzare con chiunque la circondi, rimane sempre tale.
Un giorno, nella fabbrica, viene organizzato uno sciopero. Si tratta di un evento inaudito per i direttori del campo, che vengono colti totalmente impreparati. Un bombardamento alleato, tuttavia, fa saltare i piani: c’è chi si nasconde, chi scappa, chi, non sapendo cosa fare, torna ad eseguire gli ordini. Molti dei compagni di Lucette sono già stati deportati; e lei, che ancora sente di non aver visto tutto, approfitta del caos per scappare, e da Francoforte raggiunge Dachau. È la prova finale che ciò che aveva sentito sui campi in Germania non erano solo storie inventate per propaganda: ciò che accadeva in quei posti era molto peggio di ciò che si raccontava, al di fuori di ogni possibile scenario.
Le avventure di Luce non finiscono qui: poco prima dell’arrivo degli Alleati, fugge anche da Dachau e arriva a Magonza, dove, nel tentativo di salvare delle persone intrappolate sotto le macerie di un palazzo durante un bombardamento, viene travolta da un muro che le spezza la schiena e la rende paralitica per il resto della sua vita. Viene ricoverata in ospedale, ma dopo molti mesi di cure atroci, non volendo rinunciare alla sua indipendenza, fugge anche da lì e ritorna in Italia, precisamente a Bologna, dove passa un periodo di riabilitazione e conosce il marito Pacifico d’Eramo. Il loro, tuttavia, è un matrimonio infelice, e pochi anni dopo Luce scappa nuovamente insieme al figlio, Marco.
Tutte queste vicissitudini sono narrate dalla stessa autrice in “Deviazione“, il suo romanzo autobiografico, cominciato pochi anni dopo il rientro in Italia, ma terminato e pubblicato a più di trent’anni di distanza, nel 1979.
