Venduto il quadro di una Intelligenza artificiale: i computer sono diventati finalmente artisti?

Il risultato di un algoritmo

L’opera “Edmond de Belamy” è una stampa che rappresenta il ritratto di un uomo. Le fattezze sono sfocate, l’abito nero sembra quello di un uomo di chiesa del XVII secolo, gran parte della tela è rimasta vuota. Un quadro semplice, come tanti altri che abbiamo già visto tutti magari durante una gita scolastica o nella casa di qualche bisnonno. Eppure, quest’opera è stata battuta all’asta da Christie’s per l’esorbitante cifra di $432,500: praticamente il prezzo di un bilocale. L’interesse per questo “piece of art” è dovuto al fatto che non si tratta del frutto dell’estro creativo di una mente umana, ma è stato generato da un computer: si tratta della prima opera d’arte realizzata da un’Intelligenza Artificiale ad essere venduta.

L’algoritmo impiegato dall’Intelligenza artificiale (da ora AI) è riportato in basso a destra, come se fosse la firma dell’autore. Ad averlo elaborato è stato il collettivo Obvious, formato da tre giovani francesi. L’algoritmo, che prende il nome di GAN (Generative Adversarial Network), prende in esame più di 15’000 opere d’arte “reali”, e sulla base di quelle genera una nuova immagine originale. Infine, l’AI pone questa a confronto con le precedenti: se non è in grado di trovare differenze significative, vuol dire che la nuova immagine è sufficientemente simile ad un’opera d’arte umana.

Un computer può essere davvero creativo?

Non è certo il primo esperimento di algoritmo elaborato per ottenere opere d’arte: basta pensare al Magenta Project di Google. Basandosi su questi risultati, in molti (in particolare i giornali) sostengono che siamo arrivati al punto di dotare le macchine di creatività e capacità artistiche, finora considerate appannaggio proprio dell’uomo. È proprio così? Un computer può essere davvero creativo? E gli algoritmi elaborati rappresentano gli stessi processi mentali che avvengono nel nostro cervello? Quello che accade dentro al “computer creativo” è assimilabile a quello che accade nella nostra testa? Questi sono problemi propri della filosofia della mente.

Chi effettivamente è convinto che un computer possa avere facoltà intelligenti come la creatività e che quindi una AI sia una mente a tutti gli effetti, allo stesso modo di una mente umana, implica che i processi mentali siano né più né meno processi formali ben definiti: basta replicare questi processi per ottenere una mente vera e propria, a prescindere dal substrato fisico che li implementi (hardware). Posizione che prende il nome di funzionalismo computazionale, e che ha avuto un’influenza anche nel’immaginario collettivo: si pensi alla sterminata fantascienza basata su questo tema. In realtà, non sono pochi i critici di questa posizione: uno di questi è il filosofo John R. Searle.

John Searle e la critica al funzionalismo computazionale

La critica di Searle al funzionalismo computazionale parte dalla considerazione che “I computer sono enti sintattici, in quanto collegano determinati simboli con determinate regole, ma non semantici, in quanto non annettono a tali simboli dei significati intenzionali”. Searle insomma fa notare che il procedimento algoritmico del computer è una manipolazione di dati che non richiede in nessuno step la comprensione dell’informazione trasmessa. Un processo mentale umano invece richiede la comprensione del significato dei dati. L’algoritmo è un processo formale e sintattico, che funziona in virtù della forma dei simboli, non dal loro significato. Per una mente umana, al contrario, il significato dei simboli, cioè la loro semantica, è saliente. Per comprendere meglio la differenza tra sintassi e semantica, Searle propone il famoso esperimento mentale della stanza cinese.

Uomini e macchine hanno perciò modi diversi di trattare l’informazione. La somiglianza formale dei processi non è sufficiente a dimostrare che un computer abbia davvero un contenuto mentale rilevante. Anzi, Searle può ben sostenere che un computer non può avere stati mentali, e che la semplice implementazione di regole formali non sia sufficiente per attribuire un contenuto mentale al computer: “l’ipotizzata Intenzionalità dei computer è solamente nelle menti di coloro che li usano”. L’Intenzionalità è, appunto, la proprietà di uno stato mentale di riferirsi a qualcosa, o di vertere su qualcosa, o di contenere qualcosa (non posso semplicemente pensare, “penso sempre a qualcosa”). Siamo noi ad attribuire significato alle azioni dell’elaboratore: la macchina, da sola, non è strutturalmente in grado di avere stati mentali intenzionali.

In particolar modo, la creatività e le capacità artistiche dell’AI esistono solo perchè noi le interpretiamo tali, in virtù della loro somiglianza con comportamenti umani: insomma, i giornali e le persone che attribuiscono tali abilità alla macchina semplicemente scadono nel più elementare comportamentismo. Ovviamente, è da ammirare questo ultimo progresso della tecnologia, ma non bisogna lasciarsi trasportare nel trarre conclusioni avventate sulla vera natura della mente, che per ora rimane ancora indescrivibile. La creatività e il pensiero artistico umano non sono riducibili a semplici processi formali: anzi, la capacità di astrazione, la sensibilità nella scelta dei colori, la delicatezza del gesto artistico sono tutti procedimenti che richiedono una elevata dose di conoscenze, di esperienze, di ricordi, cioè appunto stati mentali intenzionali.

Ma allora è arte?

Detto questo, e dimostrato che il ritratto di Edmond de Belamy non è frutto di alcuna creatività o capacità artistica, ha senso considerarlo arte? Il concetto di arte, in particolare oggi, è quanto mai fumoso, e andrebbe approfondito a dovere. In generale, si può dire che si tratta di un’opera senza alcun valore estetico particolare (diciamolo francamente: che brutto!), ma dall’indubbio valore storico come testimonianza del progresso tecnologico a cui l’umanità è arrivata e per le conseguenze sul mondo dell’arte del futuro. Se poi per l’anonimo acquirente il quadro “funge da ponte verso un ambiente immaginario desiderato o comunque positivo” (Deodato Salafia) e gli dà effettivamente emozioni artistiche, meglio per lui: come disse il filosofo Dino Formaggio, in fondo, “Arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte”.

 

 

 

 

 

 

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