Va’ pensiero: 180 anni dal debutto del Nabucco di Giuseppe Verdi

A 180 anni dal suo debutto, celebriamo l’opera che ha regalato il successo alla musica di Giuseppe Verdi.

Arte e storia sono legate da un nesso inevitabile e inesorabile. L’arte di ogni tempo racconta lo stesso, e anche quando più mira all’oggettività qualunque forma o espressione artistica finisce ugualmente per fornire spunti e indizi sul contesto storico-culturale nel quale è stata concepita. Con questa premessa bisogna avvicinarsi allo studio e all’analisi dell’opera di qualunque artista, e con la stessa oggi intendiamo celebrare l’opera di Giuseppe Verdi.

180 anni di Nabucco

È il 1842 e Milano è occupata dagli Austriaci e attraversata da un forte malcontento popolare. Giuseppe Verdi non ha neanche trent’anni e un trascorso già denso di eventi drammatici. Ha perso moglie e due figli, e il suo debutto nel grande teatro Milanese, due anni prima e con “Un giorno di regno”, non è stato proprio un successo. La luce, però, arriva: il 9 marzo debutta al Teatro alla Scala con il Nabucco, destinato a segnare l’inizio della sua gloria artistica. Si tratta di un’opera che narrava la lotta degli ebrei per uscire dalla schiavitù, e la grande popolarità che riscosse è legata a cori come il celebre “Va’ pensiero” che fu assunto dal popolo risorgimentale in lotta contro gli oppressori austriaci.

Giuseppe Verdi e il successo del Nabucco

Potremmo ritenerlo un vero e proprio simbolo dell’identità culturale dell’Italia unita, il musicista Giuseppe Verdi, che con le numerose opere che lo hanno reso celebre è diventato l’emblema italiano del risorgimento. In un momento in cui il popolo mirava al riconoscimento dell’unità, e nella ricerca di ideali e simboli che potessero ben definire la collettività, una punto di riferimento per il senso comune fu trovato nella sua opera. Musica e cori, così, abbattendo la quarta parete del teatro sono stati estrapolati dal contesto della storia per cui erano stati concepiti e sono diventati emblematicamente il grido di un’Italia che rifiutava gli oppressori. Questa è la storia del Nabucco di Giuseppe Verdi, e per celebrare i suoi 180 anni è necessario fare qualche passo indietro nel tempo. È l’estate del 1841: l’impresario Bartolomeo Merelli consegna a Giuseppe Verdi un libretto di Temistocle Solera, che si chiamava Nabucodonosor II come il re babilonese e che narrava la lotta compiuta dagli ebrei per uscire dalla schiavitù. Per musicarla, Verdi impiega meno di un anno: è il 9 marzo 1842 quando debutta al Teatro alla Scala di Milano e dà avvio ad un grandioso successo. Il titolo, parecchio lungo, fu per praticità diviso in due parti, e di “Nabucco donosor” passò al senso comune solo la prima parte. Con il Nabucco giunge il vero successo di Giuseppe Verdi, che oggi possiamo annoverare tra i simboli dell’identità della cultura italiana.

Nabucodonosor

Nabucco è il re di Babilonia che ha conquistato la città di Gerusalemme, nonostante ostacoli quali la cattura di sua figlia Fenena da parte del Gran Pontefice. La ragazza, comunque, riesce a salvarsi e a tornare a Babilonia grazie all’amore del nipote del re di Gerusalemme, e non prima di convertirsi alla causa degli ebrei. Intanto, mentre Fenena fa il suo ritorno a Babilonia, Abigaille, sua sorella illegittima apprende la notizia della morte in guerra del padre e sale al trono. Si tratta però di una notizia falsa: Nabucco tornerà a Babilonia, ma in preda alla follia, e scatenerà un fulmine che lo colpirà. Abigaille non si è arresa: si riappropria presto della corona, rinchiude il padre e stabilisce la condanna a morte della sorella e di tutto il popolo ebraico. È proprio l’oppressione del popolo ebraico, di fatto, il fulcro dell’opera, che terminerà poi con il ritorno al potere di un rinsavito Nabucco, con la liberazione degli ebrei e con il suicidio di Abigaille.

 

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