Usanze e comportamenti umani: Callimaco, Mandela e la Genesi ci spiegano la loro origine

Qual è l’origine di un’usanza? E quella di un rito? Come mai una parola si dice in un modo piuttosto che in un altro? Grandissimi autori della letteratura mondiale ci dicono la loro.

Da tempo indefinito l’uomo, guardando alla sua cultura e al suo presente, si è chiesto quale ne fosse l’origine e ha quindi cercato di darsi delle risposte. Originariamente queste risposte erano fondate su un patrimonio culturale mitico-religioso, e solo più tardi cominciarono a comparire interpretazioni più ragionate e verosimili. Sebbene sia corretto propendere per la spiegazione più razionale, in questa sede vedremo come popoli ignari di metodologie avanzate di ricerca antropologica si siano serviti di uno strumento interpretativo utilissimo, la fantasia.

LE FIABE DI MANDELA

Nel 2002 l’ex presidente sudafricano Nelson Mandela ha pubblicato un volume intitolato “Madiba magic. Nelson Mandela’s favourite stories for children” una raccolta di favole appartenenti a gruppi di diverse etnie del continente Africano. Queste fiabe, anche molto brevi, sono tutte ambientate nei territori più noti agli africani – la savana, la foresta e i grandi altipiani – e vedevano l’avvicendarsi di diversi personaggi: animali – che compaiono spessissimo – uomini e donne africane di bassa o alta estrazione e persino persone europee. Questo ultimo dettaglio ci fa riflettere: a differenza delle fiabe più conosciute dagli italiani – Cappuccetto Rosso, Cenerentola, Biancaneve ecc. – non si fa mai riferimento a persone provenienti da un contesto cronologico e spaziale preciso, anzi proprio questo aiuta a rendere una fiaba tale, l’essere in un non-luogo e in un non-tempo; le fiabe africane appaiono talvolta più radicate in un hic et nunc realistico. Questo non significa affatto che tutte le fiabe africane siano realistiche, tutt’altro! Si possono facilmente trovare favole dove il leone dialoga con gli altri animali della foresta come fa un re con la sua corte, dove la lupa appare come una regina temibile e altri episodi di fantasia. Fa pensare come storielle in cui gli animali parlano in realtà rechino le convinzioni di una cultura antica: una favola dei Khoi – un gruppo etnico del Sudafrica – spiega la diversità degli animali per volontà di quello che li domina tutti, il leone. In occasione di una festa indetta dal re stesso, gli animali della savana – che erano tutti uguali di aspetto – si presentano per festeggiare e ballare insieme; il re offre dunque ai suoi devoti ospiti dei pregni di ringraziamento: le antilopi ricevono le corna; l’elefante per la sua sfacciataggine nei confronti del re riceve le corna, ma sul muso; il rinoceronte che ficca il muso tra i regali che il Leone vuole elargire al popolo viene punito dal re con un grosso corno sul naso; le iene e gli sciacalli, animali abituati a mangiare i resti delle carcasse lasciate da altri predatori, si prendono i doni che rimangono, ossia la risata e l’ululato, e così per diversi animali. In questa forma edulcorata la favola del re leone da un lato riflette un modello di una società fortemente gerarchizzata come quella africana in cui i capi tribù hanno sempre l’ultima parola su tutto e non devono mai essere insultati per non incorrere in punizioni, dall’altro lato viene fornita una spiegazione di come mai gli animali africani siano così vistosamente diversi e bizzarri. Insomma, sono ben più di storielle da raccontare ai bambini per metterli a dormire!

CALLIMACO E LA RICERCA DELL’EZIOLOGIA

Pensando al patrimonio culturale della Grecia Antica un modo noto a tutti per spiegare il presente in maniera eziologica sono i miti, narrazioni investite di sacralità relativa alle origini del mondo o alle modalità con cui il reale ha raggiunto la forma presente. Per quanto siano avvincenti a livello di intreccio, i miti greci posseggono qualità di gran lunga più interessanti. Facciamo un esempio: il mito del rapimento di Kore – o Persefone – da parte di Ade – dio degli inferi – e dell’affannosa ricerca da parte di Demetra, madre della ragazza, espone in chiave eziologica l’inevitabile destino di ogni ragazza greca; un giorno un uomo più anziano – come Ade – sarebbe venuto a casa dei suoi genitori e la avrebbe portata via dalle braccia della madre – Demetra – per sposarla senza che questa possa fare niente a riguardo; è anche rappresentativo che il nome mitico della fanciulla rapita sia Kore – greco per “ragazza” –  ossia la ragazza per antonomasia. E’ interessante che un mito così breve di fatto contenga un’interpretazione così complessa, ma a guardar bene non dobbiamo neanche sorprenderci troppo: nei Problemata lo Pseudo-Aristotele affronta la tematica del mito come mezzo comunicativo e osserva come talvolta i miti riescano a veicolare in forma paratattica un messaggio meglio di una spiegazione ben sviluppata, articolata e ipotattica; se lo Pseudo-Aristotele sistemò per iscritto quest’idea, il grande valore comunicativo del mito doveva essere già conosciuto da Platone, il quale si  servì all’interno dei suoi scritti di racconti mitici svuotati di contenuto religioso, ma caricati di contenuto filosofico. Questo desiderio di scoprire l’origine delle usanze di una cultura trovò un apice in età ellenistica – a partire circa dal 323 a.C. -, periodo in cui la letteratura era appannaggio di ricchi eruditi che potevano permettersi di comperare dei libri – a partire da quest’età infatti la letteratura venne per gran parte trasmessa per iscritto e un volume era molto costoso- e ovviamente che sapevano leggere, cosa non scontata ai tempi. Maestro dell’eziologia in età ellenistica fu Callimaco di Cirene: grande erudito, insegnante e al servizio di due faraoni – Tolomeo II Filadelfo e Tolomeo III EvergeteCallimaco di Cirene consacrò la sua attività artistica alla poesia dotta. Questa poesia ai tempi si concentrava maggiormente sul tema dell’eziologia – fu una vera e propria moda, tanto che altri autori tra cui Apollonio Rodio, Fanocle e Euforione vi si cimentarono – e Callimaco apprezzava tanto l’argomento da dedicarvi un’intera opera apposita, gli Aitia – “Cause” – in cui narrava l’origine di un culto, una festa, un nome e via discorrendo. In questo componimento originariamente di quattro libri ma ora sfortunatamente lacunoso, figura l’aition – la leggenda che narra un’origine – di Aconzio e Cidippe: in occasione della festa di Apollo a Delo, Aconzio, innamoratosi della bella Cidippe, avendo inciso su una mela il giuramento “Per Artemide, giuro che sposerò Aconzio“, fa rotolare il frutto ai piedi della ragazza sicché ella legge la scritta e si vincola al giovane; sul punto di sposarsi con un altro uomo, Cidippe viene presa da un male sconosciuto che impedisce le nozze svariate volte, provocando l’apprensione del padre che, avendo interrogato l’oracolo, viene a sapere del giuramento della figlia e deve accondiscendere a dare in moglie Cidippe ad Aconzio, la cui stirpe degli Aconziadi sarebbe stata florida nella città di Iuli – città sull’isola di Ceo, da dove proveniva Aconzio -.

L’EZIOLOGIA NELLA LETTERATURA EBRAICA ANTICA

Non si direbbe affatto, ma le leggende eziologiche compaiono anche nell’Antico Testamento! In particolare il primo libro del Pentateuco, la Genesi, offre la possibilità di leggerne diversi esempi. Prima di entrare per bene nel merito, però, una precisazione: l’utilizzo dell’eziologia nel Pentateuco ha scopi e modalità del tutto autonome rispetto alla letteratura africana e a quella greca. Il libro della Genesi si propone di esporre la creazione del mondo, le vicende dei primi uomini e, fondamentale, il rapporto di questi con Dio; pertanto aspettiamoci che tutte le leggende eziologiche della Genesi vertano su questi argomenti. Essenzialmente possiamo distinguere due tipi di eziologia in seno al libro della Genesi: un’eziologia cananaica e una strettamente israelitico-giudaica. Per eziologia cananaica si intende quell’insieme di leggende provenienti non dal popolo di Israele, ma dalle popolazioni autoctone della terra di Canaan in cui gli israeliti si insediarono in un secondo tempo – insomma, leggende non originariamente israelitiche, ma mutuate in seguito dagli israeliti -. Tuttavia, le popolazioni di Canaan non veneravano il dio di Israele, spesso anzi non veneravano un dio solo: per questa motivazione nelle leggende eziologiche cananaiche JHWH viene inserito in un secondo momento. Tra le leggende eziologiche cananaiche più famose figurano la leggenda di Caino e Abele – che spiega l’avversione che l’uomo ha sempre avuto per i suoi simili anche se legati da vincoli di sangue – e quella della Torre di Babele – che originariamente doveva semplicemente spiegare la diversità linguistica dei popoli, ma che in seguito, caricata di valore religioso ebraico, mostrava come i discendenti di Noè, l’uomo più retto tra quelli che Dio voleva sterminare col diluvio, fossero dei peccatori esattamente come i primi uomini, poiché come Adamo ed Eva avevano cercato di elevarsi al livello di Dio. Per quanto riguarda l’eziologia prettamente israelitica, in essa JHWH compare sin dall’inizio e in sua funzione si dipana il racconto: ad esempio nel trentaduesimo capitolo della Genesi si racconta dello scontro tra Giacobbe e Dio, da cui deriva un interessante appunto eziologico sulla topografia cananea e sulla dieta degli ebrei:

Giacobbe rimase solo, e uno sconosciuto lottò con lui fino allo spuntar dell’alba. Quando costui vide che non poteva vincere Giacobbe nella lotta, lo colpì all’articolazione del femore, che si slogò, e disse: “Lasciami andare perché già spunta l’alba”. Giacobbe rispose: “Non ti lascerò andare se prima non mi avrai benedetto”. Quello chiese: “Come ti chiami?”. “Giacobbe” egli rispose. L’altro disse:” Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele perché tu hai lottato contro Dio e contro gli uomini e hai vinto”. E Giacobbe gli chiese: “Dimmi ti prego, qual è il tuo nome?” L’altro gli rispose: “Perché mi chiedi il mio nome?” e diede la sua benedizione a Giacobbe. Giacobbe disse: “Ho veduto Dio faccia a faccia e non sono morto!” Perciò chiamò quel luogo Penuel (in italiano “a faccia a faccia con Dio“). Il sole stava sorgendo quando Giacobbe, zoppicando all’anca, lasciò Penuel. Proprio per questo fatto anche oggi gli Ebrei non mangiano il nervo sciatico sopra l’articolazione del femore: perché quello sconosciuto colpì Giacobbe in quel punto all’articolazione del femore.

 

 

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